Cesare Basile – U Fujutu su nesci chi fa? (Urtovox Rec, 2017)

A due anni di distanza dal pregevole “Tu prenditi l'amore che vuoi e non chiederlo più”, premiato con la Targa Tenco come miglior disco in dialetto del 2015, Cesare Basile torna con “U Fujutu su nesci chi fa?”, album che segna un ulteriore tappa di quel percorso di ricerca intrapreso con “Sette pietre per tenere il diavolo a bada” del 2001 e volto ad esplorare le connessioni sonore tra la tradizione musicale siciliana e il blues. Rispetto ai precedenti, questo nuovo lavoro vede il cantautore siciliano ampliare il raggio delle proprie esplorazioni alla riscoperta delle radici africane della musica americana. Antico e moderno, Africa e Mediterraneo si incontrano tra polifonie e poliritmie costruendo una cornice sonora perfetta per la storia allegorica di Dannata, “la città in cui per sortilegio gli offesi sono grati a chi li offende”, scrive il cantautore siciliano nella presentazione, “La storia della tromba d’aria che viene a distruggerla, la storia che si racconta quando una donna si fa scuro e tempesta per giustizia o per vendetta. La vigilia, la sorte imprevista, i passi di un bastone che ruota nella quiete, il gioco dell’oca della rivolta, il fuoco dello sconfitto deriso e beffato financo dal demonio. È storia narrata agli angoli delle piazze dalla voce consumata di un vecchio cuntista. Ed è la paura, il nostro insoddisfatto bisogno di consolazione”. Giorgio Zito di Radio Gold ha intervistato il cantautore siciliano per approfondire insieme a lui la genesi ed i temi di questo nuovo album. (S.E.)

Partiamo dal titolo. Ci puoi spiegare cosa significa in siciliano: “U Fujutu su nesci chi fa?”
Il titolo, tradotto letteralmente dal siciliano, vuol dire: “se esce il fuggitivo che cosa succede?”. Chiaramente per comprenderlo bisogna sapere chi è il fuggitivo che nelle carte dei Tarocchi siciliani è l’equivalente del Matto dei Tarocchi Marsigliesi che tutti quanti conosciamo. E’ una figura imprevedibile, sia dal punto di vista del gioco, sia per la divinazione. Queste carte siciliane, come le Minchiate Fiorentine e i Tarocchi Bolognesi possono essere usati anche per giocare. In entrambi i casi, il fuggitivo, il matto rappresenta l’imprevisto che ridà un senso alla mano, ma anche alla divinazione. E’ l’elemento imprevisto che può innescare dei meccanismi di cambiamento della situazione che si sta vivendo, ed in questo senso è una figura rappresentativa di questo lavoro.

Nella presentazione del disco scrivi: “Questa è la storia della Dannata, la città in cui per sortilegio gli offesi sono grati a chi li offende”. A chi ti rivolgi direttamente? Questa affermazione può essere intesa come una sorta di allegoria dell’Italia?
E’ una allegoria per una città del mondo. Non credo che questa situazione sia tipicamente solo italiana perché il sistema del tardo capitalismo o del neocapitalismo, chiamiamolo come vogliamo, ci sta un po’ abituando a questo a vivere di offese pur sentendoci quasi in dovere di ringraziare ci calpesta. 
Un esempio per tutti è come il lavoro sia diventato fondamentalmente un ricatto sociale, e in questo senso c’è l’immagine metaforica di una città preda di un incantesimo.  E’ talmente illogico essere grati a chi ci offende, che non si può far altro che pensare di essere vittime di un sortilegio, ma di fatto è quello che viviamo. La Dannata è lo scenario immaginario dove si dipanano le storie dei personaggi che a modo loro subiscono o reagiscono a questo incantesimo. 

Nella tua carriera discografica hai cambiato più volte la pelle musicale, passando dal rock underground alla musica quasi tradizionale di questo nuovo album. Questo nuovo lavoro è il frutto di una ricerca ancor più profonda non solo nella musica siciliana ma anche in quelle africane del blues…
Si forse perché in qualche modo queste tre anime non sono poi così dissimili fra loro e, in qualche modo, penso ci sia dentro anche una sorta di attitudine punk che aveva caratterizzato i miei inizi da ragazzino quando cominciavo a suonare con i primi gruppi. Credo che questo disco metta insieme tutti questi elementi, forse sono le cose che sognavo di diventare da ragazzino quando ho cominciato a suonare la chitarra, ma anche quelle cose che ho cercato nella maturità per capire quello che mi stava succedendo, dove ero andato a finire come musicista, e cosa volevo raccontare. 
Credo nel blues delle origini ci sia una sorta di sincerità che poi ha dato vita a gran parte della musica moderna così come la conosciamo, e pure quella sincerità mi era sempre sfuggita come se non riuscissi a trovare la chiave. Probabilmente l’ho trovata nella lingua della mia terra, piegandola come ho fatto con la musica a quelle che erano le mie necessità di racconto.

