Oi Dipnoi – Pontos (NarRator Records/Audioglobe, 2018)

Cosa scuote lo spirito di Oi Dipnoi, il trio etneo dal baricentro acustico, che si propone al pubblico con il nuovo album “Pontos”? Con la metafora ittiologica che spiega la loro sopravvivenza nel faticoso ambiente musicale, la band isolana porta avanti da almeno sei anni una proposta musicale lieve e corposa assieme: nel loro sound non troverete una sicilianità chiusa tra i confini dell’isola, che poi è la storia, ieri come oggi, di flussi di civiltà e di incroci di genti, come è per tutte le terre del Mediterraneo. Infatti dal loro esordio “Bastrika”, Valerio Cairone (organetto diatonico 18 bassi, zampogna a paro, flauto di canna, voce), Marco Carnemolla (basso fretless, contrabbasso, gym ball, voce) e Mario Guliano (bodhrán, cajon, dumbek, tamburello, marranzano, castagnette, voce) hanno viaggiato in lungo e in largo, in Europa come in Asia, fino all’Australia dei mega folk festival. Orecchie tese e disposte al confronto con i modi di intendere la musica di artisti incontrati sulla strada, per costruire un ordito che fa convergere  espressioni tradizionali e armonie moderne,  accostando una variegata formazione musicale e ispirazioni che raccordano diverse coordinate geografiche. Inciso ancora una volta per l’etichetta ungherese NarRator, distribuito in Europa da Agualoca Records, “Pontos” (il mare profondo, la divinità personificazione del mare), mette in copertina un Poseidone che benevolo assiste il trio messo a bordo di una barca. Quattordici brani inediti in cui prevalgono le composizioni di Valerio Cairone, le intuizioni del polistrumentista di Maletto trovano sponda nella rifinitura portata dalla coppia ritmica dell’ensemble.  A metà aprile, in una mattinata di sole nella Piazza Bellini a Napoli, abbiamo incontrato i tre artisti siciliani prima del loro concerto a Porto Petraio, all’interno della rassegna di world music denominata “Train de Vie”. 

Per iniziare, domanda d’obbligo: perché vi chiamate Oi Dipnoi?
Valerio Cairone: Studiando zoologia ho incontrato questi pesci fossili dotati di doppia respirazione, sia in acqua che fuori. Nei periodi di siccità, alcune specie si seppelliscono nel fango, poi con le piogge tornano acquatici. Anche noi abbiamo un mantice che è un polmone e la sacca della zampogna che è un altro polmone, ma soprattutto, come i pesciolini cerchiamo di sopravvivere in uno spazio un po’ angusto per la musica e la cultura. Nel proporlo agli altri, Mario ha aggiunto l’articolo greco “Oi” per avere una sonorità più forte. Oi Dipnoi è un suono bizzarro ed ogni volta che ci chiedono come ci chiamiamo, dobbiamo ripeterlo tre volte perché non capiscono: però alla fine è un nome che resta. Così lo abbiamo adottato.

