giovedì 16 febbraio 2017

Intervista con Gabriele Bombardi, il flautaio: “JessyFlauti”

Costruttore specializzato in strumenti etnici quali bansuri, shakuhachi, irish flutes, nonché costruttore di flauti traversi, dolci, sax, clarinetti, ma anche chitarre acustiche, elettriche, liuti, violini, saleteri e berimbao, Gabriele Bombardi in arte Jessy ha maturato, negli anni, una grande esperienza collaborando con musicisti italiani e stranieri per eventi, film e documentari, ma anche sperimentando tonalità, diteggiature e finiture particolari. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere la sua formazione, soffermarci sulle sue peculiari tecniche costruttive, senza dimenticare la commercializzazione e il target dei suoi strumenti. 

Dove e come ha imparato l’arte della costruzione dei flauti?
Più o meno vent’anni fa un caro amico mi regalò un flauto traverso Yamaha ed io, musicista per hobby e già chitarrista, non riuscivo nemmeno ad emettere un suono all’inizio. Poi piano piano, ad orecchio, ho cominciato a capire come funzionasse: tasti, diteggiature. Studiando qua e là ho scoperto uno strumento nuovo che mi dava nuove emozioni rispetto alla chitarra. Ho cominciato, così, a suonare il flauto liberamente divertendomi suonando blues. Diventato padrone dello strumento, ho imparato a suonare qualsiasi cosa, ma poi il mio amico mi ha chiesto indietro il flauto perché serviva al fratello che faceva scuola di musica. 
Ero disperato perché quello strumento mi era entrato dentro e, senza, sarebbe stato veramente difficile. All’epoca non navigavo in buone acque e non potevo permettermi una spesa di trecento euro almeno per comprarne uno nuovo. Dopo diverso tempo senza flauto, decisi di costruirmene uno da me. Alla fine un tubo con sei buchi che suonasse più o meno intonato mi sembrava una cosa fattibile. Per tanti anni ho lavorato con il marmo come scultore, ed ancora ho fatto il falegname a bordo di yatch di tutto il mondo, e queste conoscenze, insieme all’inglese, mi hanno consentito di progettare e costruire il mio primo flauto in bambù a sei buchi. Che soddisfazione! Finalmente potevo continuare a suonare il blues con qualche base musicale, la sera dopo essere tornato a casa dal lavoro. Nel contempo da autodidatta ho intrapreso lo studio di storia, principi filosofici, metodi di costruzione, materiali, misure e ho scoperto un mondo infinito perché ogni popolo, in tutto il mondo, ha sviluppato il proprio strumento musicale. Flauti indiani, giapponesi, arabi ed europei, presentano voce, diteggiatura e metodi insufflazione diversi l’uno dall’altro ma in comune hanno la medesima essenza, ovvero di essere voce dell’anima. Con le mie mani ho costruito strumenti incredibili, introvabili che riuscivano a darmi quello che mai prima avevo provato. 

Hai avuto anche qualcuno che ti ha insegnato le tecniche costruttive?
Come dicevo sono stato un autodidatta, e in pratica ho studiato quasi tutto su internet. Ho provato e riprovato a costruire flauti diversi per poi raggiungere il livello di padronanza che ho attualmente. Riesco a costruire uno strumento dandogli la voce e la diteggiatura che voglio e riesco a farlo anche solo da un pezzo musicale con l’intonazione richiesta.

Quanto è durato questo tuo autoapprendistato?
Costruisco flauti da più di vent’anni nel corso dei quali ho fatto almeno mille tipi di strumenti musicali diversi e qualcuno mi propone sempre qualcosa che non avevamo mai sentito prima e sono costretto a rimettermi a studiare. Insomma, non è mai terminato. 

Che rapporto c’era e c’è con la musica nella sua famiglia?
Mio padre amava molto l’opera e sono cresciuto tra “Turandot” e “Boheme”, ma non abbiamo mai avuto musicisti tra noi. Io sono stato il primo a studiare musica in famiglia, poi mi hanno seguito i miei figli, ognuno a loro modo. E’ una soddisfazione incredibile vedere mio figlio Andrea di quindici anni che suona magistralmente e prova a costruire i suoi strumenti. 

