Josef Zawinul, koinè musicale e poesia sonora senza tempo

“Suond-hology” compositiva
Continuò a esibirsi senza sosta fino all’agosto del 2007. Nel mese di luglio compì settantacinque anni. Per il compleanno, venne organizzato un concerto a Lugano con “The Zawinul Syndacate”. Dalle immagini traspare la sua forza d’animo e la grinta dei giovani collaboratori. Incalzante il ritmo delle esecuzioni, come “Orient Express”.  Il Gruppo aveva avuto inizio nel 1986. Varie le formazioni che si avvicendarono. Nei dischi realizzati in studio o nelle diverse tournée, vicino al Maestro suonarono musicisti provenienti da ogni parte del mondo, tra cui (in ordine sparso) Arto Tuncboyaciyan, Sabine Kabongo, Richard Bona Alegre Correa, Linley Marthe, Manolo Badrena, Karim Ziad, Amit Chatterjee, Aziz Sahmaoui, Burhan Öçal, Alex Acuña e Trilok Gurtu. 
L’idea di abbattere barriere e confini con la musica, dando unitarietà formale alle diverse composizioni, faceva parte della visione cosmopolita di Zawinul, capace di comprendere tutto il genere umano all’interno di una stessa famiglia musicale, scegliendo di collaborare con esecutori di livello, dotati di speciale carica espressiva, rappresentativa di un sapere musicale locale. Dichiarò che «… Le musiche popolari sono tutte uguali e tutte diverse, per questo si possono unire. Ma detesto la parola contaminazione. Preferisco confronto. Lo spirito che anima queste musiche è spesso quello della tenacia nel conservare la propria cultura. In certi casi è uno spirito guerriero e appassionato, perché il pericolo dell’ estinzione incombe…». Alcuni hanno ipotizzato che con questa formazione diede inizio alla cosiddetta “world music”. Il tema è spinoso ma, francamente, poco ci interessano le etichette, poiché preferiamo tendenzialmente considerare la musica come “corpus unicum”. Zawinul fu musicista e compositore concreto, non avvezzo a disperdersi in generiche concettualizzazioni. I risultati artistici furono frutto di un intenso vissuto esperienziale, sintesi di confronti avuti nel corso dei decenni con un numero elevato di musicisti afro-americani e internazionali, all’insegna dell’amore verso la musica (soprattutto strumentale) e dei sani principi di libertà espressiva e improvvisativa. Aveva carattere. Sceglieva i collaboratori con scrupolo e senso critico; sapeva ciò che desiderava suonare e rifiutò allettanti offerte, considerate per lui poco convincenti sul piano professionale. Storiche sono rimaste le collaborazioni in studio (non volle partecipare nelle tournée) con Miles Davis. Quest’ultimo, tra il 1968 e il 1969, eseguì, secondo personale interpretazione, diverse musiche scritte da Zawinul, quali “Directions No. 1 e 2”, “Ascent”, “Orange Lady”, “Recollections”,  “Pharaoh’s Dance”, “Gemini”, “Double Image”, “Take It Or Leave It” e  “In A Silent Way”, da cui prese il titolo un noto album. Nel 1971, Davis scrisse encomiabili parole in copertina a “Zawinul” (1971), album omonimo.  In pochi anni, divenne uno dei massimi esperti di strumentazione elettrica ed elettronica e il poeta di suoni e musiche che tutti conosciamo. Poeta (con tratti d’introversione), forse, lo era sempre stato. Non cercò mai visibilità gratuita, ostentando virtuosismo fine a se stesso. Con metodo, si aggiornò tecnologicamente e studiò le possibilità offerte dalla nuova strumentazione. Un campo di ricerca infinito, dove è indispensabile sperimentare con creatività le potenzialità dei “dispositivi” musicali. 
Lo studio, inizialmente, richiede di mettere in discussione (o perlomeno di rivedere radicalmente) i parametri della teoria tradizionale, di concepire le vibrazioni sonore in tutta la loro estesa dimensione, superando convenzioni e vetuste divisioni. I rumori entrarono prepotentemente a far parte dell’estetica moderna, soprattutto a partire dalle sperimentazioni futuriste e dalle registrazioni/manipolazioni dei suoni dell’ambiente. Rumore usato per fini espressivi, per unire, per provocare effetti di tensione e di rilascio, per generare contrasti rispetto a timbri, melodie e polifonie ottenute mediante strumenti acustici.  Chi utilizza l’elettronica e il digitale sa di doversi cimentare in una sperimentazione continua, spesso confrontandosi con più “devices”, cui corrispondono specifici tasti, pedali, manopole, cavi, interruttori, che permettono di approfondire mondi sonori inesplorati. Fissare quanto appreso, ricordarsi come ottenere un certo effetto, un particolare timbro, specifiche armonie (…) non è facilmente codificabile. Per questa ragione, spesso si ricorre alla memorizzazione registrata (record). Zawinul una volta dichiarò di aver organizzato nella sua “music room” un personale e ricco catalogo di registrazioni, da utilizzare all’uopo secondo specifiche esigenze improvvisative e compositive.   

