Maarja Nuut & Ruum – Muunduja (Fat Cat Records, 2018)

La collaborazione fra la violinista/folksinger estone e il connazionale mago dell’elettronica Hendrick Kaljujarv (alias Ruum), già attuata dal vivo nell’arco degli ultimi tre anni, vede la luce anche su CD con questo splendido “Muunduja” (letteralmente “Cambiamenti”). Il disco è prodotto e mixato da Howie B. il producer scozzese considerato uno dei padri putativi del trip hop e a lungo collaboratore (fra gli altri) di Bjork. Rispetto ai due precedenti lavori della Nuut, quest’ultimo è decisamente meno focalizzato sul violino e più sull’ambientazione sonora e sulla voce di Maarja. Rispetto a “Une Meeles” e “Soolo”, più ascrivibili a una sorta di nu folk, il nuovo prodotto è decisamente più collocabile sui versanti di una certa ambient di gran qualità. Grandissimo gusto e grandissima resa sonora (consiglio caldamente l’ascolto in cuffia), oltre a una notevole varietà sonora fra le tracce, sono la cifra di questo disco che accontenterà sicuramente i fan dei precedenti lavori e avrà il merito di far conoscere la Nuut ad un pubblico diverso. Anticipato dal singolo “Kuud Kuulama”, “Munduja” è un lavoro maturo, forse impegnativo ma non ostico né difficile, nel senso stretto del termine; l’obiettivo dichiarato è esplorare la terra di mezzo tra la tradizione e il futuro. La voce di Maarja viene giustapposta alle elaborazioni sonore di Ruum, che spesso si serve di registrazioni del paesaggio sonoro, e il risultato finale è sempre di grande effetto, soprattutto quando è proprio la voce, eterea e intonatissima, a costituire l’ingrediente principale, spesso con la sovrapposizione di diverse parti, come nella conclusiva “Une Meeles” (che non era inclusa dall’omonimo disco) o proprio nella filastrocca “Kuud Kuulama” (significa “Ascoltare la Luna”), dove alla voce e al pizzicato del violino fanno da contrappunto i suoni di Hendrik, abile anche a modificare in diretta la voce della cantante. Altri brani eccezionali, l’iniziale “Haned Kadunud”, tratta da una leggenda baltica, “Kurb Laulik” e l’ipnotica “Mahe”, forse la traccia dove il violino è più presente e lascia poi spazio a un bellissimo organo. Notevoli anche i due strumentali “Käed-Mäed”, “Muutuja” e “Miniature C”, quest’ultimo interamente appannaggio di Ruum. Insomma, un disco sperimentale e bellissimo, nell’ascolto del quale bisogna immergersi totalmente per poterne cogliere toni e sfumature: una nuova possibile e bella declinazione di una world music contemporanea. 


Gianluca Dessì

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