Il fronte delle donne, Teatro Vascello, Roma, dal 20 al 25 febbraio 2018

Foto di Gianluca Gandini
“Il fronte delle donne” è una rappresentazione scenica (riduttivo e fuorviante chiamarlo spettacolo) che scava nel sottaciuto e rivela la premeditata vergognosa rimozione del ruolo fondamentale delle donne durante la prima guerra mondiale. Tutto si sa, a fronte dell’apologia commemorativa edulcorata e menzognera, delle vicissitudini delle nostre forze più o meno armate, delle truffe sui materiali che arricchirono i gruppi industriali, dei morti in battaglie sanguinose e inutili, di generali fucilatori per un nonnulla con uno sprezzo per la vita del singolo che grida ancora una vendetta quasi mai arrivata (ma Graziani il fucilatore, dopo la fine della guerra e un’assoluzione imbarazzante, cadde un giorno da un treno in corsa e schiattò lì), di assalti in campo aperto dove il numero dei morti era motivo di orgoglio di comandanti mediocri e ottusi, di 650.000 caduti solo tra i soldati (ma quasi altrettanti furono i civili) in un conflitto annichilente passato quasi tutto dentro una buca piena di topi e zecche e diventata troppo spesso tomba. “Combattevano sotto terra, in luridi cunicoli sporchi di sterco e fango che puzzavano di decomposizione e cloruro di calcio riversato sui cumuli di cadaveri”. Poco si sa invece dell’opera faticosa, necessaria, continua, delle donne italiane, che contribuirono in maniera determinante al mantenimento della produzione agricola e industriale, sostituendo gli uomini alla fronte in tutte le mansioni, comprese quelle più gravose e pesanti come la produzione di obici e munizioni; 
Foto di Gianluca Gandini
donne sfruttate con orari criminali e paghe vergognosamente inferiori; donne, con contratti a termine per paura di rivalse, poi prontamente sostituite a fine conflitto e rispedite silenziosamente a casa senza riconoscimento alcuno. “Semo de Cinturini” è un canto delle operaie dello jutificio di Terni, dove lavorava la nonna di Lucilla Galeazzi, un canto dal ritmo irresistibile che mostra l’orgoglio di classe di queste operaie, malgrado la pericolosità del lavoro, lo sfruttamento protratto e le vessazioni dei supervisori perfettamente descritte nell’episodio dello specchietto requisito. Era giusto che qualcuno si prendesse cura di queste storie sottaciute per troppo tempo, raccontate quasi di nascosto, che appartenevano spesso solo a narrazioni di famiglia, storie che rivelano oggi una inesauribile forza d’animo e un coraggio quotidiano che commuove, e sono di un’attualità sorprendente. Questo, di raccogliere pazientemente testimonianze e verità, è stato il lavoro prezioso che ha impegnato per anni Lucilla Galeazzi, una delle nostre voci più belle, fino a costruire, intorno ai racconti, ai canti, alle litanie, ai soprusi e agli orrori interni al popolo femminile coinvolto, un racconto altro, diverso, che per quei lunghi anni corre parallelo a quello maschile in tutti i mille fronti aperti da quella guerra disumana e infinita. Così la fronte (così era chiamata giustamente la linea di fuoco prima che generali zelanti ne variassero il genere nel più virile maschio “il fronte”) si allarga, arriva in ogni città, nelle campagne più lontane, e ovunque sono loro, le donne, ad affrontare le avversità, a risolvere le necessità delle famiglie, strette in quel duro lavoro da una parte dal controllo sociale maschile istintivamente ostile (a Roma organizzarono uno sciopero non appena la prima donna venne messa alla conduzione di un tram) e dall’altra da quello pervicace dei vecchi patriarchi, e sono sempre loro a tenere insieme le comunità dimezzate dalle continue partenze. Si organizzano per assistere le vedove, creano comitati di assistenza all’infanzia, si impegnano a non lasciare nessuna senza appoggio. La rappresentazione, in una scenografia essenziale, vecchie foto e manifesti proiettati sullo sfondo, davanti in nero le “Le voci d’oro”, i soprani Susanna Buffa, Susanna Ruffini, Marta Ricci e Nora Tigges, i mezzosoprani Sara Marchesi e Chiara Casarico, Lucilla naturalmente e alla chitarra Stefania Placidi che ha curato gli ottimi arrangiamenti. 
