Dimartino & Fabrizio Cammarata – Un Mondo Raro (Picicca, 2017)

Chavela Vargas, al secolo Isabel Vargas Lizano, nacque il 17 aprile 1919 a San Joaquín de Flores in Costa Rica e, dopo una infanzia travagliata in patria, all’età di quattordici anni si trasferì in Messico dove, per vivere, cominciò a cantare per strada. Negli anni cinquanta cominciò la sua carriera da artista professionista, raccogliendo grande successo per i suoi memorabili concerti nei quali si esibiva indossando il suo inseparabile poncho rosso. Nel 1961 registrò i suoi primi brani e nel giro di pochi anni divenne molto popolare tanto in Sudamerica, quanto in Europa ed in particolare in Spagna, fino ad essere considerata una vera e propria leggenda vivente della musica ranchera messicana. Personaggio tanto eclettico quanto trasgressivo, divenne amica ed amante della pittrice Frida Kahlo, ed entrò in contatto con personaggi come Diego Rivera e Luis Echeverría, presidente del Messico dal 1970 al 1976. Alla fine degli anni Settanta, a causa dell’abuso di alcool, fu costretta al ritiro dalle scene e per vent’anni la sua figura cadde nell’oblio. Solo nel 1990, Chavela Vargas tornò a far parlare di sé per la partecipazione nel film “Grido di pietra” di Werner Herzog. A riaccendere i riflettori sulla sua vicenda artistica, fu un altro regista Pedro Almodóvar che le rese omaggio utilizzando alcuni brani del suo repertorio per le colonne sonore di alcuni film, ma fu un incontro misterioso che rilanciò la sua carriera fino a condurla al successo mondiale, quando aveva già superato gli ottant’anni. 
Dieci anni prima della sua morte, nel 2002 prese parte al film “Frida” di Julie Taymor, dedicato all’amica ed amante Frida Kahlo, interpretando “La llorona” e in quell’occasione l’attrice protagonista Salma Hayek, che la volle nel film, dichiarò: “Chavela non è una cantante messicana, Chavela è il Messico”. A questa straordinaria ed emblematica figura della musica sudamericana, Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata hanno dedicato “Un Mondo Raro”, un doppio progetto musicale e letterario, nato da un viaggio da Palermo al Messico nel corso del quale hanno ripercorso la vicenda artistica di Chavela Vargas. Abbiamo intervistato Antonio Di Martino per farci raccontare questa splendida avventura tradottasi in un disco in cui hanno tradotto in Italiano dieci brani del repertorio della cantante sudamericana, e un affascinante libro, edito da La Nave di Teseo.

Disco pregevole ed intenso “Un mondo raro” ha il pregio di aver fatto scoprire al pubblico italiano una figura emblematica della musica messicana come Chavela Vargas. Come è nata la vostra fascinazione per la sua musica?
E’ nato tutto da Fabrizio Cammarata il quale, già un paio di anni, fa aveva nel suo repertorio la “llorona”, una canzone misteriosa e senza autore che si è tramandata negli anni arrivando a Chavela Vargas che ne è la sua interprete più famosa. 
Una sera ho sentito Fabrizio che la eseguiva in concerto e subito dopo gli chiesi di chi fosse quel brano. All’epoca eravamo già amici e lui mi raccontò la storia di quella canzone e di Chavela Vargas. Da quel momento è stato amore. La voce e la vita sempre in bilico della Vargas mi hanno letteralmente affascinato. La sua figura mi ha aperto mondi che non conoscevo. Successivamente con Fabrizio ci siamo ritrovati più volte a discutere di questa figura di donna ed artista così particolare, finché abbiamo deciso di intraprendere un viaggio in Messico alla ricerca di informazioni più dettagliate sulla vita e sulla vicenda artistica di Chavela Vargas. 

