Mario Vorraro, musicista e liutaio, amante della musica popolare napoletana

Leggerezza, qualità sonora ed essenzialità delle forme sono le principali caratteristiche dei suoi strumenti musicali.  Nei primi anni Novanta, si è avvicinato alla liuteria per migliorare il suono del mandolino con cui suonava professionalmente. Si è progressivamente applicato da autodidatta e, dopo anni di sperimentazioni, ha deciso che era giunto il momento di aprire bottega. Per serietà professionale, è solito prendersi dai tre ai cinque mesi per realizzare uno strumento di qualità. Come persona e ricercatore, apprezza Roberto De Simone, il quale ha scritto per lui parole che lasciano il segno.  Per circa diciotto anni, ha lavorato come mandolinista nel gruppo di Mario Merola, con il quale ha effettuato numerose tournée internazionali. Ha suonato con diversi altri gruppi. Stanco di sentire alterare il suono della mandola “contralto”, ha progettato e realizzato la cosiddetta mandola “tenore”. Fra le labbra tiene costantemente il sigaro. Numerose immagini l’hanno ritratto con barba folta e capelli arruffati. Dialogando, abbiamo scoperto che Mario Vorraro è un artigiano sensibile, che dedica particolare attenzione agli strumenti della tradizione partenopea. Nostro obiettivo è far conoscere sinteticamente la sua “ars”, che parte da un quartiere periferico di Napoli nel quale, da ragazzino, ha iniziato ad appassionarsi alla musica popolare.

Quartiere Barra, NCCP, Roberto De Simone e Mario Merola
Dieci fratelli, papà operaio, mamma casalinga, Mario Vorraro (1960) è cresciuto nel quartiere di Barra a Napoli.  In casa nessuno si dilettava con la musica. Sin da bambino, dal padre, apprese la manualità nel maneggiare arnesi per costruire aerei e navi in miniatura. Poi, nel 1974, l’ascolto di un LP della “Nuova Compagnia di Canto Popolare” (NCCP) gli aprì un mondo.  
Di quegli anni, ha ricordato: «Ascoltavo ogni giorno il disco “Li sarracini adorano lu sole”, lo consideravo una medicina (...). Ero giovane e non avevo possibilità economiche. Chiesi qualche soldino a mia mamma, ma all’epoca un LP costava minimo 2500 lire. Così d’estate, finita la scuola, cercavo di fare qualche lavoretto, per comprare i dischi. Con amici, nel tempo, mettemmo su un gruppo amatoriale, con il quale ci piaceva imitare (“scimmiottare”) i pezzi della NCCP. Il nome del nostro gruppo era “Scetavajasse”, tipico idiofono popolare.  Io ero la voce del gruppo e suonavo le nacchere, eseguivamo canti e balli popolari, come le tammurriate. Negli anni iniziammo a fare anche qualche ricerca sul campo, che ci permise di ampliare il repertorio». Vorraro ritiene che, senza gli studi e gli spettacoli di De Simone, “non sarebbe potuto arrivare dove è arrivato”. Considera la musica popolare «un genere molto “duro”, ma è musica nobile, complicata, non perché sia difficile da suonare, ma perché devi essere educato, attratto, devi essere una persona magica per avvicinarti a questo tipo di musica, perché è proprio l’istinto, è la base, è la natura, è l’energia, ed io sin da giovane sono stato attratto da questa musica». Alcuni anni or sono, ha coronato il sogno di poter lavorare con Roberto De Simone, suonando nello spettacolo “Lo Vommero a duello”, eseguendo una parte per mandoloncello, su musiche scritte dal compositore napoletano. Pare che la scrittura per lo strumento fosse un po’ complicata e glielo comunicò, spiegando il perché. De Simone concesse piccole modifiche, «… da grande artista che sa essere umile e dialogare con le persone di ogni livello. Ha sempre avuto la capacità di fare unioni tra il passato letterario-musicale e il presente, fondendo le conoscenze acquisite sul campo e nelle biblioteche (…). È un pozzo di conoscenza e non si ferma mai, ha una volontà ferrea e riesce sempre a portare a termine i suoi Progetti, nonostante le avversità burocratiche e il disinteresse dei politici. Nel suo spettacolo, dovemmo fare le prove in un centro psichiatrico, nel quale il direttore aveva gentilmente messo a disposizione uno spazio. 
De Simone è un grande personaggio a cui Napoli (e non solo Napoli) deve molto ma, come spesso accade, il suo lavoro è stato troppo spesso sottovalutato. Io sono onorato di aver costruito per lui una chitarra battente e mi sono commosso per le parole che scrisse in merito, che ho voluto riportare sulla mia brochure divulgativa». Torniamo alla gioventù di Mario Vorraro. Da ragazzo s’innamorò della signora Luciana, sua moglie, che l’ha sempre incoraggiato a proseguire nella costruzione di strumenti musicali. La signora, ancora oggi, si occupa di tenere le pubbliche relazioni per il marito.   Vorraro iniziò a suonare la chitarra e il mandolino con strumenti avuti saltuariamente in prestito.  Grazie a lavori più stabili, nel 1978, ebbe modo di acquistare il primo mandolino (pagandolo 30.000 lire). Era uno strumento dei primi anni del XX secolo. Il mandolino è stato lo strumento grazie al quale ebbe modo di lavorare come musicista nel gruppo (pianoforte, due mandolini, basso, batteria) che accompagnava Mario Merola. I suoi due mandolinisti avevano scelto di andare a suonare con un altro gruppo, per cui Merola iniziò a fare provini per rimpiazzarli. Era in tournée e aveva fretta. Da allora Vorraro divenne mandolinista del gruppo e grazie a lui iniziò a guadagnare e a farsi apprezzare. Lavorava tanto (“in alcuni periodi non avevi neppure il tempo di farti la barba”), soprattutto in concerti, matrimoni, sceneggiate, feste di piazza, spettacoli teatrali e televisivi.  Ricorda Vorraro: «All’inizio è stato difficile, perché mi sono imbattuto in un tipo di musica che non conoscevo, complicata da suonare, con Dino Fiorentino al piano (…). Abbiamo suonato ovunque, incontrando suonatori di tutti i livelli, eravamo apprezzati. Merola era “libero” nel cantare, noi lo dovevamo inseguire e stargli dietro  alla “biscroma”, con lui ho imparato a stare sul palco, ho appreso la Scuola che solo a Napoli esiste. Se tu non suoni con la partitura, se tu non suoni senza partitura, se tu non suoni a orecchio, se tu non suoni sotto la pioggia, se tu non suoni a una temperatura di meno zero gradi, se tu non suoni eccetera, eccetera, eccetera, tu non sai suonare. Puoi avere un milione di diplomi ed essere un gran virtuoso, ma non sai suonare, non ti chiamano a suonare, devi avere queste caratteristiche, devi essere veloce, devi sentire, devi essere pronto a risolvere i problemi, come in tutte le cose».

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