Foto di Cristina Canali
Nel prologo la brava Maria Rosaria Omaggio legge frammenti dal diario di guerra di Matilde Serao e i versi di Ada Negri e Ungaretti. Inizia così il viaggio plumbeo dentro la ferocia pervicace della guerra. Gli interventisti non erano maggioranza, ma certo erano i più esagitati, tanti borghesi in prima linea nella richiesta di intervento, gli stessi che spesso si imboscarono nelle retrovie, mentre a combattere finivano contadini e operai ignari, che vedevano con ostilità uno stato che non li aveva mai aiutati. Contro i fautori della guerra ecco “Ascoltate popolo ignorante”, canto anonimo arrabbiato, con l’invettiva agli interventisti tanto simile alla maledizione di “Addio padre, addio madre”: “Sian maledetti quei giovani studenti/che hanno studiato e la guerra voluto,/hanno gettato l'Italia nel lutto/per cento anni dolor sentirà”. Così intonava “Mo so partiti tanti giovanotti” che continuava: “…E ste donnette non sanno a chi attaccasse/poveri noi che siamo già bazzotti/ce toccherà a spiccià tante matasse”. Tante sono le canzoni portate in trincea, tante quelle improvvisate sul posto spesso variando i testi di melodie conosciute, tante quelle scritte travolti dall’amara constatazione di quanto poco valesse la vita di un uomo, tutte comunque buone ad accompagnare i lunghi periodi inattivi e noiosi tra un assalto e l’altro, tra una morte scampata e quella che forse sarebbe venuta. Famosa è la storia di “E vui durmiti ancora” cantata in una trincea in Carnia da un siciliano, alla quale risposero gli applausi entusiasti degli austriaci a duecento metri, e almeno per quel giorno nessuno morì. 
Foto di Cristina Canali
Numerose le canzoni di protesta che fecero infuriare i superiori fino a rappresaglie e fucilazioni. Una era “Fuoco e mitragliatrici” scritta probabilmente tra il 16-12-1915, episodio della "Trincea dei raggi" o "dei razzi", che gli eroici fanti della Brigata Sassari riuscirono a conquistare con un assalto alla baionetta, ed il 29-3-1916, quinta battaglia dell'Isonzo (info da Antiwarsongs): “Da monte Nero a monte Cappuccio/fino all'altura di Doberdò,/un reggimento più volte distrutto:/alfine indietro nessuno tornò./Fuoco e mitragliatrici,/si sente il cannone che spara;/per conquistar la trincea:/Savoia! - si va”. Il generale Cadorna era spesso riconosciuto come un macellaio senza anima, e in effetti un uomo capace di ripetere spesso con supponenza al suo stato maggiore “Le uniche munizioni che non mi mancano sono gli uomini” fa veramente rabbrividire. A lui è dedicata “Il generale Cadorna” e la drammatica “Ed anche al mi’ marito tocca andare” che Lucilla canta a cappella con un’intensità struggente e che qui riporto integralmente: “E anche al mi' marito tocca andare/a fa' barriera contro l'invasore,/ ma se va a fa' la guerra e po' ci more/rimango sola con quattro creature./E avevano ragione i socialisti:/ne more tanti e 'un semo ancora lesti;/ma s'anco 'r prete dice che dovresti,/a morì te 'un ci vai, 'un ci hanno cristi./E a te, Cadorna, 'un mancan l'accidenti,/ché a Caporetto n'hai ammazzati tanti;/noi si patisce tutti questi pianti/e te, nato d'un cane, non li senti./E 'un me ne 'mporta della tu' vittoria,/ perché ci sputo sopra alla bandiera;/
Foto di Federica Principi
sputo sopra l'Italia tutta 'ntera/e vado 'n culo al re con la su' boria./E quando si farà rivoluzione/ti voglio ammazzà io, nato d'un cane,/e a' generali figli di puttane/gli voglio sparà a tutti cor cannone”. La prima guerra mondiale significò anche oltre 500.000 feriti e mutilati, come racconta il brano “La tradotta che parte da Novara”:“Sulle montagne fa molto freddo/ed i miei piedi si son gelati,/ed i miei piedi si son gelati/e all'ospedale mi tocca andar. (…)/Ed i miei piedi mi hanno tagliato,/due stampelle mi hanno dato, /due stampelle mi hanno dato/e a casa mia lor mi han mandà”. E la situazione poi a casa era di immensa difficoltà per le condizioni economiche estreme che non consentivano la sopravvivenza, come cantano amaro “Le Voci d’Oro” in “Son cieco e mi vedete”:“Sono cieco e mi vedete/devo chieder la carità/ho quattro figli, piangono,‎/del pane non ho da dar”. Gran parte del fronte era costituito dalle Alpi, e ai disagi delle trincee bisognava aggiungere quelli terribili del gelo e della distanza. Furono ancora le donne, le portatrici carniche, a risolvere il problema dei rifornimenti. Più di duemila donne, tra i 12 e i 60 anni, trasportavano ogni giorno gerle di 30/40 chili di materiale, munizioni, panni puliti, vettovaglie, su e giù per le forre del Carso, con salti di quota tra i 600 e i 1200 metri. Come non ricordare Maria Plozner uccisa da un cecchino austriaco mentre riposava, che ha un monumento anche a Sabaudia dove vive una folta comunità friulana, e ha ricevuto nel 1997 dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la medaglia d'oro al valor militare. 