Come ha preso vita l’idea di tradurre le sue canzoni e raccoglierle in un disco?
L’idea è nata mentre attraversavamo strade sterrate e curve diretti nello stato di Oaxaca in Messico. Io stavo ascoltando Chavela Vargas con gli auricolari, e ad un certo punto me li sono tolti e ho detto a Fabrizio che quei brani avrebbero funzionato benissimo in italiano. Da lì abbiamo provato a tradurre “No Volvere” che è diventata poi “Non tornerò”, il brano che apre il disco. Abbiamo notato che aveva una musicalità particolare e funzionava molto bene. Successivamente abbiamo lavorato alle traduzioni dei brani che meglio si adattavano in italiano perché molte dellae canzoni del repertorio di Chavela Vargas tra cui “La Ilorona” e “Paloma Negra” sono piene di riferimenti tipicamente messicani che proposti nella nostra lingua potrebbero risultare grotteschi, quindi abbiamo evitato di tradurre cose intraducibili. 
Ad esempio “Maria Tepozteca”, una delle pochissime canzoni di cui è autrice la stessa Chavela Vargas e nella quale si avverte molto il contenuto autobiografico, l’abbiamo provata a rendere in italiano ma diventava quasi incomprensibile perché c’erano troppi riferimenti messicani.

La selezione dei brani è stata di tipo puramente letterario o anche concettuale?
In realtà non c’è stata una scelta concettuale e di significato perché abbiamo scelto i brani che più si prestavano ad essere tradotti in italiano e quindi quelli che esteticamente suonavano meglio ed avevano una maggiore musicalità. 

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato in fase di traduzione in italiano dei brani della Vargas?
Non abbiamo avuto difficoltà nel tradurre i brani perché dallo spagnolo è semplice renderli in italiano. In alcuni casi abbiamo reinterpretato certi concetti che magari nell’originale avevano una resa e in Italiano un'altra.

Ci puoi raccontare dell’incontro con i Macorinos, con cui avete registrato gran parte del disco?
E’ nato in modo inaspettato come tante cose di questo disco. Eravamo a Città del Messico e abbiamo scoperto che un nostro amico siciliano di Agrigento, si era trasferito lì dieci anni fa, e suonava il basso con una delle più grandi cantanti messicane: Lila Downs che è un po’ l’erede di Chavela Vargas. Lui è in contatto con tutta la scena musicale messicana e quando lo abbiamo incontrato gli abbiamo parlato di questo progetto a cui stavamo lavorando e non ha avuto difficoltà a farci incontrare i Macorinos, Juan Carlos Allende e Miguel Peña, due signori ormai ultrasettantenni, che all’epoca suonavano insieme alla Vargas. Al primo impatto con loro c’è stato un po’ di imbarazzo, ma dopo avergli proposto il nostro progetto abbiamo subito incominciato a suonare quei brani. In quei giorni abbiamo tradotto anche i testi e in poco tempo, dopo aver preso uno studio e un produttore, abbiamo anche registrato il tutto in presa diretta.  Alla fine delle sessions ci hanno rivelato che i testi in italiano donavano una certa grazia ai quei brani e devo dire che è stato molto bello potersi confrontare con loro.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Abbiamo lavorato molto poco in fase di arrangiamento. I Macorinos sono venuti in studio già con le partiture che utilizzavano quando suonavano con Chavela Vargas e la maggior parte delle canzoni del disco le abbiamo registrate proprio con loro in presa diretta. Ci siamo, dunque, limitati a lasciare inalterati gli arrangiamenti originali e in questo senso ci sembrava anche giusto non forzare troppo la mano. Del resto interpretare i brani con voce e due chitarre era un po’ il must di Chavela, la quale non ha mai fatto dischi sovraccarichi di arrangiamenti, ed è stato ovvio non riempire di suoni il nostro disco. 

Esiste una connessione almeno ideale tra due terre così lontane come il Messico e la Sicilia?
Ci sono diversi legami. Innanzitutto entrambe le culture hanno un senso di tragedia comica e nelle tante contraddizioni che le pervadono. Poi mi ha mi ha sorpreso molto vedere che sia i messicani che i siciliani sono gli unici al mondo a celebrare non il giorno dei morti, ma la Festa dei Morti. A Palermo come a città del Messico in quel giorno si festeggia, perché la morte viene vista come qualcosa da ingraziarsi piuttosto che respingere. 
Questa visione così particolare della morte che accomuna Messico e Sicilia si riflette in una medesima visione della vita. Che dire poi del parallelismo che si può fare tra Rosa Balisteri e Chavela Vargas.

