Alessio Lega – Mare Nero (A Buzz Supreme/Obst U. Gemüse, 2017)

Nell’arco di oltre dieci anni di attività artistica, Alessio Lega ha messo in fila nove album di grande spessore culturale, quattro libri e numerose collaborazioni, dando vita, in parallelo, ad un appassionato percorso di ricerca volto al recupero e alla conservazione della memoria della canzone politica degli anni Sessanta e Settanta, di cui a buon diritto può essere considerato uno degli principali eredi. Animato dall’urgenza del racconto dalla prospettiva dei più deboli e la lotta continua contro soprusi ed ingiustizie, il suo songwriting si caratterizza per un approccio ai testi ironico e pungente, mentre dal punto di vista musicale nella sua cifra stilistica convergono stili e sonorità differenti che spaziano dal cantautorato americano alla musica kletzmer, dalla musica balcanica a quella latin, fino a toccare il folk-rock. A quattro anni di distanza dal pregevole “Mala Testa”, lo ritroviamo con “Mare Nero”, album nel quale ha raccolto tredici brani tra cui due riletture dal repertorio di Dario Fo e Paolo Pietrangeli, che nel loro insieme compongono “il ritratto di un inferno bello mosso”, come recita il sottotitolo del disco. Abbiamo intervistato il cantautore salentino, per farci raccontare la genesi di questo nuovo lavoro ed approfondirne le ispirazioni, senza dimenticare i tanti progetti paralleli che costellano il suo cammino musicale.

 “Marenero”, scrivi nelle note di copertina, è il tuo primo disco di canzoni, nato per le canzoni e sulle canzoni e null’altro... Ci puoi raccontare la genesi di questo album?
Il biennio 2013/2014 fu per me molto produttivo. L’uscita di “Mala Testa” - che considero ancora come il mio disco che mi rappresenta di più. La partecipazione di me e dei miei collaboratori (Rocco Marchi, Francesca Baccolini, Guido Baldoni) al Premio Tenco nel 2013 come autore e nel 2014 come interlocutore privilegiato di tutto il progetto sulle “Resistenze”. Il debutto del nuovo “Bella Ciao”. Un lungo periodo di permanenza in Russia che mi permise di approfondire lo studio sulla canzone d’autore sovietica... Fu proprio Rocco Marchi (il mio più storico musicista) che pensò di produrre subito un nuovo CD e ci concentrammo prima sul repertorio preparato per il Tenco 2014 (rimasto inedito), e poi su un’ipotesi di rilettura delle canzoni del movimento anarchico (che poi portammo dal vivo nel 2016 allo Sponz Fest su richiesta di Capossela). Alla fine ci dicemmo «ma visto che abbiamo parecchie canzoni originali inedite, perchè non lo facciamo con quelle il nuovo disco?». Due anni precisi di lavoro in studio... ed eccoci qua.

Nel disco si rincorrono sonorità differenti. Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Si parva licet, io sono sempre stato un tenace sostenitore dei Beatles e considero il loro approccio alla canzone molto più “d’autore” che “rock”, ovvero invece di modellare gli arrangiamenti su un suono granitico e pre-determinato, avevano un atteggiamento centrifugo, l’”Album bianco” possiede la sdolcinata “Julia” e la demoniaca “Helter Skelter”. Così siamo proceduti senza più timori di sorta: se “Santa Croce di Lecce” citava una ballata irlandese, alla nostra maniera proviamo ad assecondarla, se “Porrajmos” richiede sin dalla scrittura un’atmosfera Balcan-Klezmer, abbiamo ormai il mestiere per non rischiare il folcloristico. Il fatto di esser cresciuti assieme in mille concerti e di suonare anche in decine di progetti paralleli ci da un’assoluta fiducia e ci arricchisce delle reciproche esperienze.

Quali sono le identità e le differenze rispetto ai tuoi dischi precedenti?
Questo è il mio primo disco nato sulle canzoni e dalle singole canzoni. Il fatto che critica e pubblico se ne siano andati in visibilio (a un grado che mi ha persino stupito) mi fa capire che la varietà è percepita come un valore in sé.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nella realizzazione del disco?
E quali vuoi che siano... le solite, quelle economiche! Mi piacerebbe - come mi era successo all’inizio lavorando con quel mecenate che è Valter Colle - poter fare un disco senza la preoccupazione di far quadrare il bilancio e senza chiedere troppi favori agli amici musicisti.

