Aga Khan Music Awards, Fondazione Gulbenkian, Lisbona, 29-31 marzo 2019

Nasim Siabishahrivar (Foto di AKDN/Bruno Colaço)
La quarta artista della mattina è stata la cantante iraniana Nasim Siabishahrivar, accompagnata sulla viella ad arco a puntale kamanche, che ha proposto un itinerario nel sistema (radīf) persiano che alternava momenti di canto non misurato (avāz), nei quali la solista dialogava con la viella, dimostrando una padronanza strabiliante delle tecniche vocali dette tahrir, segno distintivo del cantante di musica d’arte, ad episodi di canto misurato, in unisono con la viella, talora sostenuti da lei stessa sul tamburo a cornice dayre, su versi della lirica classica persiana. Nel pomeriggio la seconda sessione si è aperta con Reza Parvizade, suonatore di kamanche del Lorestan, regione dell’attuale Iran, che ha proposto un lungo set fatto di un’unica improvvisazione nell’asciutto stile regionale del Lorestan, con un finale nel radīf persiano classico. È stata poi la volta della cantante, compositrice e suonatrice palestinese di ‘ūd e di qanūn Huda Asfour, accompagnata da un violoncello elettrico. La Asfour ha presentato un set di quattro brani, tutti composti da lei o da amici, nei quali ha messo in gioco tutti i suoi talenti, la bella e intensa voce e il gioco strumentale, spaziando tra varie ispirazioni, orientali e occidentali, su tutte il flamenco. 
Nai Barghouti (Foto di AKDN/Bruno Colaço)
Dopo di lei un’altra palestinese, la cantante, compositrice e flautista Nai Barghouti, che vive oggi tra Amsterdam e il mondo, accompagnata da qanūn e percussioni (darbuka, riqq); dopo un brano iniziale nello stile del canto arabo tradizionale, la solista ha sorpreso tutti per la disinvoltura con cui è passata d’un tratto ad una fluida improvvisazione vocale (scat) in stile jazz, con momenti toccanti in pianissimo, per poi passare al flauto, suonato con maestria, e ritornare ad alternare composizioni proprie (di cui una su testo della poetessa mistica irachena dell’VIII secolo Rābiʿa al-ʿAdawiyya) ad improvvisazioni, tra tarab e jazz, in totale interplay con i suoi giovani colleghi. Di là da pose programmatiche, il tutto è suonato convincente ed emozionante al punto che la musica e il carisma naturale di Nai Barghouti hanno provocato una spontanea standing ovation tra il pubblico di selezionati esperti. Il quarto artista del pomeriggio è stato un suonatore di Calcutta, Sougata Roy Chowdury, al liuto sarod, in duo con le tabla. Chowdury, indicato dai nominators come uno dei giovani emergenti nella musica d’arte indostana, ha suonato un set secondo i canoni del raga, iniziando con un alap meditativo a ritmo libero che gradualmente ha portato all’ingresso delle tabla e agli scambi virtuosistici serrati e veloci in tintaal nel finale, 
Abeer Nehme (Foto di AKDN/Bruno Colaço)
il tutto condotto nei canoni della più nobile tradizione e del gioco strumentale sul sarod tipico della scuola di Ali Akbar Khan. È stata poi la volta della cantante libanese Abeer Nehme, accompagnata da un suonatore di qanūn, da un percussionista e da un polistrumentista che alternava flauto ney e viella yayli tanbûr entrambi della tipologia ottomana. Abeer Nehme viene presentata, giustamente, come “All Styles Specialist” e i suoi venticinque minuti sono infatti trascorsi tra un brano nella tradizione araba, su testo del mistico iracheno del IX secolo al-Hallaj, per poi passare a “Gitme”, brano della tradizione leggera turco-azera, seguito da un brano marocchino, da uno del repertorio folk del Kurdistan iraniano per concludere con un brano proveniente dal corpus del Muwashah di Aleppo. Ogni brano veniva presentato impeccabilmente nei canoni dello stile prescelto; nella mia stolidità, non capisco se questo andare di fiore in fiore sia una scelta programmatica o una assenza di focus, sia come sia, risplende la maestria di Abeer in tutti gli stili. Dopo una pausa necessaria in questa intensa giornata, la terza sessione è iniziata con Shahou Andalibi, polistrumentista, cantante, direttore di ensembles ma soprattutto maestro del flauto ney persiano (ney haftband): 
Arash Mohafez (Foto di AKDN/Bruno Colaço)
