Jodelfisch – Neue Gezeiten (Beste! Unterhaltung, 2018)

Secondo album per il quartetto di base a Monaco Jodelfisch. Musica raffinata, scrittura ponderata, arrangiamenti delicati e calibrati per un insieme di brani, confluiti in “Neue Gezeiten”, che fanno pensare all’ameno, alla leggerezza. L’ensemble propone innanzitutto un suono, che non può non riconoscersi in elementi di naturalezza, brillantezza, evanescenza che potremmo far confluire non in un genere preciso, ma in un atteggiamento, in uno sguardo condiviso da questi artisti e polistrumentisti a metà strada tra la Germania e l’Inghilterra (Sabrina Walter, Sandra Hollstein, Verena Hieber e Gurdan Besrywan Thomas). Certo un atteggiamento, un comportamento musicale avvitato intorno a una ricerca pensata e organizzata. Il cui risultato (come dicevo) è innanzitutto sonoro. Perché non vi sono molti altri riferimenti per interpretare le loro canzoni. O meglio, assumono una posizione secondaria, in quanto questo straordinario quartetto non ha nessuna intenzione di fermarsi davanti a qualsivoglia etichetta (e per questo la sua strumentazione è multiforme, sebbene estremamente selezionata: hackbrett, arpa, clarinetto, accordion, tuba, corno, ukulele). Gli piace vagare, spingere in armonia un moto ondeggiante che abbraccia tutto ciò che musicalmente lo attrae, sublimando alcuni elementi in una narrazione sempre eterea, a volte difficile da afferrare ma perfetta per incrementare l’esplorazione. “Wedding on Rhodos” è un brano che si incontra appena prima della metà della scaletta e ci dice null’altro che questo: contemplazione e armonia, panorama, vento. Le tre voci femminili intonano una melodia che sembra un soffio di vento. Interviene a sostenere la sua fluidità un piccolo ukulele, che si aggrappa a un breve arpeggio reiterato fino alla fine, per poi confluire dentro la hackbrett (hammer dulcimer), che illumina con un fascio di luce straniante l’intero andamento, ispessendolo con brillantezza e ritmo. Ora proviamo a immaginare la sovrapposizione di tutti i dati che abbiamo a disposizione in questo brano: vi è un’ispirazione di base legata all’immagine di un’isola, al contesto emotivo ed espressivo della musica greca e orientale, un’interpretazione melodica imperniata su un soffio di tre voci armonizzate, un saltello accennato per tutto il brano prima dall’ukulele e poi dalla hackbrett. Ne deriva un profilo inevitabilmente articolato, dentro il quale riconosciamo tutto il processo compositivo, dall’idea all’esecuzione, dall’ispirazione alla realizzazione. Tutto può essere inquadrato nella volontà non di stupire o divergere in sovrapposizioni di effetto, ma nella libertà di interpretare e sviluppare una piccola intuizione: non stupisce la brillantezza smodata della hackbratt dentro un andamento fortemente melodico. Piuttosto apre a un nuovo scenario: semplicemente infinito, slegato da tutto il resto che vediamo intorno. “Hoch auf jenem Berg”, il brano di apertura dell’album, assorbe con evidente equilibrio l’intento primario del quartetto. Dentro riusciamo a scorgere tutta la grazia degli strumenti, oltre che l’oculatezza degli arrangiamenti. Si tratta di una canzone cantata, in cui la voce solista è accompagnata, nella prima parte, da un ritmo leggero delle corde. La melodia del canto viene ispessita con apporti polifonici e, allo stesso tempo, da una sospensione temporanea della musica, sostituita da un incedere deciso, ancorché delicato, di clap hands. Nella parte più piena del brano intervengono melliflui l’organetto e il corno, ai quali dopo poche battute si aggiungono dei melismi di voci in unisono, che si asciugano gradualmente in un silenzio straordinario. Direi, cercando di non invischiarmi in una retorica troppo costosa, che si può considerare l’album come un buon esempio di scrittura contemporanea in chiave folk. Nella misura in cui il quartetto - pur guardando a un panorama sonoro molto ampio, dove si scorge la Grecia, il mondo balcanico, la Bavaria e la Scandinavia - riesce a dire la sua, senza pesi filologici o estremi sperimentali. 


Daniele Cestellini
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