Maithree – Maithree, the Music of Friendship (Innova Recordings, 2018)

L’arte della Saraswati vīņā. Intervista a Nirmala Rajasekar, virtuosa dello strumento della musica carnatica indiana

Se al sitar, in Occidente, si associa immediatamente il nome di Ravi Shankar, nel prossimo futuro si parlerà di Nirmala ad ogni menzione della Saraswati vīņā. Lo strumento è un liuto piriforme dal lungo manico, decorato all’estremità con l’intarsio di una testa di drago. Dotata di ventiquattro tasti, quattro corde melodiche e tre simpatiche, è centrale nella musica carnatica, tradizione del India merdionale risalente a 2000 anni fa. L’incontro con lo strumento avviene alla tenera età di sei anni a Chennai in India, sua città d’origine. La carriera solista comincia poco più tardi, ma viene accantonata dopo il matrimonio e il trasferimento in Minnesota. Nel 2006 Nirmala abbandona il mondo informatico per dedicarsi completamente allo strumento, da allora insegna a tempo pieno e passa un quarto dell’anno in tour attorno al globo. Ai concerti si affiancano numerosi premi e riconoscimenti, tra cui le Bush e McKnight  Fellowship. L’educazione è centrale nella sua crescita musicale: accompagnata dall’infanzia dai più illustri guru della vīņā carnatica, Nirmala divulga l’antica tradizione attraverso l’insegnamento presso il Naadha Rasa Center of Music, di cui è fondatrice e direttrice artistica. L’artista fa parte del consiglio direttivo dell’American Composers Forum, di cui è il primo membro di origine indiana. 
Nel 2016 fonda il progetto Maithree, con Michelle Kinney al violoncello, Pat O’Keefe ai clarinetti e sassofoni, Tim O’Keefe alle percussioni e Thanjavur Murugaboopathy al mridangam, tamburo a due membrane tipico della tradizione carnatica e del dhrupād indostano. L’ensemble celebra l’incontro e il dialogo tra le due tradizioni e tra i cinque musicisti, che collaborano da anni in diversi progetti.

La sfida di riunire identità sonore così variegate non è semplice, come l’avete affrontata?
Tutti i musicisti che mi accompagnano in questo viaggio aderiscono ad una mentalità comune orientata verso improvvisazione, condivisione e sperimentazione, eseguite nel rispetto dell’integrità dei brani. Cerchiamo sempre di impegnarci in questo senso, ma lasciandoci trasportare l’uno dall’altro, e questo include il nostro fonico. Per un disco come questo, che è fortemente improvvisato, è difficile sapere come il risultato finale suonerà. Il team intero ci ha dato tanti consigli, come utilizzare il metronomo in “Sublime Journey”, scelta necessaria a cui mi ero inizialmente opposta. Il pezzo è molto complesso e ha sicuramente tratto beneficio dalla scelta. Questo era lo spirito dell’album, tutti i collaboratori avevano lo stesso obiettivo: mescolare generi e anime diverse.

Come avete mediato tra una tradizione orale ed altre, presumo, fortemente legate al testo musicale?
Questa è una domanda molto interessante. Sono terribile con la scrittura di partiture, è qualcosa che mi sono sforzata di imparare ma ho perso di vista. Pat si occupa della trascrizione dei pezzi: se sono io a comporli li registra e si presenta alle prove con la partitura per gli altri, io ho solamente delle note strutturali e non controllo gli spartiti. Questo può portare a malintesi. Ad un concerto con annessa conferenza ci siamo resi conto che l’intera band contava, da più di due anni, il pezzo “Maithree” su quello che per me era il levare! Nessuno di noi se n’era accorto, che dimostra che diverso non significa necessariamente sbagliato, avevano creato una tessitura che supportava la voce perfettamente. Siamo tutti molto aperti ad osservazioni, spesso correggo l’intonazione per esempio, o eventuali note sbagliate. Gli altri musicisti sanno che vengo da una tradizione che ha una grammatica musicale molto dettagliata e spesso mi chiedono spiegazioni o consigli riguardo i raga o gli ornamenti.

Il pezzo d’apertura è curioso e inaspettato, da dove nasce l’idea di arrangiare una giga irlandese?
È un pezzo interessante e mi è molto caro, l’idea di arrangiarlo è stata di Michelle. Il brano è del diciassettesimo secolo ed il compositore, se non erro, era cieco. Dubito si aspettasse che la sua composizione sarebbe stata suonata da una vīņā, spero non si stia rivoltando nella tomba! Piccolo aneddoto, mandai il disco a mio padre e mi disse: «bello, ho sentito i primi due brani, però non c’era la vīņā». Mi ha fatto un complimento inaspettato perché se la vīņā si è amalgamata così bene col resto degli strumenti da renderla irriconoscibile persino per mio padre, allora ho fatto un buon lavoro

In che modo pensi Maithree stia contribuendo ad arricchire il panorama artistico?
L’arte sta perdendo il lustro che le è sempre appartenuto, lo vediamo nella distribuzione dei finanziamenti nelle scuole. Ho lavorato per anni nell’informatica, e ogni collega ha un lato artistico che coltiva in qualche modo. Similarmente, gli artisti devono avere senso di simmetria e proporzione, conoscere il proprio corpo, la geometria, la matematica e le frazioni. Stiamo perdendo questa connessione tra discipline essenziali l’una per l’altra. Credo che Maithree dia un buon esempio in questo senso, mostrando la convivenza tra arte e scienze, tra persone diverse, tra culture diverse.

