Appunti da un viaggio in Bretagna

Ogni tanto il suono dell'arpa attraversa l 'Europa per chiamare la gente verso quel la terra sospesa tra oceano e cielo che è la ventosa Bretagna, Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu diceva che “viaggiare è come conversare con le persone di altri secoli”. I celti essendo nomadi furono di conseguenza gran viaggiatori. Erano in Bretagna ma anche in Irlanda, Germania, Portogallo. Erano Galli, Belgi, Galati dell'Asia Minore (la Galizia anatolica, dove oggi è Ankara), anche la Boemia era terra celtica, come il Morvan, il massiccio montagnoso francese in Borgogna e via dicendo. In fondo, fu loro la prima idea di una Europa. Una società sempre in viaggio sia per gusto che per necessità, su grandi e robusti carri attraverso foreste, paludi, montagne e fiumi. Si passa per Lione ma il passato ti insegue ovunque: Lione altro non è che l'antica Lugudunum, una delle capitali celtiche. In Bretagna le atmosfere e le sonorità che le bombarde oniriche regalano non sono un fragile simulacro, le schegge acustiche che escono dalle arpe sanno trasformare i boschi in brughiere. 
La natura non è mai doma, ti assale con onde oceaniche e piogge trasversali, con i menhir di roccia, questi dolmen, misteri megalitici dell'età del bronzo anteriori alla civiltà celtica che rappresentano ancora uno degli enigmi dell'archeologia e disegnano con la loro silenziosa presenza, misteriosi ritmi sulle grandi estensioni verdi. Campane risuonano e ovunque croci di pietra lungo le stradine di campagna, fra le case, in mezzo ai villaggi: i “calvari”, costruzioni fiorite di statue lungo lo schema svettante che unisce l'immagine dell'albero verde a quello dell'albero maestro degli antichi velieri, con una disposizione a schema che curiosamente richiama il gioco degli scacchi e i suoi simboli: il Cristo, la Vergine, San Giovanni, i ladroni, i cavalieri, gli angeli. Stasera l'enorme Bagad di Kemper riempie di suoni tutta l'aria, è una delle più antiche di Bretagna, fondata nel 1949 ha saputo rinnovarsi, si è confrontata tanto con la musica galiziana che con quella sudafricana, ha suonato l'Heritage des Celtes di Dan Ar Braz e le melodie balcaniche con il canto del sublime Erik Marchand. E intanto piove tre volte al giorno su Kemper, capitale della Cornovaglia, che significa “confluenza” perché sorge dove si incontrano Odet e Le Steir. 
Piove sul quartiere di Locmaria da cui si dipanò l'intera città e le nuvole le accarezzano, le guglie della cattedrale di San Corentino immerse nel cielo a ottanta metri di altezza e loro, le guglie, quando sono bagnate dal sole lanciano l'ombra sulle strade lastricate, ai bordi di case a graticcio piene di colori. Antico e moderno sono perennemente fusi, paesaggio e poesia, musica e natura narrano delle eterne paure, proteste, riflessioni, lotte e spiritualità dell'essere umano, fuori dal tempo. Piove tre volte al giorno anche sui misteri dei Monts d'Arrée come nella foresta di Paimpont, i settemila ettari del l'antico bosco sacro di Brocéliande, bisogna evitare di farsi bloccare nella Valle Senza Ritorno e anche guardarsi bene dal calpestare l'Erba Dimenticata. E' un sentiero di fango ma quando la tempesta si fa troppo minacciosa basta versare l'acqua di questa fonte sulla pietra vicino alla fontana e tutto si placa. E piove su Ouessant, l'isola in cui tutti gli uomini sono dei marinai e dove il mare molti di loro non li restituisce più. Per costoro c'è un'antichissima usanza da queste parti: quella di mettere in atto un finto funerale al quale la gente arriva sempre numerosa da ogni angolo dell'isola per partecipare alla funzione. 