Parliamo delle vostre origini?
Valerio Cairone: Sono originario di Maletto, sul versante che dall’Etna guarda Palermo. Un paesino agro-pastorale di 200-300 abitanti con una forte tradizione della zampogna derivata dal fatto che secoli fa il principe di Maletto era anche feudatario di Messina. Decise di non far pagare dazi e così dal messinese ci fu un flusso di popolazione verso le nostre zone. In Sicilia il fulcro della zampogna a paro è proprio il messinese. Un tempo Maletto era pieno di zampognari, sia quelli professionisti sia quelli suonatori improvvisati, che andavano a Catania per le novene natalizie. Una tradizione che, come altrove, si è persa tantissimo negli ultimi trent’anni, perché si è ridotta la domanda della novena, schiacciata dalla modernità. Sulla mia formazione, devo dire che ho iniziato tardi a suonare il pianoforte. Gli strumenti tradizionali sono arrivati casualmente, a 26 anni nemmeno sapevo che esisteva l’organetto. 
Anzi, cercavo un bandoneon, di cui era appassionato il mio maestro di piano. M sono imbattuto nella fabbrica Castagnari, ma loro mi hanno proposto di acquistare un organetto, dicendo che per il bandoneon non ci sarebbero stati molti insegnanti disponibili in Italia e l’organetto è un bello strumento. Così mi sono dato all’organetto incontrando Marcello Alaino a Palermo e da lì ho fatto stage con Riccardo Tesi, Roberto Tombesi, Mario Salvi. Poi sono andato per la mia strada. La zampogna l’ho imparata da un mastro zampognaro di Malettto, Salvatore Giangreco, detto Don Turi u’ bariu. La zampogna non puoi impararla da solo per la messa in opera, l’accordatura, la manifattura delle ance. Ascoltandomi lui è inorridito, perché non può accettare il modo di suonare con gli effetti, che si producono in modo naturale quando si impara a suonare lo strumento e ancora non si sa mantenere il flusso d’aria: la zampogna inizia a stropicciare i suoni, a creare tutte dissonanze perché non sai suonare bene l’ancia. Si dice “fare cjangere a ciaramella”. Invece, io lo faccio deliberatamente, e lui mi dice: “Ancora fai cjangere a ciaramella! Allora dobbiamo incominciare daccapo!” Per un vecchio zampognaro è inaccettabile quel mio modo di suonare. 
Marco Carnemolla: Io e Mario siamo catanesi e formiamo una sezione ritmica da qualche anno, facendo parte tuttora dei Nakaira, gruppo che agisce sempre nel catanese. Suono il basso e il contrabbasso con Carlo Muratori da diciotto anni. Come turnista e musicista ho sempre gravitato nella zona catanese. Conosciuto Valerio, abbiamo sentito l’esigenza di fare cose nostre, musica assolutamente nostra.
Mario Gulisano: Ho conosciuto Valerio prima di Marco, coinvolgendolo in un progetto di musica tradizionale, musiche sul Natale, in cui lui – e non è un’offesa – faceva fatica a stare dietro, perché la sua indole e il suo talento sono di spaziare per creare un playground assolutamente nuovo, che non accade stando nei binari della tradizione. L’ho recuperato, incontrandolo a una festa dove suonava le musiche sue. Ho pensato che le cose che fa sono belle  e che necessitano di una forma. 
Marco Carnemolla: Valerio è un musicista geniale, fuori dalle regole, della sua creatività ne fa un credo, si lascia andare anche se nella sua formazione sono presenti i suoni della tradizione. Abbiamo pensato di sfruttare la creatività con la materia prima, con il sapore tradizionale: questo è l’incipit del nostro progetto.

“Pontos” è il vostro secondo disco. Come lo avete sviluppato rispetto all’esordio di “Bastrika”?
Mario Gulisano: Il precedente nasce sulla base di un repertorio già arrangiato da Valerio, che noi siamo entrati a limare. C’era un 80% di “Valeritudine”. Nel secondo abbiamo elaborato un percorso di crescita comune, di parallelismo. Abbiamo potenziato il canto, anche se siamo partiti dall’idea che il canto dovesse essere minoritario perché tutto partiva dalle musiche strumentali. Ci siamo cimentati e così in “Pontos” ci sono più canzoni, anche se non siamo cantanti. Inoltre, è un disco più lavorato in studio.
Marco Carnemolla: Abbiamo cercato di concretizzare il lavoro fatto insieme, di fare uscire fuori il collettivo anche nella composizione. Ci sono diverse vie per la composizione. Come già nel primo disco, alcuni brani sono composti da Valerio e noi siamo entrati prendendo gli spazi che c’erano. Altri brani sono scritti completamente da me o da Mario. 
Altri ancora pensati insieme. Ci sono momenti nati anche in studio, partendo da un frammento melodico, da una cellula ritmica o da un semplice suono. C’è un pezzo, il mio, che parte da un suono percussivo di una palla da allenamento, che percossa dava un suono frizzante. Da lì si è sviluppato il brano. 
Mario Gulisano: Per esempio, un brano come “Terramatta” nasce da una session improvvisata in studio: Il nostro è un progetto progressive perché abbiamo unito dei movimenti, tessere non omogenee che abbiamo saldato dal punto di vista dell’armonia e dello sviluppo.

Incidete per l’etichetta ungherese NarRator: come è nato questo rapporto?
Mario Gulisano: È un po’ come nel film “Sliding Doors”. Ci trovavamo in Ungheria e ci hanno invitati a un festival multiculturale sul lago Balaton, senza essere neppure in cartellone. Per tutto il tempo ci ha ascoltati l’organizzatore del festival Peter Vasarely, che è anche il boss dell’etichetta. Pur se intento ad aiutare a cucinare ci ha ascoltati con molta attenzione. E dopo il concerto, ci ha proposto di fare il primo disco. Da lì è nato tutto. Come si dice: “Siamo cascati letteralmente dalla sedia!” La cosa si è concretizzata: siamo stati in studio sul Balaton, in un villaggio senza dover pensare ad altro che a suonare: lui si occupava di tutte le nostre esigenze, visto che ama anche cucinare. Lo studio lì è come casa tua perché non devi pensare che lo hai affittato e devi fare presto, per questo abbiamo avuto la possibilità di sperimentare. 
Quando al Womex di Santiago gli abbiamo detto che eravamo pronti per il secondo disco, lui ha esultato, urlando che eravamo pronti, finalmente. Non aspettava altro da noi. E siamo finiti a brindare: pálinka di prima mattina!

