Jace Clayton, Remixing. Viaggio nella musica del XXI secolo, EDT, pp. 191 Euro 18,00

La prestigiosa Biblioteca di cultura musicale di EDT si arricchisce di un titolo che si configura come una riflessione sulle trasformazioni della scena musicale mondiale in queste prime decadi del XXI secolo, in cui l’affermarsi del digitale e le dinamiche del capitalismo globale hanno prodotto una mutazione, ancora in atto, delle pratiche di ascolto e di fruizione della musica. Tradotto in italiano da Marco Bertoli, il volume è pubblicato con ottimo tempismo dall’editore torinese, visto che l’originale, uscito con il titolo di “Uproot: Travels in Twenty-First-Century Music and Digital Culture”, è del 2016. Jace Clayton, aka DJ/Rupture, nome di punta del deejaying mondiale, definito dall’autorevole mensile britannico “Wire” «pan-global, post-everything superhero”, musicista, produttore, blogger e giornalista, diventa narratore di se stesso, dei suoi viaggi intorno al mondo tra centri e periferie (ammesso che nell’epoca del mondo iper-connesso tale dicotomia abbia ancora un significato forte), analista di fenomeni musicali e della cultura digitale che fanno i conti con il mondo globalizzato. Ne emerge una sorta di mappa mondiale che si dipana a fronte della curiosità musicale infinita del DJ originario di Boston e laureato a Harward, viaggiatore per lavoro e per interesse musicale, diventato famoso a partire dal 2001 – più o meno agli albori del Web –, quando il suo mixtape “Gold Teeth Thief”, un’ora di musica «senza né capo né coda», riceve migliaia di download in tutto il mondo, trasformando Jace in un personaggio di culto. Girovagando dal Marocco dei cantanti berberi che si appropriano di auto-tune – il software creato per correggere l’intonazione della voce umana registrata su disco, definito da DJ Rupture «il dispositivo musicale degli ultimi vent’anni» – alla Giamaica, dal Messico al Cairo, animato da suggestioni chatwiniane, Clayton ci porta in giro tra file rimixati e campionamenti, mp3 e musica per smartphone, ci introduce negli studi di registrazione, ci fa conoscere musicisti, produttori, tecnici e giramanopole locali, tra aneddoti, storie di viaggio, visite a negozi di dischi e DJ set, glitch sonori ed esistenziali. Ci parla della scoperta dell’orchestra di likembé congolese dei Konono e dei Staff Banda Bilili, quantunque siano cose note a chi segue le musiche del mondo, anche con un tratto discorsivo tranchant e assertivo che può far aggrottare le ciglia; si prende la briga di affossare il siriano Omar Souleyman, che – ma anche questo è risaputo – del dabke non è che un personaggio secondario, la cui notorietà è limitata ai vezzi del circuito mediatico occidentale. Clayton è anche lo sviluppatore dei Sufi Plug Ins, una suite di software gratuiti con cui ri-accordare i suoni occidentali sulla base degli intervalli di quarto di tono del mondo arabo e mediorientale (ne parla nel capitolo VII, “Strumenti”). Nel capitolo IV, intitolato “World Music 2.0”, si respira un po’ di aria fritta, quando il nostro DJ rispolvera la genesi di “Graceland” di Paul Simon e riduce un fenomeno di così vasta portata come la world music con tante sfaccettature a una «definizione calata d’alto». O ancora, quando liquida il WOMEX – innegabile che l’Expo abbia le sue contraddizioni da primo mondo – come una fiera di rapaci imprenditori e promoter neoimperialisti della musica, animata da gruppi musicali esotici e pittoreschi. Per contro, suscita interesse la ricostruzione della diatriba a sfondo di royalties tra maestri marocchini di Jajouka vs quelli Joujouka, così come l’innescare la riflessione sulla cosiddetta world music 2.0. Tuttavia, piuttosto che andare a fondo sul tema a tutto raggio, Clayton si limita a trattare il genere mahraganat cairota e ripiega sull’aneddotica personale. Il viaggio di “Loops” (capitolo VIII) è tutto dentro gli esiti del tribal guarachero messicano, mentre con gli ultimi due capitoli, “Resistere, ma come?” e “Ascolto attivo”, l’autore si interroga sul che fare, portando, tra l’altro, come esempio paradigmatico l’interazione degli olandesi Ex con i musicisti etiopi. Insomma, un DJ viaggiatore del mondo globalizzato che, lungi che dallo stare rinchiuso tra i propri apparati elettronici, si impone di conoscere, di tendere le orecchie, di confrontarsi e di aprirsi allo sguardo e all’estetica dell’altro. Non che Clayton offra soluzioni epocali, ma è certo che leggendo le pagine di “Remix” si entra in mondi musicali creativi e mutanti, fatti di sorprese e di esiti inattesi, di reti di suoni in cui gli steccati e i confini culturali si abbattono. Possiamo anche non condividere fino in fondo la sua estetica o considerare un po’ datate certe affermazioni (e lo sono), ma la lettura di DJ/Rapture è al contempo testimonianza e interpretazione che prova a superare il punto di vista musicale occidentale e che provocatoriamente ci spinge a non essere solo attraversati dal suono, ma ad ascoltarlo e a farne un dispositivo di indagine. 

Ciro De Rosa
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