mercoledì 1 marzo 2017

Speciale Roots & Folk: Rusties, The Beards, Mimes Of Wine, Flame Parade, Giulia Millanta, Walter Gatti, Luca Burgalassi, Frank Cusumano

Rusties – Dove Osano I Rapaci (Tube Jam Records/I.R.D., 2016)
Abbiamo seguito il percorso artistico dei Rusties sin dai loro primi passi, mossi con non poco successo come tribute band di Neil Young. Da allora come ogni bella storia che si rispetti, hanno messo in fila due pregevoli dischi con brani originali cantati in inglese e il più recente “Dalla Polvere e Dal Fuoco” del 2015 nel quale proponevano una carrellata di brani di autori come Warren Zevon, John Martyn, Bruce Cockburn e Neil Young, opportunamente riscritti in italiano. A due anni di distanza da quest’ultimo, li ritroviamo con “Dove Osano I Rapaci”, disco che li vede alle prese con undici brani inediti cantati in italiano, e frutto di una sorta di percorso parallelo seguito alla loro ben nota produzione in inglese. Ciò che si avverte, sin da subito, è la qualità dei testi sempre profondi, intensi, e vibranti di una urgenza espressiva, che nei dischi precedenti era più complesso cogliere. Ad impreziosire il tutto sono architetture sonore dirette ed efficaci tanto nei passaggi più elettrici quanto negli spaccati più acustici, ed in questo senso determinante appare la scelta di registrare il disco in presa diretta. Altro elemento di novità rispetto al passato è che tutti i membri del gruppo si alternano al canto con il frontman e chitarrista Marco Grompi ad indossare i panni del maestro delle cerimonie, coadiuvato dall’altra chitarra di Osvaldo Ardenghi e dalle tastiere di Massimo Piccinelli, il tutto magistralmente supportato dalla impeccabile sezione ritmica che vede protagonisti Fulvio Monieri (basso) e Filippo Acquaviva (batteria). Ad aprire il disco è la superba titletrack con il suo gioco perfetto di chitarre e tastiere in cui si staglia un testo attualissimo sull’arrivismo a tutti i costi. Se “Non tornerà”, con i suoi ritratti di ottusa contemporaneità, piace per il suo ritmo in crescendo con le voci ad alternarsi al canto, la successiva “Pezzo di carta” è uno dei brani più serrati del disco. Si prosegue prima con le psichedeliche atmosfere West Coast che pervadono “Non lontano molto tempo fa”, e poi con le sonorità rootsy di “Come planare”, ma è “Un uomo onesto” a riaccendere i riflettori sui temi sociali con la storia di chi “morì di vergogna per aver rubato”.  Il sound vira verso i territori rock blues con “Eclissi” e “Una storia per noi” che ci conducono verso il finale con “Queste tracce” dedicata al tema della violenza sulle donne, “Spirituale” e “Magari un motivo” che suggella un disco di grande spessore, che segnerà, senza dubbio, una svolta importante nella storia della band bergamasca.


