Moonlight Benjamin – Siltane (Ma Case, 2018)

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Il suo live act è stato tra i più coinvolgenti al WOMEX 2018: parliamo di Moonlight Benjamin, artista haitiana ma residente in Francia, a Tolosa, dal 2002, che si era già fatta notare al festival WOMAD e nello spettacolo “Creole Spirits” con il sassofonista francese Jacques Schwartz-Bart e il pianista cubano Omar Sosa. Orfana dalla nascita (sua madre muore nel metterla alla luce), Moonlight è adottata da un pastore protestante, che dirige l’orfanotrofio del piccolo paese rurale nel quale l’artista nasce nel 1971, ed è a lui che deve anche il suo nome luminoso. Cresce, dunque, in una famiglia molto religiosa: «Ho cominciato a cantare inni in chiesa, ma non avevo intenzione di diventare una cantante professionista. Solo a partire dal 1995 ho deciso di fare della musica la mia vita», mi racconta Moonlight Benjamin il giorno dopo lo show-case del WOMEX, nello stand della Ma Case, l’etichetta d’oltralpe che ha pubblicato “Siltane”, il suo terzo album. A casa ascoltava musica classica e jazz anni ‘30, continua la cantante, ma è a Port-au-Prince che si avvicina ai suoni tradizionali haitiani, alla religione vudù e al rock occidentale. Lì incontra il chitarrista e compositore Tines Salvant e lo scrittore Jean Claude Martineau, grazie al chitarrista Max Aubain; con quest’ultimo vince un contest televisivo che la porta ad intraprendere la carriera di musicista professionista. Studia canto nella scuola d’arte della capitale, in seguito si trasferisce in Francia con suo marito, un francese conosciuto ad Haiti mentre questi lavorava per una ONG. 
Una volta a Tolosa studia jazz, canto e composizione, però, da artista della diaspora, finisce per interrogarsi e confrontarsi con la complessità della sua identità afro-caraibica. Cosicché nel 2009 ritorna ad Haiti per essere iniziata come sacerdotessa della religione vudù, così centrale nella cultura dell’isola antillana. Di nuovo in Francia, forma la band Dyaoulé Pemba e conosce quello che ancora oggi è il suo manager, François Bloque (a cui vanno i ringraziamenti per l’aiuto nella nostra intervista, realizzata in francese). Nel 2007 esce “Moonlight Sings Haiti”. Seguono “Mouvman” (2011) e l’EP “Memwan Defalke” (2013), in cui si misura con l’universo folklorico haitiano e fa fruttare i suoi studi jazzistici. Si delinea, poi, il cambio di direzione, un nuovo orientamento artistico, sotto la guida del chitarrista Matthis Pascaud, quando si fa avanti «l’intenzione di rendere il sound più potente e di raggiungere un pubblico più vasto». Fondendo rock, blues e ritmi vudù intende dare voce alla «musica degli schiavi che hanno combattuto e non sono mai stati ascoltati». Rispetto, amore e libertà sono temi ricorrenti in “Siltane”, così come il continuo interrogarsi sulla sua condizione di donna della diaspora haitiana e dell’atavico rapporto con l’Africa. Moonlight Benjamin vive lontano dalla sua terra, che continua ad ispirarla; «la musica è un mezzo per parlare del mio paese e dei suoi abitanti, della richiesta di cambiamento»
Un disco dalla potenza blues-rock molto Seventies, ma che suona manifestamente haitiano, ispirato ai ritmi e alla simbologia vudù, alla cultura creola contemporanea dell’isola caraibica. Una vocalità potente, una presenza scenica notevole, i lunghi abiti neri di pizzo, una sorta di mantiglia che le copre il capo e i tatuaggi sul volto che richiamano i sincretismi religiosi isolani; la sua band è essenziale ma efficace, oltre a Pascaud, che è anche co-autore e produttore del disco, annovera altri due musicisti della diaspora haitiana, il bassista Marck-Richard Mirand e il percussionista Claude Saturne, nonché il batterista francese Bertrand Noël. Nel nuovo disco, Moonlight canta in creolo e in francese, commentando «la mancanza di evoluzione, di crescita di Haiti, malgrado gli haitiani siano un popolo forte e coraggioso. Un paese senza memoria che ripete gli stessi errori», come canta in “Memwa’n” (“Memoria” in creolo), l’energico brano con cui l’album attacca. Riff di chitarra elettrica irresistibile, basso e batteria non meno propulsivi nel successivo “Papa Legba”, brano che già figurava nel suo primo disco: «un omaggio allo spirito maggiore del pantheon vudù, colui che apre le porte per il passaggio dal mondo umano a quello degli spiriti». “Ouvè pot la pou mwen…”, apri la porta per me, canta Moonlight. I commenti sul paese caraibico ritornano in “Moso Moso” e soprattutto nelle acidità blues-rock della title-track: 
«Siltane è il nome di un personaggio immaginario che si pone le stesse mie domande per comprendere le motivazioni del popolo haitiano, i valori di questa terra». Si cambia registro con la brevissima “Simbi”, il tradizionale per sola voce e percussione, dedicata allo spirito delle acque, un flash che rende ancora omaggio alla cultura vudù di cui è intrisa e che non si diluisce nell’incontro con il rock, il blues e il jazz. Con il lento incedere di “Chan Dayiva”, Moonlight entra nella storia politica e nella cultura letteraria del suo Paese, adottando come testo una poesia sul retaggio della schiavitù scritta da Jean-Pierre Richard Narcisse, cantante e compositore che vive in Canada. Scritta di suo pugno, “Port-au-Prince”, invece, mette insieme ritmi haitiani e il canto che esprime il suo punto di vista sulle condizioni della capitale haitiana, sulla sua «vita degradata dell’ambiente naturale, la condizione dei luoghi nei quali sono vissuta, la rassegnazione, la mancanza di reazione politica e di un senso comune». Tesa e scura si avanza “Doux Pays”, con le percussioni di Saturne in primo piano: il testo è di Anthony Lespès, autore dallo spirito rivoluzionario che ha subito l’orrenda violenza assassina dei Duvalier. Le rock vibrations ritornano imperanti con “Tan Malouk”, da un testo molto ritmico del poeta Franckétienne, dal tono surrealista; si tratta di uno dei pochi scrittori (classe 1936) che non sono stati costretti all’esilio sotto il regime di Duvalier, proprio perché i suoi testi non erano compresi. La successiva “Des Murs” è opera del suo coetaneo poeta Georges Castera, cantata in francese: un altro ritratto dell’isola, della sua violenta urbanizzazione e delle sempre più profonde divisioni sociali. Insomma, questo album è anche un invito a scoprire la letteratura haitiana. Per finire, la vocalità calda e possente di Moonlight domina la simbolica, lenta ballata “Mèt Agwe”, dal tocco psichedelico: è un’invocazione allo spirito del mare; quella dell’«attraversamento del mare» è una metafora ricorrente della creazione della nazione di schiavi ribelli. “Siltane” è un discone, che va diritto nella playlist del 2018.


Ciro De Rosa

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