Nel disco si mescolano ritratti come quello dell’iniziale “Angelica Matta”, luoghi come Lecce e Milano, ma anche riflessioni profonde come in “Ambaradan”. Qual è il filo rosso che lega i vari brani?
Questo disco non è un romanzo, è una raccolta di racconti: qualcuno ha gli stessi personaggi, gli stessi ambienti, ma in generale il "filo rosso" è solo il disco stesso.

Tra i brani più emblematici del disco c’è la già citata “Ambaradan”. Come nasce questo brano?
Dalla suggestione di quella parola “Ambaradan” che ci suona così leggera, celando in sé una grande tragedia storica. Ho voluto per questo fare un brano quasi “pop”, quasi “radiofonico”... a patto di non sentire il testo!

Come mai hai scelto di inserire “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta” di Dario Fo e Fiorenzo Carpi e “Fiore di Gaza” di Paolo Pietrangeli?
Due canzoni non necessariamente notissime, ma a mio avviso bellissime e che ben si inserivano nel "ritratto" di questo disco. La prima è più antica dello stesso concetto di "canzone d'autore", la seconda - che è molto più recente - testimonia la felicità di scrittura di un nostro grande maestro (ed amico).

La title-track riporta l’attenzione sul movimento No-Tav. La lotta continua...
Un altro brano del disco "Maddalena di Valsusa" è dedicata alla lotta NO-TAV in modo ancor più esplicito. Trovo che sia un fenomeno molto importante che - al di là del contesto specifico - ci insegni che la lotta è ancora possibile, ancora utile, ancora necessaria.

Il disco si chiude con “Petizione per l’affidamento dei figli alle coppie omosessuali”, un altro argomento di prepotente attualità.
...anche se poi la canzone ha più di dieci anni. Maledetta "attualità” dei diritti negati, in questo Paese non ce ne si libera mai!

Tra le cose che colpiscono del disco c’è anche la copertina rimanda ai Dischi del Sole. Una scelta non casuale…
L'arrivo a questa copertina non è casuale ma è fortuito. Fino alla vigilia della stampa pensavamo di utilizzare un "Giudizio Universale" pre-giottesco che si trova in una chiesa presso Mondovì... ma poi ci siamo resi conto che un affresco nato per le grandi dimensioni veniva davvero immiserito sul CD. A questo punto siamo ricorsi all'ispirazione dei manifesti parigini del "Maggio '68" che anche graficamente mi paiono sempre bellissimi.

Che senso ha essere un cantautore anarchico oggi. Necessità o passione politica vibrante?
Più che un "cantautore anarchico" (che non so proprio cosa sia) sono un anarchico che fa il cantautore: ovvero qualcuno che trova opportuno manifestare le sue convinzioni anche attraverso la musica. In realtà a me è sempre parso bizzarro che ci siano cantanti che hanno come unico tema l'amore per una donna e non quello per l'umanità... io sono solo un cantante che si occupa di varie forme d'amore.

Hai preso parte al riallestimento di “Bella Ciao” di Riccardo Tesi. A distanza di ormai qualche anno e dei tanti successi, come giudichi questa esperienza?
Beh, ovviamente è stata e continua ad essere una delle esperienze più formative della mia vita su molti piani. Innanzi tutto non mi era mai capitato di replicare per quasi tre anni il medesimo repertorio, e dunque avere modo di curarne ogni particolare, sperimentare microvariazioni interpretative, confrontandosi peraltro con un pubblico che spesso non conosce l'italiano (Bella Ciao fa all'estero più repliche che in Italia). Poi cantare accanto alle straordinarie voci di Elena Ledda, Ginevra di Marco, Lucilla Galeazzi, Luisa Cottifogli, ha voluto dire confrontarsi con una percezione interpretativa così sicura e approfondita da doversi porre tutta una serie di problemi... ovviamente risolti non attraverso l'inseguimento di un'idea del (bel)canto che non può essere la mia (per manifesta incapacità e perché sono in minoranza, dato che loro sono tre), ma attraverso lo scavo e la precisazione tecnica di ciò che già̀ facevo senza averci pensato troppo: il cantastorie, colui che ti fa "visualizzare" le parole di un canto, che rende evidente quanto di narrativo è presente nel canto popolare. Infine trovarsi affianco a Riccardo Tesi, alla sua enorme esperienza e alla sua curiosità bambina, al suo sapersi ecclissare e riemergere con un suono così poetico che è al di là di ogni tecnicismo, è un piccolo privilegio che sta all'apice del mio curriculum emotivo.

