giovedì 20 aprile 2017

Amine & Hamza with The Band Beyond Borders – Fertile Paradoxes (Arc Music, 2017)

Se non apparisse una locuzione abusata, parleremmo di fusion che abbatte barriere geografiche e musicali: eppure è quanto evoca l’ascolto della notevole nuova prova di Amine e Hamza Mraihi, due fratelli tunisini residenti in Svizzera. Specialisti dei loro rispettivi strumenti appartenenti alla tradizione araba classica, il liuto ‘ūd e la cetra a corde pizzicate qanoun, in cui eccellono per padronanza tecnica e approccio creativo, i due hanno alle spalle una solida discografia e hanno suonato su palcoscenici e festival di primo piano (fra i tanti Istituto del Mondo Arabo di Parigi, Kennedy Center a Washington concerti della BBC, Opéra de Il Cairo, Teatro della Médina a Beirut). Il titolo, “Fertile Paradoxes”, racchiude il senso della ricerca della coppia, che realizza molto di più che un incontro ed una commistione di generi. Il disco li vede magnifici autori, con il sestetto base in cui operano l’indo-svizzero Baiju Bhatt (violino), lo svizzero Valentin Conus (sax tenore e soprano), il tablista indo-francese Prabhun Edouard e lo svedese Fredrick Gille (percussioni assortite, dall’Africa all’India, passando per l’America Latina). Uno stuolo di guest si unisce alla Band Beyond Borders nelle otto composizioni (le tracce oscillano tra i sette minuti e mezzo e i dieci minuti): in “Spleen” e “Café Tunis” c’è la voce di Kaushiki Chakraborty, Vincent Ségal mette il suo archetto in “Spleen” e “Letter to God”, i mantici di Vincent Peirani e Jakub Mietla entrano in “Brahim's Dream”, “Café Tunis” e “Letter to God”, un’orchestra d’archi si mette all’opera ancora in “Spleen” e in “Lullaby for Leo”, mentre i bassisti Lukasz Adamczyk e Jean-Pierre Schaller accrescono quell’elemento jazz, che si fonde con l’universo modale di matrice arabo-mediorientale, con gli inserti vocali e la ritmica indostana, gli sprazzi flamenco e i passaggi cameristici. Incisivo e avvolgente il dialogo tra cordofoni di ”Love is an Eternal Journey”, non smarrisce l’approccio collettivo “The Quest”, fa colpo la composita anima di “Frozen Rivers”. Persuadenti paradossi. 


Ciro De Rosa

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