Qluster – Elemente (Bureau B, 2018)

A due anni di distanza dallo splendido “Echtzeit”, i Qluster ritornano con “Elemente”, un progetto pubblicato da Bureau B che connette efficacemente passato e presente. A quasi cinquant’anni di distanza dal lontano 1969, anno di fondazione del primo nucleo storico dei Kluster con Roedelius, Schnitzler e Moebius, la formazione, giunta ormai alla sua terza incarnazione ufficiale, sembra, ora più di prima, desiderosa di ricongiungersi naturalmente allo spirito creativo degli anni settanta e lo fa in primo luogo utilizzando una strumentazione esclusivamente analogica. Seppur ideato con metodi affini a precedenti progetti del gruppo, “Elemente” si distingue per un suono marcatamente elettronico e soprattutto, per l’utilizzo di svariate tastiere d’epoca (tra cui spiccano anche un organo Farfisa e un Fender Rhodes), proprio come ai tempi di “Zuckerzeit”, “Sowiesoso” o “Curiosum”, alcuni tra i lavori più rappresentativi del loro lungo percorso. Le musiche di questo disco sono nate a Schönberg, un remoto villaggio nel nord del Meclemburgo, dove: Hans-Joachim Roedelius, Onnen Bock e Armin Metz, gli attuali membri dei Qluster, si sono incontrati per lavorare al nuovo progetto “Elemente”. Gli otto brani, nella forma definitiva in cui li conosciamo, sono nati selezionando parti specifiche tratte da lunghe improvvisazioni collettive, in seguito rifinite ulteriormente dai musicisti. Nei 9 minuti e 43 secondi della traccia d’apertura “Perpetuum”, l’inconfondibile incedere di un “antico” sequencer, è accompagnato dal vasto assortimento di sintetizzatori analogici, così come in “Xymelan”, “Tatum” o nella “lunare” “Lindow”, composizioni che per caratteristiche sonore sembrano transitarci in tempi lontani… Forse neanche così tanto. In contrasto alle caratteristiche ipnotico/propulsive di questi brani sicuramente più strutturati, trovano spazio anche esperimenti di “eterea distensione” ambient d’impianto più libero come “Weite”, o la conclusiva “Infinitum”, dove densi strati di suono sono immersi in effetti eco. Possiamo ascoltare anche la splendida “Zeno”, guidata da profonde pulsazioni (in assenza di gravità) in cui fa capolino persino un ARP 2600, altro straordinario strumento vintage spesso utilizzato nei dischi del periodo. “Symbia”, ha uno sviluppo simile ed è costruita su un accordo di Farfisa costantemente reiterato e impreziosito da delicati rintocchi di Fender. In definitiva “Elemente” è un ottimo disco che guarda al futuro con la consapevolezza del passato e in più, ha anche il pregio (non secondario) di riuscire a trasportarci nei nostri luoghi fisici o mentali, dove sempre più spesso abbiamo bisogno di tornare... 



Marco Calloni
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