Daniele Silvestri – La terra sotto i piedi (Sony Music, 2019)

Per un artista che ha raggiunto il successo e la popolarità “salendo” sempre più su, deve risultare anche facile giocare con le sue stesse metafore, ribaltarle, rimodularle, adattarle all’età, all’esperienza, all’umore, agli odori. Quelli magari del “Concime”, canzone dell’album “La terra sotto i piedi” che ci sembra essere la sintesi del percorso narrativo, non solo di questo ultimo progetto di Daniele Silvestri ma, forse, di tutta la sua carriera artistica. Stiamo parlando di venticinque anni di musica d’autore: venticinque come l’“Argento Vivo” del brano presentato all’ultimo Festival di Sanremo, scritto e interpretato con Manuel Agnelli e Rancore. Un pezzo vero, rivolto non tanto ad una platea di adolescenti, ma ad un mondo di adulti, di cinquantenni bambini che hanno cresciuto i propri figli con disattenzione, dentro una gabbia senza finestre. E va detto che forse è proprio questo il tema che fa da filo conduttore all’intero disco: il fallimento di una generazione che rischia di portare al disastro anche quella successiva. Oppure no, perché con tutto l’ottimismo di cui è capace un realista romantico, il cantautore romano riesce a inquadrare, fermare e fotografare un mutamento in atto verso il bene – seppur timido - in “Qualcosa cambia”, pezzo che individua tante ragioni per sperare ancora. Perché a sentirlo bene questo disco sembra quasi non lasciare scampo e respiro. L’invettiva è sarcastica quando deve e feroce quando sente e non permette via di fuga. Ce ne ha per tutti Silvestri: ce l’ha con il linguaggio inutilmente trash della Trap, ce l’ha con il mondo virtuale dei social senza virtù, ce l’ha con i fan – seguendo qui un percorso amato dagli artisti che suonano, a partire dal “Cantautore” di Bennato, passando per “L’avvelenata” di Guccini, sostando dalle parti di Ligabue con “Caro Francesco” e trovando la sintesi in De Gregori (Guarda che non sono io…) – ce l’ha, insomma, col mondo come si rappresenta ogni giorno… magari si arrabbia un po’ meno - in nome del cuore e dell’amore - col giovane che si innamora in “Scusate se non piango” e non riesce a impegnarsi. L’amore è un tasto dolente in questo disco; dell’amore di coppia si indaga l’errore, il momento che rompe l’equilibrio, l’impossibilità di tornare indietro quando si ama “male”. Eppure anche qui il romantico realismo si affaccia: in tutto il disco, insomma, non vi è nessuna ansia luddista, non vi è nessun atteggiamento vecchio di rimpianto per qualcosa che non c’è più. C’è, casomai, il modo di Daniele Silvestri per dire che la sua generazione ha perso, c’è di Gaber un residuo di illogica allegria, c’è infine la speranza di poter immaginare come andrà quando sarà capace d’amare. In sintesi, la notizia è che Daniele Silvestri ha fatto un ottimo disco, forte, vero. Daniele Silvestri c’è: c’è per l’arte e c’è per la canzone d’autore nel senso più pieno del termine, attraversando i generi musicali, osando tra elettronica, rap e qualche suono che arriva quasi all’improvviso dalla Dance – alla vecchia maniera - in qualche rarissimo momento. La voce taglia, non lascia spazi, non dà tregua. Non c’è un altro modo per dirlo: “La terra sotto i piedi” è un album davvero “tosto”, proprio come la terra quando è dura, seccata dal sole, con qualche spaccatura come cicatrice. Fino a che non arriva la pioggia a far crescere qualcosa di nuovo. 


Elisabetta Malantrucco

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