The Fabulous Trickster. Concerto in memoria di un re/Proiezione del film, Isola Tiberina, Roma, 23 Luglio 2018

Antonio Infantino è uno di quei personaggi scomodi e affascinanti, che riescono a segnare un tempo vivendone soprattutto i margini, affrontando analisi del mondo che non hanno lo scorrere come regola assoluta, che anzi, frammentando i mille passati dell’uomo, riescono a creare nuove sorprendenti e originali esegesi del reale. La sua è stata una vita di continua ricerca con una esigenza creativa che lo ha assorbito completamente, consentendogli di studiare a fondo quei riti arcaici propiziatori e curativi che in una notte di folle catarsi sapevano liberare dal male, e dai quali recuperare l’ossessione ritmica trasferendola genialmente alla chitarra e all’essenzialità di un solo accordo martellante, di un catalizzante ipnotico bordone vocale. La sua recente scomparsa, come accade spesso coi geni, ha riportato al centro dell’attenzione quel mondo rurale che sta rapidamente scomparendo ai confini della modernità, insieme ai tratturi della transumanza, alle sensibilità delle influenze lunari, alle scadenze variabili e rallentate della natura, ai misteri della notte e dei suoi spiriti, a tutte le credenze diventate racconti e ballate. 
Un mondo dove il rito magico non era superstizione ma scienza applicata all’inspiegabile, con una comunità che riusciva a comprendere e accettare i comportamenti diversi anche come espressioni superiori di divinità scomparse o assorbite nella cristianità. E non era il suo un recupero da purista, piuttosto una comprensione tanto profonda da poterla manipolare completamente senza perderne l’essenza, un intendimento da stravolgere al punto da restituirgli la potenza dei primordi, con una freschezza che in quei puristi non poteva che generare fastidio. Quell’intuizione era così rivoluzionaria da affascinare già dagli anni sessanta chi aveva la sensibilità curiosa e l’intelligenza aperta, dall’attenta Fernanda Pivano ai musicisti di quell’area partenopea che la filtrarono poi dentro le variabili del loro jazz rock. A lui “L’Isola di Roma”, la Tiberina, ha dedicato la serata del 23 luglio, con la proiezione del film di Luigi Cinque “The Fabulous Trickster”, con una intro musicale che ha visto avvicendarsi sotto lo schermo i Tetes de Bois con un brano di Ferré tanto aderente all’artista lucano, un omaggio del trio composto da Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro insieme al lucano Rocco De Rosa; 
una serie di citazioni jazzate con Salis, Fassi, Biondi, Corzani, Seck, lo stesso regista Cinque e la bella voce di Petra Magoni; I Tarantolati di Tricarico. Laureato con lode in architettura, disciplina mai smessa ma posta in parallelo e qualche volta in attesa, Antonio Infantino ha preferito dedicarsi al ritmo dell’origine e ai pensieri da lì derivati, e chi lo ha conosciuto sa di quale flusso di coscienza continuo fosse capace, della logorrea comunicativa che lo faceva spaziare da ogni tema verso le libere derive della sua mente, senza freni e contenimento, per connessioni successive, fuori tema eppure sempre in coerente adesione alle dinamiche vitali. Bravo è stato quindi il regista a condensare in un’ora e mezza decine di ore di girato, dietro la loquace figura perennemente in movimento del nostro, soprattutto tra gli spazi che lo hanno visto crescere, tra i suoni dell’infanzia e quelli nuovi del ritorno. Inevitabilmente perdendo qualcosa, certo, ma rendendo tutto più fruibile e evidenziando il lato poetico nel vortice verbale di Antonio. E l’influenza pervicace su tutta la scena della taranta anche più commerciale. 
Alle interviste succedono filmati di tarantolati, passaggi di mucche incampanate, immersioni nei fiumi, spezzoni live che mostrano l’incredibile potenza in atto nei concerti dal nostro, spesso suonando un solo infinito accordo, una nota sola che era poi quella della saturazione emotiva, dell’ipnosi, della catarsi. Manca, in questo bel film dalla straordinaria fotografia, visionato con approvazione appena in tempo da Antonio, concentrato a tema sull’evoluzione prorompente e fuori rotta della taranta, un coprotagonista fondamentale, la figura parallela e complementare di Enzo Del Re, un altro minimalista sonoro, sugli stessi passi per un tempo creativo e rivoluzionario oggi inimmaginabile, che avrebbe forse chiuso il cerchio magico in modo esemplare. Ma del corpofonista parleremo più diffusamente a breve. 


Alberto Marchetti 
Foto di Cristina Canali
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