Concludendo, sei impegnato in diversi progetti collaterali dal laboratorio per bambini alle tue serate alle prese con vinili e ascolti sulla canzone d’autore per finire al tuo impegno militante...
L’impegno militante lo svolgo soprattutto cantando nelle situazioni più “calde” (il che vuol dire qualche volta “pericolose”... come diceva Rocco), lo considero comunque un privilegio. Il mio lavoro di scavo e riproposizione della canzone d’autore mondiale è un impegno mostruoso (negli ultimi tre anni sono entrate 300 nuove canzoni nel nostro repertorio), ma è la mia lotta personale contro l’oblio che in ogni campo è il principale male del nostro paese. Questo lavoro da origine anche a progetti collaterali come gli stage per insegnare ai bambini le canzoni di Rodari ed Endrigo, le più belle mai scritte per il pubblico infantile. Inoltre non ho smesso di provare a far da ponte con le culture musicali meno conosciute, ho già registrato un disco antologico di versioni italiane del padre della canzone d’autore russa Bulat Okudzava, che a mio avviso è la cosa più bella che abbia mai fatto.



Alessio Lega – Mare Nero (A Buzz Supreme/Obst U. Gemüse, 2017)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Ci sono dischi che, pur non nascendo con lo scopo di raccontare una storia unitaria, visti in una prospettiva differente svelano un mosaico narrativo più complesso. E’ il caso di “Mare Nero. Ritratto di un inferno bello mosso”, il nuovo album di Alessio Lega, il suo primo lavoro nato come semplice raccolta di canzoni, nel quale sono confluiti tredici brani tra composizioni inedite e nuove versioni di brani già noti, incisi presso lo Spectrum Studio di Bologna tra maggio 2015 e febbraio 2017 con un ristretto gruppo di strumentisti composto dai due produttori artistici Rocco Marchi (pianoforte, sintetizzatori, chitarra elettrica, percussioni, armonica) e Francesca Baccolini (contrabbasso, basso elettrico, sintetizzatori e chitarra elettrica), Guido Baldoni (fisarmonica, pianoforte, organo) e alcuni ospiti come Enzo Cimino (batteria, percussioni), Gigi Biolcati (percussioni), Roberto Zamagna (banjo, dobro) e Rocco Rosignoli (chitarra classica, mandolino, bouzouki, violino, cori). Accolti dalla splendida copertina, ispirata ai manifesti parigini del Maggio del 1968 e che nel contempo evoca gli epocali Dischi del Sole, scopriamo un lavoro pregevole tanto dal punto di vista del songwriting quanto da quello musicale, nel quale poesia ed impegno militante si intrecciano scandendo l’incedere narrativo dei singoli brani, piccole grandi storie dal basso, di ultimi ed emarginati, storie d’amore e d’anarchia, che lasciano il segno sin dal primo ascolto. Ad aprire il disco è “Angelica Matta”, un brano solo in apparenza scanzonato ed allegro nel suo incedere in crescendo con fisarmonica e chitarre a guidare la melodia, ma che nella sua trama svela il toccante ritratto di una donna malata di mente. Pianoforte, percussioni e voci caratterizzano la cupa “Canzone del povero diavolo” in cui il protagonista potrebbe essere individuato in uno dei tanti politici capaci solo a fare promesse ma non a mantenerle. Il ritmo si fa più sostenuto in “Ambaradan” che porta al centro della scena la storia della nostra nazione e dei crimini di guerra commessi durante la campagna di Abissinia, mentre la seguente “Santa Croce di Lecce” è un’istantanea dalla natia Lecce densa di lirismo, nella quale spicca l’arrangiamento irish folk. La brillante rilettura di “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta” di Dario Fo e Fiorenzo Carpi ci introduce ad uno dei vertici del disco “Stazione Centrale”, il racconto dell’arrivo a Milano di uno dei tanti immigrati che hanno cercato e cercano un futuro migliore nel capoluogo lombardo. Se “Non sarai più sola” è una canzone d’amore in salsa swing, “Maddalena di Valsusa” riaccende i riflettori sul movimento NO TAV e le lotte di un popolo per difendere la propria terra dalle ferite di una ferrovia inutile nel parallelo con le lotte partigiane. Altro vertice del disco è “Porrajmos”, un brano dalla trama kletzmer in cui Alessio Lega rievoca lo sterminio del popolo Rom e il dramma della Risiera di San Saba da parte dei fascisti. La bella versione di “Fiore di Gaza” di Paolo Pietrangeli ci conduce verso il finale in cui a spiccare sono “Zolletta” in memoria di Enzo G. Baldoni, e la nuova versione title-track trasformata in un vero e proprio anthem del movimento Anarchico. “Petizione per l’affidamento dei figli alle coppie omosessuali” chiude un disco intenso e toccante come raramente capita di ascoltare nella scena cantautorale italiana.


Salvatore Esposito
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