Piani futuri per il progetto?
Il mio sogno è di allargare il progetto ad altri strumenti, cosa che abbiamo già fatto live con contrabbasso, chitarra e oud. Non mi dispiacerebbe creare una big band da dieci o dodici elementi, alcuni dei quali fissi ed altri ospiti a rotazione. Ho suonato come ospite in molti ensemble, così come han fatto gli altri artisti di questa formazione. “Maithree” in sanscrito significa famiglia, e vorrei allargare questo albero il più possibile. Vorrei includere poeti, attori e ballerini, la musica indiana è sempre stata una piattaforma di aggregazione per diverse forme artistiche e non. L’idea è di creare qualcosa di grande ed inclusivo da condividere con questa grande famiglia di anime sensibili.



Maithree – Maithree, the Music of Friendship (Innova Recordings, 2018)
“Maithree, the music of friendship” è l’agile segno lasciato sulla tela da artisti con tavolozze differenti, ma i cui colori variopinti si mescolano con grazia ed equilibrio. Il cuore del disco è l’esperienza carnatica della fondatrice di Maithree, Nirmala Rajasekar. La musica, tuttavia, si contamina in più istanze con sapori europei ed americani, in un’interazione ben strutturata che lascia spazio a tutte le voci del coro. La combinazione di strumenti è probabilmente una novità assoluta, nonché una scelta audace. Vīņā e violoncello, invero, nascono come strumenti per il registro basso, pur essendo estremamente versatili ed espressivi anche sulle note più acute. La scelta del clarinetto come fiato conferma un’estetica acustica morbida, non particolarmente squillante, ma ricca di armoniche dolci all’orecchio. Ad aprire le danze è la violoncellista Michelle Kinney, a cui è affidata l’introduzione di “Mary O’Neill or Carolan’s Favourite Jig”, giga irlandese in sei ottavi e chiave misolidia, composta a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo. La melodia viene introdotta dalla vīņā e dal clarinetto e subito colpisce la strabiliante abilità comunicativa dei musicisti. La vīņā è, infatti, uno strumento particolarmente predisposto a certi tipi ornamento, in particolare il glissando ed il vibrato microtonale da eseguire con la mano sinistra. Quando il tema è esposto in unisono Pat O’Keefe, clarinettista, minimizza gli abbellimenti scandendo chiaramente le note, concedendo spazio espressivo alla vīņā. Le qualità comunicative del clarino emergono nel brano “Nihavent Oyun Havasi”, dove il fiato ed il cello prendono le redini melodiche, supportati dalla vīņā che li doppia nell’ottava bassa. Segue un’intensa doppietta di soli, con lo slancio dinamico delle percussioni che portano all’unisono conclusivo.  Segue “Sublime Journey”, traccia dal delicatissimo e complesso intarsio ritmico e melodico. Di tutte le tracce è probabilmente la meno improvvisata, caratterizzata da una serie di melodie che sfociano l’una dentro l’altra. Il pezzo toglie il fiato: è un dirompente fiume in piena che non lascia letteralmente tempo per respirare, eccezion fatta per un breve intermezzo di tabla.  Oltre ad essere un’eccellente specialista della vīņā, Nirmala è una squisita cantante. Si può apprezzare la sua voce in due brani, “Maithree (The Music of Friendship)” e “Nanati Baduku”. Il primo è un semplice motivo maggiore che ricorda molto una filastrocca, una canzone conviviale da assaporare in famiglia. Il secondo è invece più teso e cupo, ma più predisposto a rivelare le abilità vocali della leader, che padroneggia con dimestichezza e nonchalance non solo il contenuto melodico del raga, ma anche le tecniche vocali tipiche della musica carnatica. Il canto, non a caso, è storicamente strettamente collegato al suono della vīņā e ne condivide gli ornamenti. Altra piccola gemma dell’album è “Pentatonic (New Beginnings)”, brano in cinque sviluppato su un raga, appunto, pentatonico. Con dieci audaci minuti di durata, il pezzo è tra i più vari, includendo un’introduzione improvvisata, un interessante motivo principale, ed un susseguirsi di soli che include un intermezzo di percussioni. “Maithree, the music of friendship” è un esordio strabiliante per la formazione, ricco ed equilibrato, audace e temerario. Un progetto fusion senza precedenti, che lascia sperare in futuri sviluppi e ancor più coraggiose collaborazioni.

Edoardo Marcarini

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