Partite dalla Sicilia, salpando in mare aperto, non restando nel Mare Nostrum… 
Marco Carnemolla: Abbiamo viaggiato moltissimo nell’ultimo anno, siamo stati in India e in Australia e queste aree ci hanno influenzato molto. Abbiamo conosciuto musicisti di ogni parte del mondo, con cui ci siamo confrontati, con scambi e un arricchimento personale. 
Mario Gulisano: Nel disco c’è la nostra terra. Il mare ci scorre dentro, ma le acque non smettono mai di rimescolarsi. Il mare è il filo conduttore, ci unisce ad altri mondi, ad altri popoli,  però il nostro sguardo si rivolge anche ad altri palcoscenici, che rappresentano l’alternativa concreta di lavoro per gli artisti siciliani.

Tra tarantelle, valzer e scottish, finite anche in Svezia con “Om Jag Hade Vingar”?
Valerio Cairone: La collaborazione con le svedesi Karja nasce in Sicilia al festival I Art, dove abbiamo invitato questo quartetto vocale svedese. Hanno partecipato alla registrazione da casa loro mandandoci il loro contributo. Mancando una parte strumentale più variegata, nella fase di mixaggio abbiamo invitato a registrare con noi il trio d’archi statunitense di Laura Cortese & Dance Cards, che Mario aveva invitato per dei concerti: loro il brano lo conoscevano benissimo, perché è un testo vocale famoso! È l’unico brano del disco in cui ci sono due ospiti.

C’è un pezzo che rappresenta meglio il disco?
Marco Carnemolla: Direi “Oceania”, che porta in sé tutto quello che ognuno di noi sente; è arrivato in un momento di vita importante per il gruppo e in cui abbiamo iniziato tutte le esperienze professionali di tour, è un inno alla nostra unione.
Mario Gulisano: Sono d’accordo, lo ascolti e capisci cosa è Oi Dipnoi. Personalmente, però sono più legato a “Ciatu”, che riprende la forma canzone melodica siciliana con un ostinato scarno ed essenziale. 

Cosa cercate di dimostrare musicalmente?
Valerio Cairone: Sembra una domanda trabocchetto, per faci dire “come siamo bravi!”. Non so se vogliamo dimostrare qualcosa. Quello che facciamo è abbastanza spontaneo, non ha dietro un disegno, è semplicemente il modo in cui concepiamo la musica.
Mario Gulisano: Poiché si parla molto di “archeologia musicale”, si dice “è la tradizione e non si può cambiare”, si prescrive cosa si può fare o cosa non si deve fare, noi vorremmo dimostrare – magari è scontato dirlo, perché lo hanno detto già tanti  altri – come la tradizione si evolva, come sia sempre viva. Noi rappresentiamo la tradizione perché suoniamo strumenti tradizionali ma a modo nostro, non in maniera canonica. Io non ce la faccio a suonare in maniera tradizionale, non sono un pastore, non vengo dalla campagna. Potrei studiare per imparare a suonare come loro, ma non è questo ciò che vogliamo. 
Valerio Cairone: C’è chi, in Sicilia come altrove, lo fa cercando di suonare esattamente come suonatori anziani per il suo piacere. C’è una persona che conosco, che ama incontrare i pastori, quasi si vuole vestire come loro: la sua è una sorta di ricerca filologica, coerente. Poi ci sono quelli che suonano folk per motivi economici, in maniera finta, perché c’è spazio per la musica tradizionale o perché sono stufi del rock. Ma spesso quel suono diventa come uno spazio museale.
Mario Gulisano: Diverso è un personaggio come Alfio Antico, che è se stesso: non potrebbe essere diversamente, lui che è stato pastore, che ha costruito i suoi tamburi con le pelli delle sue capre. 
Valerio Cairone: Noi abbiamo un orecchio diverso, intonature diverse, nessun musicista può suonare come un musicista tradizionale di cinquant’anni fa. C’è solo uno zampognaro a Messina, si chiama De Salvo, che dovette emigrare in Venezuela ed è ritornato dopo cinquant’anni. Lui ha il suono di sessant’anni fa. Suonava per diletto, non come professionista. Oggi ha 80 anni e quando lo senti, ti sembra una zampogna accordata male, stonata. Non ha neppure preso influenze latinoamericane. Ogni zampognaro aveva la propria accordatura; non puoi standardizzare la musica tradizionale.
Mario Gulisano: C’è chi, come Giancarlo  Parisi, ha fatto la zampogna cromatica, ma questo è l’estremo opposto: e ben venga,  anche se fa diventare la zampogna un’altra cosa. 
Valerio Cairone: Della zampogna mi piace riuscire a cavare fuori i suoni senza trasformarne l’organologia, sfruttandone le caratteristiche, riducendo i flussi d’aria, i vibrati con il sacco, le stonature o tappando alcuni buchi.