Pensa di aver raggiunto il massimo come costruttore?
Assolutamente no. Il discorso è vasto. Negli anni ho costruito non solo flauti ma anche violini, chitarre, ed altro. In uno strumento le finiture, i materiali, l’intonazione si raggiunge con la pratica, prova dopo prova per raggiungere un buon livello. Uno strumento musicale deve dare emozioni perché la musica che genera deve entrare nello spettatore e dare la libertà al musicista di esprimere quello che ha dentro. Ogni mio strumento deve avere un anima riconoscibile, attraverso la musica che produce. 

Che materiali utilizza per la costruzione dei suoi flauti. C’è differenza tra i diversi tipi di legno da usare per i diversi tipi di flauto? 
Uso principalmente legno e bambu. Come dicevo ogni strumento ha un’anima quindi per dargli voce è necessario il materiale giusto. Ci sono legni morbidi o duri che rispondono in modo diverso alle sollecitazioni sonore, quindi i materiali usati sono un elemento importante per la voce finale. Mi piace sperimentare diversi materiali in alternativa al classico ebano o palissandro. L’ebano è talmente duro che lascia scorrere l’onda sonora al suo interno senza lasciargli nulla. Materiali più morbidi rilasciano un carattere unico. Il pero, la quercia, il corbezzolo danno all’onda sonora carattere e dolcezza al suono. Il metodo di stagionatura, il taglio dell’albero, le lune caratterizzano in modo determinante il suono finale dello strumento. Ho comprato spesso materiali diversi, anche nei paesi d’origine ma aimè, tagliati in modo e tempi sbagliati. Infatti, pur costanto un patrimonio, erano inutilizzabili e privi di carattere. Se non per richieste particolari amo usare materiali facilmente reperibili nel bosco. Ho la fortuna di avere un bel bosco dietro casa mia dove, una volta l’anno con la luna buona, attingo i materiali che utilizzerò per tutti i dodici mesi. Comincio a costruire uno strumento musicale proprio da li. 
Lascio crescere le canne che ad occhio hanno le caratteristiche che mi servono, taglio quelle non servono per lasciare spazio, sole e aria a quelle che diventeranno un buon flauto. Il corbezzolo ha un legno durissimo, tant’è che lo chiamano l’ebano dei poveri, inoltre è facilmente reperibile ed è eccezionale per strumenti musicali classici quali Irish flutes, clarinetti e sax soprani. Ha un bel colore rossastro, caldo e con una grana fine. La stagionatura ha poi un’importanza strategica. Ho lavorato per diversi anni per avere buoni risultati in questo senso. Il legno è vivo ed ogni sollecitazione esterna modifica la struttura del materiale. Sono un grande difensore della naturalezza delle cose. Uso tempo, acqua e fuoco per rendere i materiali ideali per l’utilizzo che devo farne. Il legno per un flauto sarà trattato in modo diverso da quello che uso per un clarinetto. La voce finale risulterà ideale allo strumento. Fuori tempo o fuori luna lo strumento risulterà privo di caratteristiche, e questo nonostante sia ben intonato o bello a vedersi. 

Da cosa dipende, la scelta dei diversi materiali?
La scelta dipende sempre dal risultato finale che si vuole ottenere, a dire il vero curo molto anche l’estetica perché da scultore ogni strumento deve avere un senso ed esprimere la sua personalità anche dall’esterno.

Ci può descrivere le fasi e le tecniche per la costruzione di un flauto? 
Per costruire un flauto come si faceva mille anni fa, basta una canna, un ferro tondo scaldato sul fuoco ed una volta rovente si procede a fare i buchi. Così hanno fatto in tutto il mondo da secoli. Sembra tutto molto semplice a dirsi, ma per riuscirci ci vuole molta pratica e questo solo per avere uno strumento intonato e che suona.

Passando ai modelli da lei prodotti, ci può descrivere quali sono i principali?
I modelli principali che costruisco abitualmente sono il bansuri Indiano, lo shakuhachi giapponese, l’Irish flute traverso e whistle, flauti dolci dai soprani ai bassi, fujara, duduk, nay, naf, sax in legno, bambu e clarinetti. In particolare mi sono specializzato su Grenser, costruttore dell’ottocento, Sib e La e il mitico corno bassetto in Fa.