The Beards – Spaghetti Americana (America Recordings/I.R.D. 2015)
La storia dei veneti The Beards ha radici ormai lontane nel tempo, e ruota essenzialmente intorno alla figura del polistrumentista e cantautore Emanuele Marchiori (voce, pianoforte, batteria), il quale, nel lontano 2001, diede a battesimo per la prima volta la band, registrando uno splendido omaggio dal vivo a Bob Dylan e qualche anno dopo un tributo a The Band come Flying Dogs. Da allora, il gruppo è cresciuto, ha macinato esperienze e dischi a partire dal debutto “Mephisto Potato Sauce” del 2006 che segnava l’ingresso nel gruppo di Massimiliano Magro (voce, chitarra, basso) e l’inizio di una bella avventura americana culminata con vari tour, le collaborazioni con l’indimenticato Levon Helm, Professor Louis e Julien Pulson e una serie di ottimi album come “Digging Fingers” e “Muskito” e “Windmann’s Mansion”. Da distanza di un anno da “El Brigante”, il loro primo disco in italiano, la band veneta ha dato alle stampe “Spaghetti Americana”, album antologico nel quale hanno raccolto una selezione di sedici brani dal loro repertorio, ricostruendo il cammino che li ha condotti a perfezionare sempre di più il loro originale approccio stilistico nel quale si mescolano blues, country, folk, e rock con l’aggiunta di una potente dose di italianità. In questo senso il titolo del disco che evoca gli spaghetti western e il sound americana incarna perfettamente le esplorazioni sonore della band veneta che nell’arco di cinque album ha saputo attraversare in lungo ed in largo la tradizione musicale americana, muovendosi nel solco tracciato da The Band, ma nello stesso tempo sono riusciti a far emergere tutte le loro istanze innovative in blues ubriachi (“In Wintertime”), scanzonate divagazioni waitsiane (“Apatia degli Amanti”), sofferte ballate d’amore (“Postcard From Milwaukee”), spaccati di vita rurale (“The Farmer”) e intense murder ballads (“Blood Red River”). Insomma, “Spaghetti Americana” è un occasione perfetta per scoprire i Beards, i quali a breve si apprrestano a dare alle stampe “Freak Town”, album nuovo di zecca prodotto da Jim Diamond.


Mimes Of Wine – La Maison Verte (Urtovox, 2016)
Nati nel 2007 da un’idea della talentuosa cantante, pianista e compositrice Laura Loriga, i Mimes Of Wine, dopo aver debuttato nel 2009 con “Apocalypse Sets in” hanno trovato la piena stabilità con il secondo album “Memories for the Unseen” del 2012 che segnava l’ingresso in piantastabile nella line up di Stefano Michelotti (nichelarpa, fisarmonica, dan-bau e altri strumenti), Matteo Zucconi (contrabbasso, pedali), Luca Guglielmino (chitarra) e Riccardo Frisari (batteria). Dopo oltre un anno in tour tra Italia e States, lo scorso anno sono tornati in studio per dare vita al loro terzo album “La Maison Verte”, la cui pubblicazione è stata anticipata da un Ep e nel quale hanno raccolto nove brani nuovi di zecca. Si tratta di un disco di rara bellezza ed intensità nel quale le trame folk intessute dal piano della Loriga ci guidano attraverso atmosfere ora oniriche ora chiaroscurali, dense di lirismo e poesia, il tutto perfettamente incorniciato da arrangiamenti pregevoli. Aperto dalle atmosfere oscure della pianistica “Below A Fire”, il disco ci svela subito il suo lato noir con “Jai Singh” la cui linea melodica è impreziosita dai fiati. Si prosegue con le atmosfere quasi old time di “Hour” e la poetica “Last man on mount Elysian” che aprono la strada al vertice del disco, “Birds Of A Feather”, brano dalla scrittura e dall’arrangiamento elegantissimo in cui a brillare è l’uso degli archi. Se “Gates” mette quasi i brividi per la sua potenza evocativa, la successiva “Shmkel” è uno dei momenti più sorprendenti del disco con il suo andamento quasi da raga indiano e il violoncello a guidare la melodia. Le atmosfere notturne di “Lovers Eyes” e “Road” suggellano il lavoro più maturo e compiuto dei Mimes Of Wine.


