Denez Prigent – Mill Hent - Mille Chemins (Coop Breizh, 2018)

Denez Prigent: Il Faro Bretone 

Tanto tempo è passato da quando l'an dro di Alan Stivell, con il suo alternare il re eolico (l'usuale minore) e il sol dorico, entrò dal nostro orecchio fin dentro l'anima, confondendo il centro armonico. Dacché lui si è incatenato a rivisitare se stesso e a pubblicare dischi che omaggiano quel che è stato (“Again” aggiorna discutibilmente i suoi classici, il live Olympia 2012 fa rivivere quello mitico del 1972, “Au-delà des mots”, “Emerald”, “Amzer”, “Kelt” riprendono, richiamano e festeggiano i dischi della sua prima gloriosa decade), il testimone è nella voce di Denez Prigent. Druido o sciamano d'oggi, bardo biblico di una Bretagna preistorica e futurista. Solitario perché multiplo in questo suo tentativo utopico di conciliare le radici della cultura bretone con un socialismo antirazzista. Attraversa il tempo la musica di questo Uomo metafora dell'Uomo, la sua ombra gli racconta il miracolo dell'esistenza che lui ci ricanta con la poesia secolare di questa terra estrema e con quella sua strepitosa estensione vocale capace di coprire tre ottave e mezzo, di sorvolare le tastiere fino a farsi rispondere da una bagad intera. Dopo ben dodici anni di silenzio, passati a scrivere centinaia di catartici gwerz, (anche a causa della perdita dell'amata Stephanie), il cantante ha realizzato in questi ultimi tre anni un live e ben due dischi originali, quest'ultimo “Mil Hent” reca in copertina una immagine a quadrati bianchi e neri che rappresenta un faro. Nei suoi disegni, questa è una immagine che spesso ricorre accanto a corvi, alberi scheletriti, calvari, chiese in rovina, cieli punteggiati di lune bianche e nere in paesaggi surrealisti su scacchiere perse nell'infinito o ondeggianti su dune desertiche. E curiosamente anche un altro visionario come Brendan Perry (metà dei favolosi Dead Can Dance) qualche anno fa ha posto un faro in copertina al suo "Ark", decidendo in seguito di vivere in questa terra di contrasti dalla schiva e lancinante bellezza che è la Bretagna. Già tanto tempo addietro Tristan Corbière, sventurato poeta bretone nella burrasca, si chiedeva se il faro (di Les Triagoz) fosse "filosofo, poeta, lunatico o scemo"!. 
Già: un faro bretone e una chiesa in rovina….e sull'Atlantico c'è un tavoliere d'erba e di fiori gialli d'ajonc che all'improvviso precipita dirupato e su cui si avventa schiumando altissimo il mare, questo è il luogo in cui la terra più profondamente entra nell'oceano, 163 scalini più in su, il faro di Pointe Saint Mathieu, dal 1835, ogni 15 secondi, illumina l'onda e indica la rotta da seguire per entrare nella gola di Brest. E affiancato al faro c'è lo scheletro dell'Abbazia del Santo: il tempo ne ha cancellato finestre e porte da cui entravano i monaci, il pavimento adesso è di muschio e il suo tetto è il firmamento bretone. Nata sulle fondamenta delle preghiere al mare e al cielo, depredata e distrutta dai Normanni, le sue navate nude ancora si oppongono al vento che qui corre avanti e indietro ad una velocità forsennata. Quando arrivi in questo luogo ti convinci di essere dentro un immenso quadro e probabilmente lo sei per davvero. Forse è stato così anche per Gauguin quando venne a dipingere da queste parti. E mentre pensi questo, intanto la schiuma del mare è arrivata fin dentro la chiesa. E le nuvole altissime e rapide hanno cambiato il grigio argenteo della luce nell'impeto improvviso del piovasco furioso che attraversa l'aria, sferza ogni cosa e poi scompare con altrettanta velocità lasciando l'acqua luminosa del colore dell'acciaio. E quel vento di nordovest è talmente forte, nel suo tenace contrapporsi alla terra, da riempirti le orecchie di silenzio. I bretoni lo chiamano “noroit”. Tace al limitare della roccia ma sibila e urla attorno ai resti delle fortificazioni che le armate tedesche hanno lasciato qui dall'ultima guerra mondiale, ad invecchiare oltre l'erba e il tempo. Ma quando il “noroit “arriva attorno al faro, inizia a urlare ancora più forte, con un modularsi musicale da sinfonia e lui risponde con il suo raggio di luce a quello di Créac'h sull'isola più lontana, quella di Ouessant (Enez-Eussa in bretone), appiattita dagli uragani, 29 miglia più in là. Sul bordo della scogliera puoi sentirla la poesia delle onde scandita in un ritmo settenario; la settima, raccontano i pescatori, è l'onda lunga, quella che fa respirare il mare. In Bretagna spesso il mare entra in città fingendosi un fiume. Tutto intorno goélands, il cui nome qui significa anche “piangere” il che descrive perfettamente la voce della canzone di questo uccello. E gli uccelli sono ben presenti in queste ultime canzoni di Denez, ci sono quelli dilaniati in pieno volo dalle pale eoliche e ce ne sono due prodigiosi, che fanno capolino tra i solchi di “Mille Cammini”,
