Trio da Kali & Kronos Quartet - Ladilikan (World Circuit, 2017)

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“Ladilikan” è lo straordinario, raffinato album nato dall’incontro tra il Trio Da Kali e il Kronos Quartet. Oltrepassare i confini musicali è il fil rouge del riuscitissimo progetto, in cui una trama sonora fluida e naturale è il sapiente risultato dello scambio tra la musica “antica” del trio maliano e le melodie contemporanee del quartetto d’archi californiano, non nuovo a frequentazioni sonore africane, visto che nel 1992 aveva pubblicato “Pieces of Africa”. La line-up del Trio Da Kali, costituita da balafon, ngoni basso e voce femminile, è stata riunita dalla giornalista ed etnomusicologa Lucy Durán per conto dell’Aga Khan Music Initiative, che commissiona e produce progetti che coinvolgono musicisti tradizionali. I tre maliani provengono tutti da celebri famiglie musicali di cultura mandè: Lassana Diabaté, virtuoso del balafon e direttore musicale, ha suonato per lungo tempo con Toumani Diabaté nella Symmetric Orchestra; la cantante Hawa "Kassé Mady" Diabaté, figlia della grande cantante tradizionale Kassé Mady Diabaté – con una potenza, estensione e fraseggio vocale che hanno portato a paragonarla alla regina del gospel americano, Mahalia Jackson – ; Mamadou Kouyaté allo ngoni, figlio maggiore di Bassekou Kouyaté, suona con il padre nella Ngoni Ba. In questo sodalizio il Kronos Quartet, composto da David Harrington e John Sherba ai violini, Hank Dutt alla viola e Sunny Yang al violoncello, con la collaborazione del compositore Jacob Garchik, ha composto, arrangiato e realizzato musica che si integra perfettamente con quella subsahariana. 

Lavorando con musicisti di diverse tradizioni in tutto il mondo, il quartetto d’archi costituito a San Francisco nel 1975 – che si è imposto fin dagli anni Ottanta come fenomeno musicale per la sua versatilità che travalica generi e culture –, ha acquisito grande esperienza nell’accostamento di musiche di tradizione orale alla cultura occidentale. L’ascolto delle dieci tracce procura un ininterrotto appagamento per il continuo rinnovarsi della suggestione dell’album, aperto dalla delicata melodia al balafon di “Tita”, un invito ai giovani a seguire il cuore piuttosto che i desideri delle famiglie rispetto al problema dei matrimoni che in Mali, fino a poco tempo fa, erano combinati. “Tita” è orchestrata per balafon e ngoni, cantata dall’espressiva, accorata voce femminile sottolineata dai passaggi dei violini; si conclude con un incalzante duetto tra il canto e gli archi con il balafon a fare da sostegno. Invece, “Kanimba” è un brano di Siramory Diabaté (prozia di Hawa Kasse Mady, scomparsa nel 1989), prolifica compositrice, interpretato con intensità. “Eh ya ye” è un’irresistibile, incalzante parabola in musica sull’importanza di essere onesti: narra la storia di un marabout (religioso musulmano, indovino e guaritore che si ritiene che abbia conoscenze e abilità che gli consentono di risolvere tutti i tipi di problemi) che mente affermando di possedere poteri soprannaturali con i quali sarebbe in grado di evocare jinn, spiriti menzionati nel Corano. 
Nel finale gli archi si lanciano con forza e si rincorrono e si compenetrano. Con “Garaba Mama” (un commerciante sempre molto generoso con i griot) ci si sposta nella regione di Segou, provincia nel centro del Mali lungo il fiume Niger, dallo stile musicale diverso dal resto del paese con ritmi e scale pentatoniche. Lo strumento principale è lo ngoni, che in apertura si unisce agli archi fino all’ingresso di un’ipnotica melodia al balafon e del canto. “God shall wipe all tears away” è una canzone interpretata da Mahalia Jackson negli anni Trenta. Quando Harrington, leader dei Kronos, ha sentito la voce di Hawa Kasse Mady, è rimasto fortemente colpito dalle sue doti espressive («canta al centro del cuore dell’ascoltatore») e di potenza, ed ha immaginato che potesse interpretare questa toccante canzone. In questa versione dolente i testi in inglese sono stati tradotti in bambara, lingua del sud del Mali, mentre gli archi emulano il suono dell’organo che veniva utilizzato nella versione di Mahalia. Anche la nona traccia, nonché title-track dell’album, si basa su un gospel registrato da Mahalia Jackson nel 1950 ed intitolato “I’m Going to Live The Life I Sing About in My Song”, adattato a un tema al balafon nella parte centrale, che si alterna agli archi che suonano una commovente melodia sotto la voce torreggiante. “Samuel” è l’unico brano strumentale dell’album, scritto da Lassana Diabatè, grande virtuoso del balafon, in onore della tradizione virtuosistica della Guinea in cui si è formato e delle sonorità più melodiose e intime di questo strumento. 
Gli archi fanno da contrappunto alla voce, suonano ampi e festosi e nel finale incalzano la melodia al balafon in “Lila bambo”, un’antica canzone del repertorio dei griot, che risale probabilmente a diverse centinaia di anni fa, il cui testo metaforico in lingua mandinka, verosimilmente, si riferisce al potere del destino. “Kene Bo” è, invece, basata su una melodia a cappella, tradizionalmente eseguita dalle donne griot ai matrimoni. Nella società maliana, il matrimonio e i figli sono considerati un obbligo. Il brano celebra la bellezza dei giovani sposi e, allo stesso tempo, ricorda che il matrimonio va vissuto ed accettato come parte della vita. Chiude l’album “Sunjata”, uno dei più antichi e prestigiosi brani del repertorio dei cantori di lode mandè. Con differenti melodie per accompagnare le diverse parti, racconta l’ascesa al potere nei primi anni del XIII secolo di Sunjata Keita, fondatore dell’impero del Mali. La versione di Trio Da Kali e Kronos Quartet aggiunge un sapore speciale grazie all’accompagnamento per archi che, grazie a piccole dissonanze, sottolinea la dolcezza della melodia. “Ladilikan”, album ad elevato grado di interazione, inebriante e potente, è senz’altro una delle proposte più interessanti del 2017. Ascoltare per credere e per lasciarsi subito incantare dalla sua serena profondità. 


Carla Visca

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