Il titolo rimanda ad una canzone di José Alfredo Jiménez, cantautore di splendide ballad rancheras. Come poter descrivere questo “mondo raro”?
Il titolo lo abbiamo scelto perché ci sembrava descrivesse in modo perfetto la straordinaria vita di Chavela Vargas. Lei era di origini costaricane e fu abbandonata da piccola dai genitori. Visse con gli zii finché non fuggì in Messico, dove divenne simbolo della tradizione musicale di questa terra per poi cadere nell’oblio per vent’anni e risorgere ormai settantacinquenne per diventare famosa in tutto il mondo. Insomma, una vita di una donna coraggiosa, omosessuale, piena di saliscendi e ricca di colpi di scena. Fu anche una sciamana, tanto che la comunità dei Huicholes della Sierra Madre la nominarono sciamana mayor. Lo sciamanesimo è stato il filo conduttore che abbiamo utilizzato nel libro per collegare le parti della sua vita. E’ come se questo legame, stabilito con gli sciamani che la curarono da piccola per una malattia agli occhi, non si fosse mai interrotto. 
In questo senso ci piaceva rendere questa idea del suo mondo raro, fatto delle persone di cui si circondava ed è per questo che lo abbiamo scelto come titolo sia per il disco che per il libro. Sono stati pochi gli artisti del Novecento che hanno lasciato un segno nella musica del proprio paese come Chavela Vargas.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro da affiancare al disco?
Mentre eravamo in Messico abbiamo raccolto tante informazioni sulla sua vita dalla viva voce di persone, amici e biografi che avevano realmente trascorso con lei diversi anni, i quali ci hanno raccontato tanti aneddoti. Era una cantante straordinaria, omosessuale ma anche una sciamana. La sua vita era già un romanzo che andava solo scritto. Così, quando siamo rientrati ci è venuto quasi naturale scrivere questo libro. Lo abbiamo fatto non in maniera documentaristica perché né io né Fabrizio siamo scrittori, ma ci piaceva raccontare la sua vita un po’ come una fiaba biografica, come un romanzo, una sceneggiatura di un film con dialoghi.

Avete già portato in tour questo progetto. Come si articolano i concerti di “Un mondo raro”? 
Siamo partiti ad aprile con uno spettacolo teatrale sulla vita di Chavela Vargas attraverso questo filo che lega Città del Messico e Palermo. Poi abbiamo fatto alcuni festival letterari per presentare il libro e adesso siamo in tour con un progetto per due voci e due chitare. 

Quali sono le emozioni e le sensazioni che si provano nell’eseguire questi brani sul palco?
Le emozioni sono molteplici. La cosa essenziale è l’immediatezza di queste canzoni, del resto gli autori sudamericani hanno la capacità di scrivere senza mediazioni intellettuali, non si vergognano di parlare direttamente all’ascoltatore. Quelle di Chavela Vargas sono canzoni che non sono abituato di solito a cantare, perché quando scrivo cerco sempre di mediare attraverso il mio immaginario e il mio vissuto. 

Quanto ti ha arricchito dal punto di vista professionale l’incontro con Chavela Vargas…?
Posso parlare anche a nome di Fabrizio perché lui stesso dice che per lui c’è un prima e un dopo la coperta di Chavela Vargas. Per me vale lo stesso in quanto la sua voce mi ha aperto un mondo e mi ha fatto scoprire un modo di interpretare molto più intenso. 
La sua vita mi ha fatto riflettere molto sul concerto di libertà. Lei è stato un personaggio molto libero anche dal punto di vista musicale, ha cercato di rompere ogni schema, non fosse altro che per il fatto di aver spogliato la musica dei mariachi di tutti gli orpelli, trasformando quel repertorio in canzoni esistenzialiste.