Foto di Cristina Canali
Durante la Prima Guerra Mondiale la prostituzione non controllata da un lato e la volontà di mantenere un certo decoro e condizioni igieniche dall’altro favorirono l’istituzione di bordelli militari. In quelli della truppa, nelle pause tra terrore e terrore, le povere ragazze subivano turni allucinanti, inimmaginabili, con rapporti a raffica che arrivavano a 140 in un giorno. Furono ancora le donne a subire, nelle terre di mezzo, la vendetta degli austriaci dopo la “spedizione punitiva” in Trentino e la rotta di Caporetto, con deportazioni e stupri, mentre le profughe che scendevano con le truppe in ritirata ricevevano l’ostracismo delle popolazioni italiane ostili. Un inferno in movimento. D’altro canto sempre le donne subirono poi la vendetta italiana quando anche solo sospettate di aver solidarizzato col nemico: vennero internate maestre albergatrici, semplici mogli. Anche le donne a casa cantavano. Cantavano perché quello, come per le mondine, era l’unico modo per comunicare, cantavano per coprire la malinconia della solitudine, cantavano la perdita del proprio uomo e la ricerca, come in “Quando fui sui monti Scarpazi” perché giovani friulani del 1899 furono impiegati dagli austriaci sul fronte russo, sui Carpazi in Romania: “Quando fui sui monti "Scarpazi"/"Miserere" sentivo cantar. /T’ho cercato fra il vento e i crepazi/Ma una croce soltanto ho trovà./O mio sposo eri andato soldato/per difendere l’imperator,/ma la morte quassù hai trovato/e mai più non potrai ritornar.” 
Penultimo capitolo del viaggio terribile, tra lutti e orrori, “O surdate ‘nnammurate”, una delle più belle tra le canzoni italiane, che nella mente e nel cuore non posso separare dall’esibizione di Nannarella davanti a una truppa maciullata di un ospedale da campo, nel film “La sciantosa”. Chiude la famosa e coraggiosa “Ninna nanna della guerra” di Trilussa che ha mantenuto nel tempo una dannata attualità, segno di una costante guerriera che non conosce pause. Quella scritta da Lucilla Galeazzi è una rappresentazione necessaria, obbligatoria, che dovrebbe essere proposta nelle scuole in tutta Italia, in ogni piazza, perché queste storie di un secolo fa mostrano un popolo ancora frammentato e costretto a una guerra incomprensibile ai più, questi racconti sono rivelatori di un paese in costruzione su errori e menzogne mai rivelati e riparati, parte integrante del nostro essere italiani oggi, queste narrazioni infine sono propedeutiche alla lettura del presente con le sue dinamiche, le sue contraddizioni, i suoi mali protratti nel tempo. Per esempio nel 1919, dopo quella dimostrazione di efficienza e forza, si arrivò a una proposta di legge sul suffragio femminile, approvata il 6 settembre di quell’anno ma poi mai arrivata al Senato. Bisognerà aspettare 20 anni di fascismo, e un’altra sanguinosissima guerra, milioni di morti e uno scontro fratricida, per arrivare finalmente al suffragio universale nel 1946. Ancora, il delitto d’onore, che permetteva al marito di sopprimere la moglie per adulterio, mai il contrario, era sanzionato con pene ridicole, ed è stato cancellato solo nel 1981. Le donne ne pagano ancora il colpevole ritardo. 


Alberto Marchetti
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