Prossime tappe di Oi Dipnoi?
Mario Gulisano: Dopo lo Streetfood fest di Catania il 19 maggio, il nostro tour estivo prosegue in Inghilterra al The Great North Folk Festival, che si tiene da oltre dieci anni nel North Yorkshire, nell’area di Whitby. In giugno, poi, saremo in Serbia e Ungheria, ormai per noi una seconda patria, saremo ospiti a Belgrado e poi all’Etnofest di Palić. A seguire Balatonboglar, Kecskemet, Budapest e Tűfokán in Ungheria, dove ritorneremo a luglio per il Babelsound, sulle rive del lago Balaton. Lì ormai siamo ospiti fissi da quattro anni. Ritorneremo in Sicilia ai primi di agosto per l’Alkantara fest, il festival di folk e world organizzato alle pendici dell’Etna dall’Associazione Darshan (www.associazione-darshan.it) , di cui mi occupo da quattordici anni. Il resto delle date le trovate sul nostro sito. 



Oi Dipnoi – Pontos (NarRator Records/ distribuzione Agualoca 2018)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Dalla Sicilia in movimento verso altre sponde, verso l’india ma anche verso nord Europa, per plasmare un folk progressivo a tratti visionario, che mette in circolo intuizioni world, sprazzi rock e improvvisazioni che richiamano l’universo jazz. Il processo creativo del trio Oi Dipnoi, formato da Valerio Cairone (organetto diatonico, zampogna a paro, flauto di canna, voce), Marco Carnemolla (basso fretless, contrabbasso, gym ball, voce) e Mario Guliano (bodhrán, cajon, dumbek, tamburello, marranzano, castagnette, voce), non mira a ricalcare le forme della tradizione siciliana né a confermarne i cliché, piuttosto procede in equilibro tra le suggestioni dei modi e dei timbri dell’isola mediterranea e la volontà di far fruttare i diversi bagagli culturali, gli ascolti, gli incontri. Accostamenti di timbri, incastri armonici, temi sviluppati a partire da cellule melodico-ritmiche e diverse tecniche strumentali garantiscono un esito originale, dove la forza melodica e armonica dell’organetto diatonico e della zampogna e il tono penetrante del marranzano sono spalleggiati dalla compatta sezione fornita da basso e percussioni. Gli indizi della direzione musicale aperta del trio albergano da subito nel flusso sonoro dei felici due primi brani in programma, “Thauma” e “Nucantara”. L’ariosità coreutica di “Scottish” va di pari passo con il lirismo danzante di “Zagara”, un brano musicato da Gulisano su testo tradizionale. Come il precedente, “Lilla/Tarante’”. si sviluppa su un ritmo di tarantella. La scaletta prosegue con i grumi iterativi e micro-variati dell’organetto di “Vassilissa”, tema che rimane lì, oscillante a mezz’aria. Dopodiché c’è “Corad”, in cui si sostanziano sequenze di impronta jazzata. Si giunge, quindi, a uno dei vertici dell’album, “Terramatta” – firmata da tutti e tre gli artisti, e ispirato al diario di vita del ragusano Vincenzo Rabito – , composizione concepita in una session in studio di registrazione, dove le movenze melodico-armoniche della zampogna sono assecondate dal basso fretless e dalla percussione. Nella successiva “Suez/Om Jag Hade Vingar” il minimalismo dei tre siciliani incontra il quartetto vocale svedese Kraja e il trio d’archi Laura Cortese & The Dance Carda (due violini a cinque corde e un violoncello). L’organetto riprende la guida nel valzer “Zoe”, ben dialogando con il contrabbasso nel finale, mentre negli ostinati di “Bastrika” (“mantice” e “respirazione” in sanscrito) si produce la continuità ideativa con il disco di debutto. “Ciatu” è un’altra canzone la cui centralità timbrica è data dal flauto di canna prima e dal marranzano poi, adagiati sul tessuto percussivo, con il basso che si infila per ricamare intorno. “Ponte dell’Ovest” enfatizza la consapevolezza di chi si muove con piglio esplorativo, usando in maniera affatto canonica gli strumenti della tradizione popolare e creando perfino a partire da una gym ball. Infine, la policroma “Oceania” è il sigillo di commiato della riuscita traversata nel mare profondo di Oi Dipnoi. www.oidipnoi.com


Ciro De Rosa
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