Dall’America al successo internazionale
Vivendo in America nella seconda metà del Novecento, ebbe modo di conoscere le più avanzate sperimentazioni musicali e le mode giovanili, più o meno stimolate dall’industria discografica. Grazie al continuo confronto con altri musicisti e allo studio, negli anni maturò uno stile originale e personale. 
Fervida mente compositiva, verosimilmente Josef Zawinul fu l’unico europeo a segnare in modo significativo un periodo della storia del jazz, perfezionando via via un modo coeso di intendere la composizione, unendo mirabilmente la ricchezza espressiva del jazz con la vivacità ritmica e timbrica della musica elettrica, elettronica ed etnica. Possedeva senso pratico e conosceva le regole del libero mercato. La musica dei “Weather Report” è “crossover”: riuscì a conquistare nel mondo un pubblico eterogeneo. Abbiamo bene impresse le infervorate reazioni del pubblico nei concerti “live”, ai tempi del capolavoro discografico “8:30” (doppio LP, 1979).  Contiene composizioni e registrazioni che, a distanza di anni, continuano a conservare straordinaria modernità. Sono affreschi di poesia sonora, orchestrata con ricercatezza da Zawinul, maestro nella gestione dei suoni e dei timbri, utilizzando tecnologie e strumentazioni avanzate, quali “Prophet 5”, “ARP Quadra bass”, “Korg vocoder” e varie tastiere elettroniche. Prodigiosa è l’amalgama compositiva, realizzata dal quartetto, supportato tecnicamente da raffinati ed esperti ingegneri del suono (ben sette, tra registrazione e missaggio).  Wayne Shorter - sassofonista e fondatore del Gruppo insieme a Zawinul - è leggenda vivente del jazz. Pacato, equilibrato, incisivo, capace di spaziare dalla melodia cantabile alla brillante, sfrenata ed esasperata comunicativa sonora tipica del “free”. Si erano conosciuti alla fine degli anni Cinquanta, in seguito entrambi collaborarono (a vario titolo) con Miles Davis.  Commovente è il loro abbraccio durante un concerto live dell’agosto 2007, al “Veszprem Festival”, in Ungheria. Zawinul era seriamente malato, da poco era deceduta la moglie. Lo si vede sul palco provato, ma fino all’ultimo impegnato a fornire il proprio contributo per il raggiungimento di una performance ottimale. Dava sempre il massimo e lo stesso richiedeva ai suoi collaboratori.  
In quell’occasione salutò l’amico di una vita, tra i calorosi applausi del pubblico. Commosso, ringraziò, evidenziando più volte la parola “friendship”, quella vera che i due avevano sperimentato, fianco a fianco, per alcuni decenni, salendo sui palchi di tutto il mondo, ovunque acclamati e riconosciuti quali indiscutibili fuoriclasse.  Come compositori, Zawinul e Shorter marcarono indelebilmente lo stile del jazz degli anni Settanta, da alcuni definito “fusion”, da altri “jazz-rock”. L’improvvisazione è uno dei fondamenti nella sintesi poetica zawinuliana, ma i brani eseguiti dai “Weather Report” sono anche gioielli di equilibrio formale, pur nella varietà ritmica e timbrica. Nelle interviste era solito ripetere che «l’improvvisazione non viene dal cervello: è pre-cervello. È molto più veloce (…)». Rispetto a questa specifica abilità sapeva di possedere particolare talento. È sempre istruttivo rivedere i filmati d’epoca, nei quali improvvisa, passando da una tastiera all’altra, miscelando in tempo reale suoni, timbri e armonie. Naturalmente, nel Gruppo di “8:30”, si distinsero per maestria e stile anche Jaco Pastorius - basso “parlante”, brillante esecutore dal tocco e dal suono inconfondibile ottenuto con il “fretless” - e Peter Erskine, virtuoso batterista, vero “martello pneumatico”, instancabile sostegno ritmico in tutte le esecuzioni. 

