Hossein Alizadeh, Teatro Candiani, Mestre (Ve), 26 gennaio 2019

Nato a Tehran nel 1950, Hossein Alizadeh, ha studiato con alcuni dei principali maestri della tradizione musicale persiana: Ali Akbar Khan Shahnazi, Nur Ali Borumand, Abdollah Davami, Mahmood Karimi, Houshang Zarif. Ha ampliato la sua preparazione nell’ambito della musica colta occidentale studiando composizione e musicologia all’Università di Berlino. Il suo percorso musicale l’ha portato a registrare con tar e setar l'intero corpo del radif persiano, ispirandosi alle interpretazioni di Mirza Abdullah. Dopo la tappa il 25 gennaio al Conservatorio “verdi” di Milano, il 26 gennaio, al teatro Candiani di Mestre, per la rassegna Groove Hossein Alizadeh ha suonato setar e shurangiz accompagnato da Saba Alizadeh, kamancheh, Behnam Samani, daf e tombak, Ali Boustan, shurangiz, musicisti che condividono la partecipazione all’Ensemble Hamāvāyān. La prima parte del concerto ha visto sul bel palco, coperto di tappeti, Hossein Alizadeh al setar acompagnato da Behnam Samani al tombak per una serie di intensi dialoghi improvvisativi su metriche diverse. 
Nato nel 1967 a Tschaher Mahai Bakhtiari in Iran, Behnam Samani ha studiato tombak per 13 anni con Mohebi ad Isfahan e collaborato con solisti quali Paewar, Zarief e Badie. Per la seconda parte del concerto, sono stati raggiunti da Ali Boustan e Saba Alizadeh. Quest’ultimo, nato a Tehran nel 1983, è figlio di Hossein Alizadeh, ed è un virtuoso della viella kamancheh, oltre che un compositore a suo agio anche in ambito visuale ed elettroacustico. Nato in Tehran nel 1969, Ali Boustan è un virtuoso del Setar che ha cominciato a studiare a 14 anni con Mohammad Firouzi e quindi con Ahmad Ebadi prima di cominciare a perfezionarsi nel 1987 e quindi a collaborare con Hossein Alizadeh. Sia Ali Boustan, sia Hossein Alizadeh hanno suonato nel secondo set lo shurangiz, strumento inventato da Alizadeh che espande le qualità del setar passando da quattro a sei corde, permettendo di raggiungere una paletta sonora più completa sia nelle frequenze basse, sia in quelle più acute. A questo strumento, Alizadeh ha già dedicato sia registrazioni come “Shurangiz” (Mahoor, 1988) con gli ensemble Sheida e Aref 
e con la voce di Shahram Nazeri, sia notevoli album in solo come “Moon & Fog” (Hermes, 2009). Al Candiani il dialogo fra i due shurangiz ha permesso di evidenziarne le notevoli doti sia come strumento solista, sia per l’accompagnamento, ricco sia di qualità armoniche, sia di arpeggi bassi agili e ben definiti. Behnam Samani ha sostenuto da par suo lo svolgimento ritmico alternando daf e tombak e ritagliandosi brevi interventi solisti. Maggiormente in evidenza è stato il contributo di Saba Alizadeh che ha proposto un voce propria con il kamancheh, capace di svolgimenti lirici articolati e sempre in controllo delle dinamiche di volume. Difficile staccarsi da questi dialoghi sonori: il folto pubblico del Candiani ha chiesto ed ottenuto più di un bis, rapito da una tradizione musicale che mostra di sapersi continuamente rinnovare e che è troppo raramente in cartellone in ambito italiano. I concerti dal vivo di Hossein Alizadeh continuano con l’Hamavayan Ensemble (Behnam Samani; Ali Boustan; Saba Hosseini e Pouria Akhavass, voce e qeychak; Siamak Jahangiri, ney; Sahar Ebrahim, qanun; Mohammad Enshaee, kamancheh) con tappe a febbraio a Düsseldorf, Monaco, Berlin, Friburgo, Zurigo, Bruxelles. 

Alessio Surian

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