Flame Parade – A New Home (Materiali Sonori, 2016)
Band toscana dall’originale approccio al new folk, i Flame Parade nascono nell’estate del 2012 dall’incontro tra Marco Zampoli (voce, chitarra), Letizia Bonchi (violino, tastiera, voce), e Mattia Calosci (basso, voce), i quali si ritrovarono per alcuni giorni nelle campagne toscane per dar vita ad un progetto musicale comune. Dopo l’ingresso nella line-up del batterista e percussionista Niccolò Failli, la band nel 2014 debutta con il singolo “As Above So Below” seguito dal 45 giri “Berlin”, ma le prime soddisfazioni arrivano sul palco con la partecipazione a RockContest, ArezzoWave, MEI e al progetto “100 Band” della Regione Toscana. A coronamento di questo lungo rodaggio live e di due anni in studio, i Flame Parade hanno recentemente dato alle stampe “A New Home”, album prodotto da Alberto Mariotti, nel quale hanno raccolto dici brani originali che nel loro insieme riflettono l’esigenza di esplorare nuovi sentieri lirici e sonori, attraverso un approccio elegante ed allo stesso tempo leggero. Durante l’ascolto si spazia dalle atmosfere vintage di brani come la titletrack e “As Above So Below” alle gustose divagazioni folk di “Foxe’s Funeral” e “Floating Days” per toccare la riflessiva “Seahorse” che con le sonorità quasi caraibiche di “Naivety” rappresenta uno dei vertici del disco. L’introspettiva “Surrender” ci conduce verso il finale in cui a spiccare sono la poetica “Babylon” e quel gioiello che è la già nota “Berlin”, ma il vero vertice del disco arriva con la conclusiva “To The Moon”, un brano intenso e vibrante che esalta tutto il talento dei Flame Parade.


Giulia Millanta – Moonbeam Parade (Ugly Cat Music, 2016)
A distanza di due anni dall’eccellente “The Funambulist. Songs From The High Wire”, la cantautrice toscana Giulia Millanta torna con “Moonbeam Parade”, quinto album in studio nel quale ha raccolto tredici brani, incisi in presa diretta presso gli Ohm Studio di Austin, Texas, dove ormai dal 2012 risiede stabilmente. Questo nuovo lavoro riflette la sua piena integrazione in quello straordinario affresco che è la ricchissima comunità di musicisti della città texana, e nel contempo pone in luce come la raggiunta maturità artistica abbia trovato la sua piena esaltazione in quel fermento creativo. A dimostrarlo è la presenza di un foltissimo cast di strumentisti locali tra cui spicca Charlie Sexton (chitarra), David Pulkingham (chitarra), Glenn Fukunaga (Basso), Howe Gelb (piano) e Kimmie Rhodes (cori), ma non è tutto perché parte dei brani sono nati con la collaborazione di autori e musicisti di ottimo livello del calibro di Gabriel Rhodes e Michael Fracasso. Durante l’ascolto a risaltare è la sempre più marcata tensione alla ricerca sonora tra folk e rock, tra West Coast e desert rock, il tutto senza smarrire la sua naturale propensione verso le melodie radiofriendly, che possiamo definire un vero marchio di fabbrica. Sin dalle prima note dell’iniziale “Shaky Legs” il disco ci regala una bella serie di sorprese tra cui vale la pena citare la splendida “4th and Vodka”, “Motel Song”, le intense “Silver Gown” e “There’s A Bridge”, ma soprattutto l’omaggio a David Bowie di “R&R Suicide” tradotta in parte in italiano e cantata in duetto con Howie Gelb. “Moonbeam Parade” è, dunque, un disco di ottima fattura che non mancherà di entusiasmare gli appassionati di roots music.


Walter Gatti – Southland (FonoBisanzio/I.R.D., 2016)
Ben noto per tra gli appassionati di roots music per la sua attività di giornalista, critico musicale ed autore televisivo e radiofonico, Walter Gatti (all’anagrafe Valter…) giunge al suo disco di debutto con “Southland”, coronamento di una vita vissuta immerso tra rock e blues, che ci ha raccontato sempre con passione e dedizione. Tutto ciò si riflette oggi in questo questo album, nato dalla collaborazione con il violinista Michele Gazich che ha curato gli arrangiamenti, i chitarristi Greg Martin, Chris Hicks e Greg Joch e Massimo Priviero, e con la partecipazione di alcuni ottimi strumentisti come Paolo Costola (dobro, slide guitar), Valerio Gaffurini (Hammond, Rhodes), Larry Mancini (basso), e Alberto Pavesi (batteria e percussioni). Composto da dieci brani di cui otto autografi per lo più in inglese, il disco si caratterizza per un elegante sound nel quale convergono influenze che spaziano dal blues al gospel dalla Irish music al country fino a lambire la canzone d’autore italiana. Aperto dalla splendida title-track colorata di echi irish, l’album ci regala subito una bella sorpresa con l’originale rilettura di “All Along The Watchtower” di Bob Dylan e la gustosa rock ballad “Raffiche di vento”. L’intenso spaccato gospel blues con “Your Town” e “Lifelong Blues”, nella quale spicca il dialogo tra il violino di Gazich e la slide di Martin, ci introducono a quel gioiello che è “Take Me As I Am” e alla bella versione di “The Joker” della Steve Miller Band, ma c’è ancora tempo per altre perle come il country di “Gloomy Witness” e la conclusiva “Dove Sei” che chiudono un disco denso di poesia e buone vibrazioni.