Esperienze musicali eterogenee e cosmopolite
Solo di passaggio, ricorderemo alcune tappe del percorso artistico d Josef Zawinul. Alla fine degli anni Cinquanta, suonò nella band di Maynard Ferguson; per oltre un anno e mezzo, nel gruppo della cantante Dinah Washington. Seguirono alcuni tour con Sweets Edison e Joe Williams. Nel 1961, entrò a far parte dell’ “Adderley Quintet”. Vi restò dieci anni. Per Julian Adderley (“Cannonball” era un soprannome) scrisse una cinquantina di composizioni (la più nota, “Mercy, Mercy, Mercy”, 1966). Tra i dischi solisti del periodo: “Money in the Pocket” (1965) e “The rise and fall of the third stream” (1966).
L’esperienza dei “Weather Report” iniziò nel 1973, con l’album “Sweetnighter”. Si concluse nel 1985. Con diverse formazioni, il Gruppo arrivò a realizzare quindici album (normalmente, ben apprezzati dalla critica internazionale), tra cui “8:30”, capolavoro citato, vincitore di “Grammy award”. Nell’estesa produzione zawinuliana, evidenziamo “Dialects” (“Di.a.lects”, 1986), in cui collaborò il cantante Bobby McFerrin. Tra le storiche esecuzioni in duo, quelle con il pianista Friedrich Goulda, il percussionista indiano Trilok Gurtu e il chitarrista inglese John McLaughlin. Formato nel 1988,  “The Zawinul Syndicate” mostrò originalità e capacità espressive sin dalle prime incisioni: “The Immigrants” (1988), “Black Water” (1989) e “Lost Tribes” (1992). Zawinul arrangiò e produsse un album del cantante maliano Salif Keita, il quale partecipò pure a “My People” (1996), comprendente registrazioni “live” tra il 1992 e il 1996. Nell’opera, il compositore viennese confermò particolare sensibilità nel far interagire musiche di numerose culture, intrecciando diversi stili secondo originale sapienza. Più di trenta i musicisti coinvolti, alcuni dei quali in precedenza menzionati. 

To you: In memoriam. A te, “dear” Josef, bambino segnato dalla guerra, amante della natura, dell’indipendenza e della libertà, affettuoso padre di famiglia, per tutta la vita “on the road”, acclamato sui palchi di tutto il mondo, esploratore di suoni, ideatore di “groove” coinvolgenti, di linee di basso indimenticabili, capace di costruire in modo armonico il “climax” compositivo. A te, creativo miscelatore di ritmi e timbri, valorizzatore delle culture altre, universalista e utopista filosofo della musica, nelle esecuzioni capace di sprigionare energia giovanile e rinnovata. A te, “commendable” Joe, impegnato a dare il massimo a favore della musica, attento conoscitore e scopritore della tecnologia moderna, immerso a vario titolo nel mercato discografico, “privo di cliché e libero dentro” (come scrisse Miles Davis). A te, che eri capace di selezionare con criterio i collaboratori e che ci hai saputo donare indimenticabili momenti, quando ascoltavamo con entusiasmo le tue composizioni. A te, “superlative” Joe, amante della boxe, che sapevi apprezzare il nettare di Bacco, noi alziamo il calice, dedicandoti queste brevi note, con stima e ammirazione, con l’auspicio che i posteri sappiano valorizzare il tuo sapere, con l’humanitas che ti ha sempre contraddistinto: “Ad maiora, unforgettable composer: wir trinken zu ihrem Gedächtnis: chapeau!”


Paolo Mercurio

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