Il primo singolo estratto dal disco è “Cincu Pammi”. Ci puoi spiegare questo brano, da cui è stato tratto anche un videoclip?
Il titolo tradotto in italiano vuol dire cinque palmi. Il palmo era una antica unità di misura utilizzata nelle aree rurali tanto della Sicilia quanto più in generale di tutta Italia. In particolare, cinque palmi misurava il bastone utilizzato dai pastori siciliani che sceglievano tra le piante selvatiche dell’isola in particolari periodi dell’anno e poi lo indurivano e modellavano con il fuoco. Pian piano utilizzo di questo bastone divenne un’arte marziale a tutti gli effetti con una scuola e delle forme precise. Il protagonista del video è Alfio Di Bella, un signore di ottantatré anni che è l’ultimo di una generazione di maestri di questa pratica. Insieme a lui studio e mi ha ispirato uno dei personaggi delle canzoni. Nel video si vede il modo in cui fa volteggiare il bastone disegnando mulinelli nell’aria, e i suoi affondi diretti e potenti che sembrano racchiudere tutta l’essenza della Sicilia. 
Questo video è stato anche l’occasione per dare inizio, insieme al regista Giovanni Tomaselli, ad un discorso su un documentario che racconti la storia di questo anziano maestro ed in parallelo anche di questa arte. 

Attualmente stai presentando il disco in tour con i Caminanti, formazione a geometrie variabili alla quale spesso si aggiunge qualche ospite…
Al momento la formazione è composta da me da, Simona Norato al pianoforte, tastiera e voce, Sara Ardizzone alla chitarra elettrica, Massimo Ferrarotto alle percussioni, Luca Recchia al basso, Roberta Gulisano tamburi a cornice e voce, Gabriele Ponticello come tecnico del suono. La formazione è aperta e normalmente funziona che se arriva un amico e si porta lo strumento dietro sale sul palco.


Giorgio Zito
In collaborazione con Radio Gold
Trascrizione ed adattamento di Salvatore Esposito


Cesare Basile – U Fujutu su nesci chi fa? (Urtovox Rec, 2017)
Tenere viva la tradizione semplicemente imitandola o tentando di conservarla in una ideale teca da museo, non è altro che un esercizio sterile totalmente antitetico rispetto al senso profondo racchiuso nella radice latina “tràdere”. Tutto questo Cesare Basile lo ha interiorizzato e fatto proprio nell’approccio alla tradizione musicale siciliana alla quale, negli ultimi anni, si è riavvicinato sempre di più, andando alla scoperta delle connessioni e delle intersezioni sonore con la musica folk americana e le radici africane del blues. Significativo in questo senso è il recente “U fujutu su nesci chi fa?”, decimo disco in carriera, nel quale il cantautore siciliano ha raccolto dieci brani composti nella lingua sua terra e intessuti tra sonorità che abbracciano Africa e Mediterraneo. Quasi fosse un concept album, il disco raccontare la storia di Dannata, città immaginaria imprigionata in un incantesimo che la vede sottomessa ai potenti, nella quale irrompe il fujutu, il matto dei tarocchi siciliani, richiamato nel titolo e nella copertina, che ne cambia il destino ridonandole la speranza. Aperto dalla voce antica di “Scongiuro” che riprende formule apotropaiche della tradizione siciliana, il disco entra nel vivo con il blues desertico di “Lijatura” nel quale echi dei Tinariwen si sposano con le radici isolane costruendo una architettura sonora perfetta per evocare il sortilegio di cui è prigioniera Dannata. Si prosegue prima con Tri nuvuli ju visti cumpariri con il suo serrato ritmo percussivo rimanda ai canti dei contadini siciliani, e poi con l’affascinante ballata “Cincu pammi” ci conduce alla scoperta della “paranza rutata”, antica tecnica di combattimento, nata nel mondo agro-pastorale nel 1300 e sopravvissuta fino ai giorni nostri. Se la murder ballad “Cola si fici focu” racconta la storia di un carcerato che per sfuggire alla prigionia si diede fuco, la successiva “Storia di Firrignu” vede Basile vestire i panni del cantastorie nel tipico stile dei pupari siciliani. La drammatica “U Scantu” ci introduce poi alla superba title-track che, con il intreccio tra suoni che si dipanano tra Sicilia, Mali e Medio Oriente, rappresenta senza dubbio uno dei vertici del disco. Le sperimentazioni sonore tra tradizione ed innovazione di “Fimmina trista fimmina” ci conducono alla conclusiva Cirasa di Jinnaru, uno struggente canto d’amore per soli chitarra e voce, che suggella un lavoro pregevolissimo tanto dal punto di vista della ricerca musicale che lo caratterizza quanto da quello compositivo.


Salvatore Esposito
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