Peppe Fonte – Io non ci sono più (SquiLibri, 2018)

Sarà il pianoforte in primo piano, la voce lievemente roca e imperfetta, sarà l’atmosfera senza un tempo chiaro da ricordare, o forse ancora la malinconia di certi arrangiamenti accostati a certe parole, ma la parola che sembra adattarsi meglio a questo nuovo album del cantautore calabrese Peppe Fonte è “struggente”. E struggenti malinconie sono evocate da queste canzoni, che, tutte, si legano all’immagine di una vita a cui si addicono i toni del tramonto; una vita guardata di fianco: “siamo ombrelli soli” ci racconta Fonte, mentre i nostri figli sembrano di cartapesta, come i loro sogni da Multisala in 3D e le loro visioni da videogioco universale. Ma è forse meglio la nostra di vita, vissuta provando a orientarci in un mondo estraneo e lontano dalla nostra intima realtà. “Io non ci sono più” è un disco “maschile”, racconta di un uomo, di più uomini forse, che hanno vissuto “più di sballi che di balli”; e qui è difficile non pensare a Piero Ciampi, che appare fonte inesauribile di ispirazione nella scrittura, così come si sente forte e essenziale l’apporto di Pino Pavone, che con Ciampi ha lavorato e che con Peppe Fonte condivide amore per la musica e professione. Anche lui è un avvocato, come in fondo è un avvocato Paolo Conte a cui sembra ispirato musicalmente questo disco. O forse questo disco somiglia soprattutto al suo autore, o all’immagine che di lui ha Beppe Stasi, l’illustratore delicato della copertina e del libretto di questo grazioso Cd book; anche questo lavoro infatti fa parte della collana Crinali di Squilibri editore, che ad ogni uscita si arricchisce di piccole perle della musica folk e d’autore italiane. Quelle realtà che ci permettono di maneggiare ancora oggi – in tempi oscuri e di resistenza – la bellezza. Magari col piglio nostalgico ma in fondo sereno di uno come Peppe Fonte. Interessanti anche i contributi scritti del libretto – perché non dobbiamo mai dimenticare l’importanza del supporto in questo mondo semi-liquido – di Pino Pavone, Gionata Giustini e dello stesso Fonte: ne risulta una piccola biografia artistica essenziale del cantautore calabrese che, forse, dovrebbe sempre accompagnare certi lavori, per aiutarci a ricercare quell’atmosfera “senza un tempo chiaro da ricordare” come dicevamo prima. Perché in fondo, se si conosce il rapporto con Pavone, l’incontro con Ciampi e i calci sul campo quando Fonte giocava a pallone, quel quadro di ombrelli soli al tramonto - che immaginiamo dipinti dall’alto, mentre una pioggia leggera cade - riesce anche a mostrarci una strada: la direzione che hanno preso la paura, l’amore, il fallimento, la speranza. La vita? “Io non ci sono più” prosegue pigramente e dolcemente verso la fine per l’ennesima volta e lo si ascolta finire, lasciandoci con l’idea chiara che la sensazione struggente di sottile dolore che dà all’ascolto si trasforma subito nel benessere che danno sempre le cose fatte per bene, le cose belle; come questo disco di cui consigliamo l’ascolto, soprattutto se ancora a volte scegliete di danzare con un bicchiere in mano, restando in casa perché ci sono giorni in cui “sarebbe meglio non uscire”. 


Elisabetta Malantrucco

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