(a cura di) Ali C. Gedik, Made in Turkey: Studies in Popular Music Routledge, 2018, pp. 260, £110, 00, ebook £20,00

Il volume di cui ci occupiamo fa parte della collana Routledge Global Popular Music, diretta da Franco Fabbri e Goffredo Plastino, interamente costituita da monografie “nazionali” dedicate agli studi sui repertori musicali altri rispetto alla produzione anglo-americana. Con la curatela di Ali C. Gedik, professore associato di musicologia all’Università Dokuz Eylül, co-fondatore e curatore del Journal of Interdisciplinary Music Studies, “Made in Turkey” offre una composita panoramica di taglio storico, sociologico e musicologico sulle produzioni musicali nel Paese anatolico. Preceduta da una prefazione scritta in memoria di Şehvar Beşiroğlu, musicista e musicologa scomparsa nel 2007, l’introduzione di Gedik (“Struggling with and Discussing a ‘Republic’ through Popular Music”) è volta alla fornire le coordinate terminologiche e a passare in rassegna lo sviluppo degli studi di popular music in Turchia. I successivi sedici saggi sono organizzati in quattro sezioni tematiche e un’appendice, che testimoniano non soltanto la natura interdisciplinare dell’oggetto di studio, ma riflettono la pluralità di approcci. Tale richiamo all’incrocio tra diversi saperi accademici, strumenti concettuali e apparati metodologici è parte dello stesso statuto dei popular studies, consentendo di aggredire la complessità dei repertori contemporanei destinati alla riproduzione di massa. Della prima sezione, “Histories”, imperniata su saggi che ricompongono la storia della popular music in Turchia, fanno parte i contributi di Volkan Aytar (“Legacies, Continuities, and Breaks: Musical Entertainment in the Byzantine and Ottoman Empires and the Republic of Turkey”), di Şehvar Beşiroğlu e Gonca Girgin (“Entertainment Spaces, Genres, and Repertoires in Ottoman Musical Life”), di Ali Ergur (“A Topography of Changing Tastes: The 12-Tone Equal-Tempered System and the Modernization of Turkish Music”) e di Özgür Balkiliç (“Music Reform in Turkey: On the Failures and Successes of Inventing National Songs”). Nella seconda sezione (“Politics”) il raggio d’azione si sposta su questioni politiche inerenti alla popular music messa in relazione al contesto mediatico locale e alla globalizzazione, non potendo prescindere dal portato della teoria dell’egemonia di Stuart Hall. Si parte dal song contest nazionale analizzato da Levent Ergun (“The Golden Microphone as a Moment of Hegemony”), per proseguire con gli studi di Ali C. Gedik (“Class Struggle in Popular Musics of Turkey: Changing Sounds from the Left”), di Ayhan Erol (“The Glocality of Islamic Popular Music: The Turkish Case”) e di Koray Değirmenci (“Politics of World Music: The Case of Sufi Music in Turkey”). La terza sezione (“Ethnicities”) mette al centro le minoranze (Armeni, Curdi e Rom), e le loro pratiche musicali popular. Questa parte è aperta da Burcu Yildiz (“Ethnic Spaces and Multiculturalism Debates on Popular Music of Turkey”), il quale discute le trasformazioni politiche e sociali a partire dagli anni Novanta del XX secolo, l’affermarsi della nozione di multiculturalismo e la storia dei repertori “etnici” con uno sguardo all’influenza araba e al ruolo degli armeni anatolici. Seguono i saggi di Ozan Aksoy (“Kurdish Popular Music in Turkey”), con la rassegna sulla storia della musica curda nello scenario popular turco, e di Özgür Akgül (“Romanistanbul: City, Music, and a Transformation Story”), sulla componente Rom, la cui portata artistica diverge da altri gruppi, considerato il contributo dei musicisti di origine romanes a una varietà di pratiche musicali, dall’arabesk alla world music. L’ultima sezione (“Genres”) propone tre interventi: nel primo, Betül Yarar punta l’attenzione sul genere arabesque (“Arabesk: Looking at the History of Popular Meanings and Feelings in Turkey”), mentre Songül Karahasanoğlu esplora il ruolo dell’aerofono mey, confrontandolo con il ruolo di altri strumenti simulacro delle regioni prossime alla Turchia, come il balaban e il duduk (“The Rise of a Folk Instrument in Turkish Popular Music: The Mey”). Ancora, Aykut Çerezcioğlu presenta un caso di studio incentrato sulla scena metal di Smirne (“Global Connectivity and the Izmir Extreme-Metal Scene”). Infine, l’appendice propone “Turkish Popular Music in Global Perspective”, un contributo di Martin Stokes che mette a fuoco il suono popular dalla prospettiva cosmopolita di un outsider; nella post-fazione Tayfun Bilgin intervista Cahit Berkay, figura leggendaria della pop music turca, fondatore del gruppo Moğollar e compositore cinematografico (“Days of Anatolian Pop: A Conversation with Cahit Berkay”). Nel discutere di questo importante studio collettaneo, non si può prescindere da un’ultima considerazione: “Made in Turkey” è stato ideato nel 2012, ma negli anni successivi la Turchia ha attraversato eventi sociali e politici cruciali, dalle proteste di Gezi Park e Piazza Taksim, in cui le musiche pop e jazz (grande assente dal volume, ma indubbiamente merita un solido discorso a parte) hanno rivestito un ruolo importante, fino al tentativo di colpo di stato del 2016, strumentale nell’attacco alle opposizioni politiche, cui sono seguiti licenziamenti di docenti universitari e arresti di massa anche di musicisti. La stessa Yarar, che ora insegna all’Università di Brema ed è tra gli autori del libro, ha ricevuto minacce di morte, è stata licenziata ed è stata a rischio di arresto. Insomma, “Made in Turkey” – scrive Gedik – «è un atto di resistenza in tempi politici e sociali difficili». 

Ciro De Rosa

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