Il rito si chiama “proella” in bretone, che probabilmente deriva dal latino “pro illa anima” e proprio una canzone moderna con questo titolo può capitare di ascoltare dall'emozionante voce di Manu Lann Huel prima di un antichissimo e lunghissimo gwerz. Ascoltare un gwerz bretone è penetrare in un mondo differente, sempre drammatico e proprio nel momento preciso in cui l'avvenimento accade e si svolge sotto i nostri occhi in tutta la sua intensità, quadro dopo quadro. Che si tratti di un avvenimento storico oppure leggendario, un gwerz non si può ascoltare così come viene, distrattamente. E' esigente e domanda massima attenzione, approvazione, immersione. Non si ascolta, bisogna accettare di viverlo in prima persona. L'alta musicalità della lingua bretone completa l'opera e mentre si osservano i ruderi dell'Abbazia di Landevennec, passa uno che urla: “Ar gwyr eneb ar bed” (“La Verità faccia al mondo”). In Bretagna non può non venir voglia di scarabocchiare pensieri sui foglietti di carta, anche se a i Celti non piaceva per niente scrivere, dicevano che era come uccidere la parola, la cosa scritta appartiene all'oggetto che sarà probabilmente prima o dopo distrutto, bisogna cercare di sopravvivere con la sola parola e con l'immaginazione: e questa è davvero una grande forza! Credevano di salvare con l'eloquenza e i cantastorie, di bocca in bocca, di bardo in bardo, tutte le loro tradizioni, le favole, le leggende, le poesie e le musiche. E ci sono ben riusciti: pensiamo solo a i loro mitici cavalieri erranti, i più famosi del mondo. Intanto passa un altro che sussurra:“Nerz, skiant, karantez” (“Forza, conoscenza, amore”), mentre le onde poderose si infrangono contro gli scogli della costa a Pern. Le regioni non hanno mai cessato di esistere in Francia malgrado la centralizzazione politica, linguistica e culturale venga esercitata da secoli. 
La separazione tra cultura ufficiale e cultura popolare è sempre stata nettissima. Ma la musica bretone non si è ripiegata su stessa, ha guardato avanti, indietro a destra e a manca. Ovunque al mondo purtroppo ci sono culture minacciate od oppresse, in Bretagna non si contano le collaborazioni musicali che emergono con sempre rinnovato vigore nella produzione contemporanea. La finestra è rimasta aperta e oramai non potrà più essere chiusa qui dove l'Europa finisce, Youenn Gwernig, il grande poeta, nel 1976, sedici anni prima di Leonard Cohen e del suo famoso ritornello di “Anthem”, cantava “non ci sono muri senza un buco”. Ogni anno l e composizioni sono più visionarie, le luci più intense, i suoni più sinuosi, la geografia più spinta, la storia più ampia, l'orizzonte è l'intera musica popolare del mondo, l'improvvisazione e la tradizione sono separate da una linea evanescente. Un immaginario sensibile, un temporale della ragione dove si celebra l'intelligenza delle radici degli alberi. Testi in lingua gallo accompagnati dai suoni della tradizione turca, fanfare delle fest-noz che incontrano la musica dell'India o della Serbia, il kan ha diskan e la poesia armoricana del secolo passato che si immergono nel jazz o nel rock del futuro. In proporzione, sono davvero incredibili la quantità e la qualità di musica che questa regione ogni anno mette in commercio se consideriamo che la "vague bretonne" si è estinta da tempo e che oramai la canzone è un gigantesco cimitero dove interi straordinari cataloghi spariscono definitivamente e tesori formidabili che se ne vanno irrimediabilmente perduti. I poteri pubblici che sembrano salvaguardare ogni cosa non proteggono la canzone che non porti grandi guadagni economici, al mercato francese, come a quello italiano, nessuna canzone interessa davvero. Kenavo. 

La videoplaylist



Flavio Poltronieri

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