Quali sono le peculiarità dei suoi flauti?
Come dicevo prima, i miei flauti hanno un’anima. Non costruisco in serie ma ogni strumento è unico e irripetibile. Spesso costruisco strumenti su ordinazione, sono fatti su misura del musicista che li richiede. 
Secondo la diteggiatura e la misura delle mani faccio i buchi e i tasti in modo che siano comodi per chi suona, ma la voce deve essere voce vera e far emergere l’anima. La voce è data dal materiale, dal diametro interno ed esterno, dal diametro dei buchi e dallo spessore del materiale. Uno strumento costruito da me ha un’essenza particolare, un’esistenza propria. Come disco spesso a chi me lo chiede: i miei flauti non sono strumenti standardizzati, cioè chi suona il flauto traverso o è abituato a suonare quelli in vendita nei negozi di musica, quando ha tra le mani uno costruito da me, deve dimenticare tutto quello che sa ma deve ascoltare. Prima di tuto per sonare per gli altri bisogna sapere ascoltare e i miei strumenti hanno tanto da dire. Una volta in sintonia il musicista suona tra sé e sé ed è lì che emerge tutto il mio lavoro e la mia soddisfazione. 

Qual è il pubblico che acquista i suoi flauti?
I miei clienti che poi diventano anche amici sono musicisti professionisti attivi in veri ambiti come il folk, collezionisti di strumenti antichi, cultori della musica spirituale indiana o giapponese o semplicemente degli appassionati. Collaboro spesso con polistrumentisti come Louis Siciliano e Al Martino, Andrea Poltronieri già sassofonista degli Stadio, Paolo Gavelli professione e studioso di clarinetto, ocarina fujara, 
Jacopo Saporetti che è il maggior esponente in Italia del flauto shakuhachi giapponese, Marcello Monti grande esperto di musica indiana, Jean Wolf primo clarinetto della filarmonica di Kolmar e tanti altri musicisti con cui ho un eccellente rapporto. 

Qual è il suo approccio al mercato e i suoi metodi principali di commercializzazione?
Ho un sito internet che illustra la mia attività e presenta alcuni modelli che costruisco: da lì arrivano molti contatti. Facebook mi ha consentito di farmi conoscere più facilmente negli ultimi anni anche nell’ambiente folk e in quello dei costruttori. Di diversi strumenti sono l’unico costruttore in Italia e uno dei pochi al mondo a costruire strumenti antichi riscoperti dall’oblio. Adoro i nuovi progetti e spesso con i musicisti che me li propongono si instaura un bellissimo rapporto di passione, stima e amicizia. Ho collaborazioni con persone da anni e questo anche se magari non ci siamo mai visti, ma oggi con internet è molto facile rimanere in contatto e scambiarsi idee e consigli. Essendo unico nel mio genere chi mi conosce continua a collaborare alle mie costruzioni. Vivo e lavoro sulle colline di Lucca, un posto meraviglioso tra gli ulivi sulle colline toscane dove i musicisti da tutto il mondo vengono a trovarmi per passare del un po’ di tempo insieme. Progettiamo cose nuove ed immancabile è una suonata insieme nell’uliveto dietro casa.

Come bisogna approcciare la manutenzione di un flauto artiginale?
Ogni materiale ha bisogno di cure diverse. Ad esempio il bambù ha bisogno di umidità per vivere, mentre il legno con l’umidità si rovina. Quindi ci sono cure diverse per ogni strumento. Sicuramente il suonarli spesso aiuta la vita di uno strumento, l’abbandono prolungato porta sicuramente alla rovina irrimediabile.

Da ultimo, com’è il rapporto con gli altri costruttori?
Bellissimo, non esistono gelosie sono gelosie ma tanta collaborazione. Tra costruttori ci si scambia informazioni di ogni tipo da fornitori di materiali a misure particolari, dal pezzo di ebano all’acciaio armonico per fare una molla. Insomma la famiglia di costruttori è unita e leale e questo perché siamo persone umili e sensibili. Senza queste due caratteristiche non ci sarebbe il nostro lavoro.



Salvatore Esposito e Ciro De Rosa

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