Daniele Sepe – Lost Album (Autoprodotto, 2017)

A pochi mesi di distanza dal grande successo di “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”, Daniele Sepe tira fuori dal cilindro, ma sarebbe meglio dire dai suoi sterminati archivi, un funambolico disco jazz, registrato nel 2003 dopo “Anime Candide” e poco prima di “Suonarne 1 per Educarne Cento”, e riscoperto di recente dallo stesso sassofonista napoletano, frugando in un vecchio hard disk, alla ricerca di altri materiali. Pubblicato per scelta unicamente sulle piattaforme digitali, come ci aveva anticipato all’epoca della nostra intervista per il primo episodio di “Capitan Capitone”, il disco raccoglie sette brani, frutto di alcune sessions serratissime, intraprese senza un progetto iniziale ben preciso ma tutte giocate sull’apporto creativo della superband che affiancava Sepe e composta da meglio della scena jazz partenopea: Salvatore Tranchini e Lello Di Fenza alle batterie, Aldo Vigorito e Lello Petrarca al basso e al contrabbasso, Pietro De Asmundis e Francesco D’Errico alle tastiere, Francesco Giacoia e Antonio Onorato alle chitarre, Lino Cannavacciuolo al violino, Marzouk Mejiri alle percussioni ed eccezionalmente al secondo sax Marco Zurzolo. Il risultato è un disco che ci restituisce intatto il fermento creativo di quelle sessions con Sepe che non occupa mai la scena da protagonista unico del disco, ma mira dritto ad esaltare i momenti corali e le improvvisazioni dei singoli, spesso incoraggiando gli strumentisti stessi (imperdibile “Lello suona in “Mafredina”). E’ così che si è forgiato il magmatico sound che caratterizza il disco, nel quale il jazz elettrico di “Bitches Brew” di Miles Devis e le esplorazioni sonore di Weather Report ed Area incontrano echi di world music, il tutto permeato dalla personale visione musicale del sassofonista napoletano. Non ci sembra casuale che ad aprire il disco ci sia l’emblematica “Pareissemanune” il cui titolo racchiude lo spirito di tutto il disco, ovvero il partire da radici musicali ben definite per approdare in territori sonori nuovi ed inesplorati. Il brano parte, infatti, dal dialogo tra i due sax di Sepe e Zurzolo per condurci in una dimensione quasi siderale con il vorticoso crescendo strumentale, dominato dalla batteria e dalle chitarre, a cui seguono una serie di soli superbi. Se “Ya Mustafa” vede il tema, caratterizzato dagli arabeschi del sax, evolversi in una lunga improvvisazione sonora a tutto campo, la successiva “Geghegge” è trascinante piena di swing con il sax a guidare la linea melodica. Si prosegue con la brillante “Imperterriti Baconi” con il gustoso interplay tra sax e tastiere nel quale si inserisce la chitarra, sostenuta dal potente groove della sezione ritmica. Si torna in territori world con “Una Danza Sufi” nella quale fanno capolino il violino di Lino Cannavacciulo e il canto di Marzouk Mejiri ma il vertice del disco arriva verso il finale quando ad irrompere è “La nonna di Beethoven”, una composizione dalla originale architettura sonora dalla quale emerge in tutta la sua forza la febbrile vena ispirativa di Sepe e soci. Chiude il disco “Manfredina a 220 Volts” che destruttura, scompone e ricompone il tema di un brano di matrice medioevale, che lega presente, passato e futuro. Sebbene ingiustamente dimenticato nei cassetti, “The Lost Album” è la conferma di come Daniele Sepe sia uno dei sassofonisti più eclettici e musicalmente dotati in Italia. Un peccato non poterlo celebrare oggi come uno dei dischi più belli degli ultimi vent’anni, ma forse siamo ancora in tempo per farlo! 


Salvatore Esposito
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