La musica di tutti. Esercizio di fanta-musicologia

La musica è morta. O sta per morire. È questo un sentimento comune: se ne parla spesso nei media, specializzati e non, nei discorsi degli addetti ai lavori e nel discorrere ordinario della gente. È un sentimento che riguarda la cosiddetta musica d’arte (chi mai saranno i compositori contemporanei? Alla domanda molti miei studenti rispondono Giovanni Allevi, no?) ma riguarda anche altri tipi di musica (il rock è morto; il jazz non sta così tanto bene di salute). È un sentimento che spesso tende a trovare un (il) colpevole nella tecnologia (ah! i computer!), nella scomparsa dei talenti musicali eccetera. Ma è un sentimento non nuovo – vorrei che fosse ben chiaro –  e si ritrova regolarmente nelle fonti del passato. È un sentimento che contraddistingue ogni cambio generazionale (compreso lo scaricare la colpa alla tecnologia: già nel 1888 un giornalista ipotizzava che il fonografo – solo 9 anni prima brevettato – avrebbe in qualche modo ucciso la musica).
Si ma vuoi vedere che stavolta (oggi) è diverso? Vuoi che vedere che i computer, le “strane nuove diavolerie” che vanno sotto ammalianti parole inglesi – Garage Music, Spotify, Auto-tune, Mush-up, Remix, Protools eccetera – ce la faranno davvero a distruggerla la musica?  
Alcuni anni fa ad un convegno di antropologi culturali mi è stato chiesto di immaginare la musica nel 2049. Per quella occasione ho avuto la fortuna di trovare, al mercato delle Pulci del Papireto di Palermo, una specie di scheda di memoria contenente parte di un diario di un tal E.L.F. che giusto nel 2049 (guarda caso!) svolgeva delle ricerche sulla musica in giro per il mondo (il relativo articolo è pubblicato sul numero 25-26 della rivista AM, 2011). Dato che, come si dice, colpo di fortuna che vince non si cambia (ma si dice davvero così?) sono tornato al Papireto, dove in una scatola di vecchie fotografie in bianco e nero ho trovato un negativo sei per sei Rolleiflex completamente nero. 
In realtà, grazie ad un adeguato atturramento da parte di un amico – di cui non posso rivelare il nome - si è scoperto trattarsi di una specie di piccolo, drammatico, memoriale datato maggio 2038, scritto da una ragazza in fuga (voglio immaginare una bella ragazza, Kira il suo nome). Un memoriale indirizzato – si legge in apertura – 
“ai giovani di ieri e di domani, del passato e del futuro perché sappiano che partecipazione e democrazia sono dentro di noi, sono nell’ascolto degli e non sono nella rete, non sono nella piattaforma: siamo tutti diversi; capire il diverso è pure meglio del fare l’amore!”. Un attacco alquanto enigmatico, come si vede, urlato quasi, come una sorta di “messaggio in bottiglia” pensato per viaggiare avanti e indietro nel tempo (cosa che in realtà non mi ha stupito molto - se è vero che già oggi possibile in teoria viaggiare nel tempo, fra una ventina d’anni sono certo che Ryanair si sarà in qualche modo attrezzato alla bisogna!). Il seguito del testo chiarisce tante cose, lasciandone altre in sospeso. Ecco dunque il racconto di Kira. 
"Da tempo ci pensavo. Tre giorni fa ho deciso e sarà per sempre: aderisco alle brigate Leonardo Sciascia unicuique suum (A ciascuno il suo!). È stato un turbinio di eventi. Quattro sere fa ero al nostro solito locale, con Giuseppe-Piero e gli altri. Ciascuno con il suo powerful -we-music, chi nel pollice, chi incastonato in un anello, con VA, la solita fanatica, montato nel piercing al naso. Un breve sguardo di assenso, al via la funzione partecipy e subito la nostra musica inondava lo spazio intorno al nostro tavolo. 
Musica nostra perché la facevamo noi, con i nostri powerful we-music. Nostra perché di noi tutti, perché – ci avevano spiegato - a tutti noi era data la possibilità di fare musica e non ad una ristretta corte di privilegiati e papponi che si nascondevano dietro l’ideologia fascista del compositore talentuoso, del concertista virtuoso, del producer “che se ne intende”, eccetera. Una musica, la nostra, perciò autentica, armoniosa, realmente popolare, filosoficamente impostata come un reale dialogo paritetico – così ce l’illustravano– a cui ciascuno, se vuole, può prendere parte quando è il suo turno usando a piacimento il proprio lanch pad  per non più di 4 minuti e 33 secondi, oppure può lasciare che per lui faccia la macchina. Una musica democratica, sempre piacevole, allegramente ritmata che rifletteva fedelmente la democrazia del nostro governo del popolo - come l’U.V.U.plus sentenziava quasi ogni giorno dal suo post-blog 4.0.   
D’improvviso, proprio quando era il turno di Giuseppe-Piero, il solito ricco flusso della nostra musica cessava d’improvviso e dal suo powerful we-music uscivano poche note in un ritmo lento, sconcertante per tutti, qualcosa di inaudito che ho fatto in tempo a registrare per pochi secondi (ASCOLTO 1). Giuseppe-Piero, vistosamente agitato, paonazzo, dichiarava subito di saltare il giro musicale e cominciava ad inveire contro il suo apparecchio, sostenendo che funzionasse male (sarebbe stato il primo caso di guasto nella storia di powerful we-music, a quanto ne sappiamo) e fugge via, quasi di corsa.

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