Concludendo. Il vostro sodalizio artistico proseguirà oltre questo progetto?
Proseguirà se riusciamo a trovare una storia altrettanto forte come questa. Al momento la nostra collaborazione artistica è limitata al progetto “Un mondo raro”, tuttavia sia io che Fabrizio non escludiamo che ci possa essere una storia importante da raccontare insieme, per rimetterci di nuovo alla prova.



Dimartino & Fabrizio Cammarata – Un Mondo Raro (Picicca, 2017)
Cantautori tra i più apprezzati in Italia delle nuove generazioni, i palermitani Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata hanno unito le forze per “Un Mondo Raro”, appassionato omaggio a Chavela Vargas, nel quale hanno tradotto in italianano dieci brani del suo repertorio, registrandoli in gran parte dal vivo in Messico, con le chitarre di Juan Carlos Allende e Miguel Peña. Si tratta di un disco dalla superba bellezza ed intensità nel quale arrangiamenti acustici diretti ed essenziali incorniciano la struggente poesia delle canzoni della cantante sudamericana. Le voci che si intrecciano e si ricorrono sulle trame intessute dalle due chitarre, ci conducono attraverso “un mondo raro”, un universo in cui addentrarsi pian piano nel quale il tempo sembra sospeso tra storie d’amore, passioni e struggimenti, che in italiano ci restituiscono intatta tutta la loro forza evocatrice. Durante l’ascolto si attraversano momenti introspettivi, chiaroscuri riflessivi ed aperture alle sonorità mariachi con le incursioni di trombe e violini. Si parte dalla poesia di “Non Tornerò” a cui seguono la melodia sinuosa di “Macorina” in cui le percussioni fanno da contrappunto alle chitarre, e la title-track, capolavoro assoluto della musica ranchera, qui proposta in una versione di rara intensità. Se “Le cose semplici” spicca per il suo arrangiamento pianistico ad incorniciare le voci di Dimartino e Cammarata che duettano, la successiva “Non son di qui” brilla per il suo arrangiamento quasi orchestrale in cui fanno capolino i fiati. La sofferta “Croce di addio” e l’appassionata “Verde luna” ci conducono verso il finale in cui la notturna “Le ombre” e “Andiamo via” fanno da introduzione perfetta per la conclusiva “Pensami” vertice compositivo ed interpretativo di tutto il disco. Insomma “Un Mondo Raro” è un disco pregevolissimo che non mancherà di appassionare quanti vi si avvicineranno con passione e curiosità.



Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata, Un mondo raro. Vita e incanto di Chavela Vargas, La Nave di Teseo, pp.208, Euro 15,00
Edito dai tipi de La Nave di Teseo per la collana Le Onde, “Un mondo raro. Vita e incanto di Chavela Vargas, è il compendio perfetto del disco omonimo di Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata, racchiudendo in una avvincente forma di romanzo, la vita di Chavela Vargas, per dare vita ad un tutt’uno con la potenza evocativa delle canzoni da loro tradotte. Nato a margine del loro viaggio in Messico sulle tracce della cantante sudamericana, il libro è stato scritto a quattro mani dai due autori, utilizzando semplicemente Google Docs, e così pagina dopo pagina si è andato componendo un ritratto appassionato ed avvincente di questa donna straordinaria. Il racconto prende le mosse dalla sua infanzia dolorosa in Costa Rica, dove era nata nel 1917 ed era vissuta con gli zii dopo che i suoi genitori l’avevano abbandonata, si sposta poi in Messico dove fuggì ancora adolescente e la segue man mano dai concerti nei locali di second’ordine ai successi dell’Olympia di Parigi, ed ancora tocca il rapporto con gli artisti e le celebrità del Messico, l’iniziazione sciamanica e poi la tequila e gli amori travolgenti come quello con la pittrice Frida Kahlo. Luci ed ombre, canti d’amore e disperazione, ribellioni ed incontri straordinari, la vita di Chavela Vargas viene, così, ricostruita quasi fosse la sceneggiatura di un film, come dimostra la scrittura affabulatrice degli autori e la ricchezza di dialoghi. Il risultato è un ritratto profondo, un atto di amore ed ammirazione che ci restituisce intatta l’essenza di questa artista. 


Salvatore Esposito
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