giovedì 5 aprile 2018

Monsieur Doumani – Angathin (Monsieur Doumani, 2018)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Voci e suoni battaglieri soffiano dall’Oriente insulare mediterraneo con il nu-trad dei ciprioti Monsieur Doumani, che hanno imbastito “Angathin” (“Spina”), un disco di sostanza, dall’indole folk-punk, marcato da liriche critiche verso la politica e le disarmonie del vivere sociale, di cui il fiore e le spine della copertina (l’artwork è dell’artista di strada twenty three) sono la riuscita metafora. Il lavoro si compone in prevalenza di canzoni originali, laddove i precedenti, “Grippy Grappa” (2013) e “Sikoses” (2015), presentavano soprattutto riletture di canzoni tradizionali cipriote. «In questo terzo album sono ospiti grandi musicisti, come il popolare cantautore Alkinoos Ioannidis, Michalis Terlikkas, un importante cantante e ricercatore cipriota, e il rapper cipriota Julio: la loro partecipazione è stata decisiva nell’estetica e nel dinamica del lavoro. “Angathin” è un disco musicalmente maturo, il cui suono ci rappresenta in maniera onesta», mi spiega Antonis Antoniou (canto, tzouras, stomp box, soundscapes ed elettronica), voce principale e portavoce del trio che comprende Demetris Yiasemides (trombone, flauto, canto e sipsi) e Angelos Ionas (chitarra e canto). Formatosi nel 2011 a Nicosia, con l’intento di non poco conto di aprire squarci musicali innovativi pur gravitando intorno alla musica tradizionale cipriota, i Monsieur Doumani spingono in avanti il loro impegno, unendo l’urgenza di liriche irriverenti e corrosive, che inevitabilmente fanno i conti con la divisione politica dell’isola di Cipro, a un mood sonoro contemporaneo, sostanzialmente acustico seppure tinto di colori rock, blues, jazz e perfino rap. Ecco ancora Antoniu: «Traiamo principalmente ispirazione da cose che ci infastidiscono: che accadono qui a Cipro o nel pianeta. Cerchiamo di usare la nostra musica come veicolo per far avanzare la nostra sensibilità sulle questioni socio-politiche e ambientali. Siamo tre attivisti e riteniamo molto importante esprimere i nostri sentimenti e fare del nostro meglio per portare cambiamenti in alcune questioni gravi come il razzismo, il nazionalismo, la corruzione, l’ingiustizia, la guerra e i crimini ambientali commessi per il profitto di pochi.
Sono mali che sperimentiamo nella vita di tutti i giorni, è qualcosa che riporta indietro il mondo. Gli esseri umani e specialmente i nostri leader hanno davvero bisogno di capire che il loro approccio finora è autodistruttivo ed è molto urgente che alla fine trovino il modo di portare pace e salvare la nostra specie e il nostro pianeta». Le tredici tracce del disco – più l’affascinante hidden track, cui partecipa l’ensemble vocale Fortis di San Pietroburgo per il quale ha arrangiato il brano in dialetto greco-cipriota il musicista Andreas Kameris – si presentano con procedure vocali sostenute che spesso spingono sull’acceleratore, corroborate dalla combinazione di corde e fiati e da un ritmo incalzante: «cerchiamo sempre di costruire le nostre composizioni attorno ad almeno un parametro della tavolozza della musica tradizionale cipriota. È il punto di partenza o la forza trainante da cui ogni canzone si sviluppa sul piano compositivo. A volte, questo elemento può essere così sottile che potrebbe essere totalmente impercettibile a un orecchio non aduso alla musica di Cipro. Ma è importante per noi mantenere le nostre radici come fondamento da cui tutti i processi e le idee crescono e fioriscono. Poi noi tre lavoriamo a stretto contatto sugli arrangiamenti cercando di scoprire nuove relazioni ed equilibri tra gli strumenti e le voci. Trascorriamo un tempo considerevole per organizzare ogni canzone ed è probabilmente la parte più divertente e creativa della produzione. Il lavoro in studio è anche un aspetto molto importante nel nostro processo di produzione musicale. Cerchiamo di portare le canzoni al miglior livello possibile di prestazione prima di entrare in studio. In questo modo siamo abbastanza rilassati per concentrarci sulla musica di per sé, invece che sui dettagli tecnici.
Questo è molto importante, poiché crediamo che la condizione spirituale ed emotiva in cui sono i musicisti nel momento della registrazione si rifletta direttamente sul risultato finale e, in modo più significativo, sulla trasmissione e comunicazione con il pubblico.  Ovviamente, c’è una grande quantità di lavoro che avviene durante la fase di mixaggio e anche nel mastering. A differenza degli album precedenti, siamo stati molto attenti e concentrati in questo nuovo disco che, nel complesso, è una produzione ben più ambiziosa». Il sodalizio isolano carbura prepotentemente da subito con i primi temi dell’album: “Klotson Patson” (“Kick’n’slap”) e “E adrope” (“Hey, you”). Il titolo guida “Angathin tou kahtou” (Thorn of the cactus”) attacca con un arpeggio flamenco, allargando poi la prospettiva sonora globale con l’ingresso del trombone, dell’elettronica e delle voci, visto che al trio si unisce il rapper JUΛIO. Altro picco emotivo si raggiunge nella grintosa “Akamota“ (“Fallow Fields”), in cui Antonis Antoniou, principale compositore del combo, dimostra una sorprendente facilità di scrittura. I testi di due canzoni, “Kolokouthkia (“Mishmash”) e “Pou na tin fatsiso” (“Where shall I bang it?”), portano la firma di Yiangos Yiangou, fonte di ispirazione per tanti artisti, suonatore di baglama e cantante, uno degli interpreti ciprioti di rebetiko più originali, la cui vita ribelle e fuori dagli schemi ricorda gli eccessi dei ‘rebetes’ nella Grecia degli anni Trenta del Novecento. Se la prima canzone si articola su movenze rock-rebetiche, la seconda porta come fiore all’occhiello la partecipazione al canto dell’autorevole ricercatore e musicista cipriota Michalis Terlikkas, originario della parte settentrionale, occupata, dell’isola. Un altro ospite canoro, il cantautore greco Thanasis Papakonstantinou lo troviamo in “Gel burda”, in cui il testo di Marios Epaminondas ironizza sull’origine di parole usate tanto nel dialetto greco-cipriota quanto in quello turco-cipriota. Svetta “Methisin tze filin” (“Drinking an kissing”), che mantiene alta la tensione adattando un tema tradizionale (“Petrakkouros”) a cui sono state aggiunte nuove liriche, e dove prende le redini vocali Angelos Ionas. Dopo di che arrivano l’elogio della Madre Terra di “I tzyra mas oullous” (“Mother and mistress of us all”) e la folk-psichedelia di “To Aftokinitouin” (“Little car”). Oltre, “I dratzi t’Akama” (“Akamas’ dragons”) denuncia la minaccia all’ecosistema nella penisola nord-occidentale di Akamas, causata da interessi e progetti di sviluppo di un resort turistico. La desert-rockeggiante “Kamomata” (“Antics”) mette al centro il flauto di Demetris Yiasemides e l’udu drum dell’ottimo percussionista e vibrafonista Alexandros Gagatsis, mentre la minimale “Asterouin” (“Little star”), tutta voci, corde ed elettronica, vede la partecipazione del rinomato cantautore cipriota Alkinoos Ioannidis. Nicosia’s calling. 


Ciro De Rosa