uno dal becco nero e dalle ali bianche capace di trovare oro e argento in fondo alle fontane ma che condanna a morte l'avidità e che non si fa comandare da nessuno e poi un merlo che conosce a memoria ogni canzone che ha ascoltato anche una sola volta ma che continuerà per sempre a cantare quella dell'amore sfortunato del Signor Lenoret. E poi c'è “La Morte Bianca” ovvero il grande freddo che da queste parti viene chiamato “freddo nero”, un gwerz integrato da numerose “lamentatives” (che i musicisti definiscono “note blu”), ovvero note in mezzo alle note, che ne aumentano smisuratamente la drammaturgia. A Kerspouron, circa un secolo fa, un vento ghiacciato che sembrava provenire direttamente dall'inferno (l'inferno è gelato per i bretoni) soffiava per strada così forte che serviva la forza di quattro cavalli per tirare il carretto funebre e la terra era talmente indurita da non poter scavare le tombe; perfino l'acqua benedetta si faceva brina e il prete pietrificato. Solamente due persone su settecento si salvarono grazie all'enorme falò acceso con i vestiti di tutti quelli morti. Una canzone dalla durata di più di 9 minuti, il testo cantato su una musica tecno-transe con sfondo di cornamusa e che inizia e si conclude con delle “grasoù” (litanie funerarie mezze cristiane e mezze pagane che venivano recitate in Bassa Bretagna dalle donne durante le veglie funebri, rosario in mano, incessantemente, una usanza ora andata perduta): la 'fest noz' tradizionale e il 'rave party' moderno si incontrano sui Monts d'Arrée!!! Quando Alan Stivell incide il suo primo album di arpa celtica “Telenn Geltiek”, Denez Prigent non è nemmeno nato. Nascerà a Santec, vicino a Roskoff e all'isola di Batz, in mezzo a una natura e a una cultura bretone ben rispettate, nel nord del Finistère. La sua discografia è strepitosa. Con lui il canto tradizionale a cappella ha intrapreso una strada tutta nuova in un miracoloso equilibrio atemporale, nell'unione di strumenti tradizionali e sequenze e prototipi elettroacustici, in cui il kan ha diskan e i suoni industriali, i gwerz aritmici e l'hip hop si fondono: gli opposti agiscono insieme nella creazione di una forma originale, al servizio di emozione ed energia mentre i suoi oscuri testi hanno messo in parola situazioni di enorme drammaticità: in “Gwerz Kiev” si trattava della carestia di origine dolosa che si abbattè sull'Ucraina tra il 1929 e il 1933, uccidendo quattro milioni di persone, in “Copsa Mica” si evocava la Sometra, la fabbrica che rappresentava l'industria metallurgica romena ad altissimo tasso di inquinamento, spinta al massimo della produttività durante il regime comunista,
unica possibilità di lavoro per i giovani e responsabile di un abbassamento delle aspettative di vita della popolazione locale, di dieci anni inferiore a quella media del resto del paese, in “An Droug Red” si narrava dell'epidemia di Ebola in Zaire (il personaggio principale vede tutti morire intorno a lui e alla fine uccide una vecchia donna, allegoria della malattia), in “An Iliz Ruz” c'era una descrizione molto grafica del massacro nell'aprile del 1994 di ventimila civili tutsi e hutu nella chiesa di Nyarabuyé, nella provincia di Kibungo in Rwanda (“Hanno tagliato teste senza pietà, come si taglia il grano in estate”), in “Ar Chas Ruz” si raccontava dell'invasione del Tibet da parte della Cina, dove i "cani rossi" non uccidono solo gli uomini, ma anche la loro cultura, in “Ur Fulenn Aour” si udiva il lamento di una ragazza venduta dai suoi genitori per essere prostituita nelle Filippine, “Ar Vamm Lazherez” e “Ar Wezenn-Dar” avevano come tema l'infanticidio, quest'ultima in particolare riferita al caso dell'India dove la diminuzione della politica demografica ha favorito l'omicidio, in particolare delle ragazze. L'odierno “Mille Cammini” è una cattedrale sonora di terapeutici salmi d'amore per la natura, sia essa rappresentata da un cavallino bianco (probabilmente lo stesso cantato da Brassens sulle parole di Paul Fort che, dopo aver duramente solcato le zolle per tutta la vita, resuscita infine sotto forma di schiuma d'onda finalmente libera) o un bambino salvato dal miracolo di un angelo (che riscrive il finale di un tragico infanticidio) oppure una “rosa fantasma delle nuvole nello specchio delle fontane”. 
Un grido contro la deforestazione che oltre delle querce ci lascia privi d'ispirazione nella voce, mentre dagli orrori sulla terra arida nascono gigli neri come il carbone, il gambo coperto di spine affilate come coltelli, che recano sopra ogni petalo la richiesta di perdono a Dio per i crimini commessi. Un altro scrigno prezioso creato e dedicato da Denez alla Bretagna, alla sua lingua, anima e ricchezza del popolo che ha veramente rischiato di scomparire a causa del tentato etnocidio perpetrato nei suoi confronti il secolo scorso. Ogni lingua è patrimonio dell'umanità, un cammino in più, un faro nel buio. Due anni fa Denez è stato insignito del premio di poesia Imram, per il suo contributo in lingua bretone. Il premio viene attribuito ogni quattro anni a Saint-Malo, alla “Maison internationale des poètes et des écrivains” e al Castello de La Briantais ed è sponsorizzato dall'Unesco. Ma quel che più conta è che questo è un uomo che quando canta ti emoziona anche se non capisci nemmeno una parola di quel che dice. E se anche ci avesse donato solamente una unica canzone e se quella canzone fosse stata “Gortoz a ran” sarebbe bastata. E ricordiamo che ad accompagnare Denez Prigent al canto quella volta era la voce di Lisa Gerrard (l'altra metà dei favolosi Dead Can Dance). 


Flavio Poltronieri 
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