Luca Burgalassi – Shadows and Fragments (VideoRadio, 2015)
Chitarrista e cantautore dalla solida formazione accademica e con alle spalle numerose collaborazioni, Luca Burgalassi ha debuttato lo scorso anno con “Shadown and Fragments”, disco che raccoglie dieci brani, per lo più originali, che scavano attraverso i sentieri della American Music spaziando dal blues al jazz fino a toccare le radici anglosassoni. Registrato in presa diretta con la partecipazione di Franco Ceccanti (chitarra), Nino Pellegrini (contrabbasso), Ettore Fancelli (batteria e percussioni), Stefano Lunardi (violino), Silvia Cercignani (voce), Luca Bellofiore (accordion), e la collaborazione di Wendy Nieper (voce), Giacomo Bertaccini (basso) e Gianni Apicella (batteria), l’album si caratterizza per architetture sonore essenzialmente acustiche in cui spicca l’interplay tra le chitarre acustiche e gli archi, il tutto impreziosito da una scrittura efficace e mai banale. I brani, composti in un ampio arco temporale, nel loro insieme compongono un ideale diario di viaggio tra ombre di introspezione e frammenti di ricordi. Aperto e chiuso rispettivamente da “Shadows” e “Fragments”, il disco svela brani di pregevole fattura come  l’intensa “Dust and Rust”, la splendida “Orange Rooms”, ispirata alla vita di Amedeo Modigliani e quel gioiello di pura bellezza che è la rilettura di “Lord Randal” con la partecipazione di Wendy Neiper. Le sorprese però non finiscono qui perché a brillare ancora troviamo i due blues acustici “Highs And Lows” e “Starless Night Blues”, lo strumentale “8.34 Orange Road” e la superba “Shipwreck” che rappresenta il vertice compositivo del disco. In attesa di ascoltare il nuovo album “Windward”, non ci resta che gustarci questa ottima opera prima pone bene in luce tutte le potenzialità di Luca Burgalassi.


Frank Cusumano – Punto Primo. Works 2005-2015 (Materiali Sonori, 2016)
Noto per la sua intensa attività musicale con Martinicca Boison, Quebegue, Sandro.band, Il Ciclista, Francesca Breschi, Chiara Riondino, Vertigine & Paolino, La Scena Muta, e le diverse colonne sonore firmate, il chitarrista, compositore ed arrangiatore fiorentino Frank Cusumano ha recentemente dato alle stampe “Punto Primo”, album antologico nel quale ha raccolto una selezione di quindici brani scritti nell’arco di quindici anni e che giunge a dieci anni dalla pubblicazione di “Per non parlare della Strega” dei Martinicca Boison. Il disco prende in esame tutto l’ampio orizzonte creativo di Cusumano spaziando tra stili differenti dal folk progressivo al rock dall’elettronica alla canzone d’autore fino alle colonne sonore, senza tralasciare la sua attività come compositore ed arrangiatore. L’ascolto, insomma, ci consente di avere di fronte un ritratto ben definito di questo artista poliedrico in grado di muoversi con disinvoltura attraverso ambiti differenti, forte di un background ricco ed articolato. Per quanti conoscono i dischi in cui è protagonista il chitarrista fiorentino “Punto Primo” sarà l’occasione per rispolverare alcuni capisaldi della sua produzione, per i neofiti è invece un opportunità importante per scoprire tutto il suo talento.


Salvatore Esposito

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