Élage Diouf – Melokáane (Pump on the World, 2017)

Cantante e percussionista senegalese, residente da lungo tempo in Canada, Élage Diouf si è segnalato al grande pubblico, verso la metà degli anni Novanta, per le sue prestigiose collaborazioni con Les Colocs e Cirque du Soleil, e nel 2010 ha debuttato come solista con l’album “Aksil” che gli ha fruttato non solo un grande successo di vendite ma anche prestigiosi riconoscimenti al ADISQ Gala e il Juno Award come miglior album. A distanza di cinque anni da quest’ultimo, il musicista di origine senegalese ha dato alle stampe il suo secondo lavoro in studio “Melokáane”, recentemente distribuito in tutto il mondo, nel quale ha raccolto dodici brani, in larga parte originali, incisi tra gli studi di Toronto, Montreal e Parigi. Il titolo del disco che, in lingua wolof, vuol dire “riflessione sul viaggio della vita” racchiude perfettamente le ispirazioni alla base dei brani che, come scrive lo stesso Diouf nelle note di copertina, esplorano temi da sempre presenti nella sua vita e nel suo percorso artistico come la resilienza, la fragilità dell’esistenza, l’immigrazione, la spiritualità e la politica. “Considero questo disco il mio lavoro più spirituale di sempre”, afferma Diuf, “A questo punto la tua vita è reale. Tutto è più definito perché cominci a capire chi sei veramente. C’è un proverbio africano che dice “Tu sei tutto ciò che non sei, finché non diventi chi sei veramente”. Questo proverbio mi ha influenzato molto mentre lavoravo”. Rispetto al precedente, questo nuovo album si muove in direzioni musicali differenti, e non a caso il musicista senegale rivela: “E’ stato un lavoro molto diverso ed insolito per me perché mi ha portato ad uscire dalla mia confort zone, ma penso che questo abbia giovato molto al disco”. Fondamentale in questo senso è stato tanto l’apporto del co-produttore Alain Bergé (batteria e programmazione) quanto quello del folto gruppo di strumenti che hanno collaborato alle sessions: Guy Kaye (chitarra e ukulele), Moustapha Gaye (chitarre), Mamadou Jimmy Mbaye (chitarre), Jordan Officer (chitarre), Abdoulaye Konè (chitarre), Moris Sosso Williams (basso), Emmanuel Lessou Pélé (basso), Louis Isquierdo (basso), Carl Bastien (claviers), David Mobio (claviers e tastiere), Yoel Diaz (piano), Michael Shand (pinao), Taourey Butles (piano) e Auguste Donald Dogbo (piano). Durante l’ascolto a colpire sono gli incroci e gli attraversamenti sonori tra tradizione africana e sonorità nord americane che spaziano dal rock al reggae dal R&B al jazz fino a toccare il pop. Ad aprire il disco è la trascinante “Mandela”, dedicata all’ex presidente sudafricano e Premio Nobel, a cui seguono il blues desertico “Tay” in cui spicca la chitarra di Jordan Officer e la superba rilettura in lingua wolof di “Secret World” di Peter Gabriel. Se la title-track è tutta giocata sui ritmi in levare del reggae, la successiva “Just One Day” è una gustosa ballata pianistica cantata in duetto con Johnny Reid. Gli intrecci tra rap e tradizione africana della percussiva “Foula ak Fayda” ci conducono alla seconda parte del disco con i cambi tempo di “Probleme Yi”, l’incursione nell’hip hop di “Misal” e la solare “Sai Sai” con i brillanti call and response tra Diouf e il coro. Il vertice del disco arriva, poi, con il reggae di “Sankara”, cantata in francese e dedicata a Thomas Sankara ex presidente del Burkina Faso e a Patrice Lubumba, due “figure emblematiche della lotta per liberazione dell’Africa dalle grandi potenze occidentali", le cui misteriose morti rimangono ancora senza spiegazione. Il liberatorio invito alla danza “Badola” e la sofferta riflessione sugli immigrati “Dekoulo Fi” suggellano un disco pregevole che non mancherà di appassionare coloro che avranno l’opportunità di ascoltarlo. 


Salvatore Esposito
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