Andalibi ha proposto un set di improvvisazione per solo ney, alternata ad un episodio nel quale Andalibi ha cantato i primi diciotto distici del poeta del XIII secolo Mowlana Jalāl-ud Dīn Rūmī, dedicati al flauto ney, che aprono il suo monumentale Masnavī. Anche Andalibi, come altri prima di lui in questi Awards, si è dimostrato il rispettoso esponente attuale di una tradizione secolare. Dopo di lui è stata la volta di un altro esponente della tradizione persiana, Arash Mohafez, cetra percossa santūr, accompagnato sul tamburo a calice detto zarb oppure tombak. Mohafez è musicista e musicologo e ha proposto un repertorio di brani del XVII secolo detti ajamlar, o alla turca acemler, attribuiti ad anonimi musicisti “persiani” conservati in manoscritti ottomani. Il corpus di queste composizioni era ignorato sino a tempi recenti dalla tradizione iraniana e la riscoperta di questo repertorio ne ha ampliato la prospettiva storica. Le improvvisazioni solistiche di Mohafez preludevano alle composizioni degli ajamlar, scandite sullo zarb in cicli ritmici presenti ancor oggi nella musica ottomana: oltre alla maestria di Mohafez, va apprezzata la possibilità di ritrovare un terreno comune tra le due tradizioni, ottomano-turca e persiana-iraniana, distanziatesi sempre più dopo il XVIII secolo. 
Burak Kaynarca (Foto di AKDN/Bruno Colaço)
Da questo set di ponte tra culture musicali, si è passati alla performance di Burak Kaynarca, suonatore turco di liuto ‘ūd, che ha alternato episodi improvvisati (taksīm) a composizioni moderne, soprattutto nelle forme dell’aksak semāī, dalle quali emergeva la padronanza dello strumento e di uno stile definibile come turco novecentesco. Chiudeva la sessione il travolgente Asian Khan Langa, canto e viella sarangi, accompagnato dal tamburo bifacciale dholak. Il duo ha proposto brani della tradizione Folk del Rajahsthan, con episodi di improvvisazione vocale in sillabe nonsense (sargam) che hanno animato il pubblico festante. Dopo una lunga pausa, nella quale la giuria aveva il compito non invidiabile di affidare l’unico premio previsto, è arrivato il verdetto che ha premiato, senza che ci siano stati dubbi o discussioni, il giovane cantante e suonatore di ‘ūd egiziano Mustafa Said, incredulo. Nell’opinione unanime dei musicisti e degli addetti ai lavori, il premio a Said è stato meritatissimo ma insieme a Said ha colpito la giovane Nai Barghouti. Il 31 marzo sera si è avuta la consegna dei premi alla carriera ai musicisti laureati, premiati dai due Aga Khan, i principi Karim e Amyn, suo successore, e dal presidente della repubblica del Portogallo. 
Siar Hashimi, Homayun Sakhi
and Abbos Kosimov (Foto di AKDN/José Fernandes)
L’Aga Khan Music Award (AKMA) in Music Creation è andato alla compositrice azera Franghiz Alizadeh, che ha eseguito una sua composizione per pianoforte preparato. L’AKMA in Preservation, Revitalisation, Dissemination è stato attribuito al Gorminj Museum di Dushanbe, Tajikistan, museo di strumenti e cultura musicale; quello in Music Education è stato attribuito all’Omnibus Ensemble, con sede a Tashkent, Uzbekistan, e al pilastro della tradizione dello shash maqom, l’uzbeco Farhod Halimov, che dopo la premiazione ha proposto un brano per voce e liuto tanbur, accompagnato dal tamburo a cornice doira, selezionato dal corpus dello shash maqom uzbeco-tagiko. L’Award per la Social Inclusion è andato alla giovane tunisina Badiaa Bouhrizi, che dopo aver ritirato il premio ha eseguito una sua canzone accompagnandosi sulla chitarra, affiancata da un solista tunisino di viola d’amore. L’AKMA in Distinguished and Enduring Contribution to Music è andato all’iraniano Dariush Talai, solista dei liuti a manico lungo tār e setār, ben noto anche in Europa, che dopo il premio ha eseguito un brano per setār tra improvvisazione e composizione. Il Patron’s Award è stato attribuito al grandissimo cantante iraniano Mohammad Reza Shajarian, leggenda vivente della tradizione, purtroppo gravemente ammalato. Per rendergli omaggio tutti i musicisti iraniani presenti agli Awards hanno suonato un suo noto successo, cantato dalla figlia Mozghan Shajarian. Dopo l’Award in Music Performance, attribuito al giovane cantante e suonatore di ‘ūd egiziano Mustafa Said, un secondo Award in Distinguished and Enduring Contribution to Music è andato a Ballaké Sissoko, arpa-liuto kora, e alla diva Oumou Sangaré: le loro vivaci performances hanno trascinato il pubblico che gremiva l’Auditorium Gulbenkian. La cerimonia è stata conclusa dal discorso dell’Aga Khan Karim e del presidente della repubblica portoghese, che sono passati poi a premiare tutti i singoli artisti che hanno animato questi indimenticabili tre giorni di musica e cultura. 


Giovanni De Zorzi

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