giovedì 26 gennaio 2017

Tchanelas - Flamenclasico (Autoprodotto, 2016)

Interessante mistura tra impostazione classica e prospettiva flamenca, l’album di cui parliamo in queste righe è uno dei progetti dell’ensemble francese Tchanelas, composto da Tchoune Tchanelas, Frasco Santiago, Jean Christophe Gairard e Martial Paoli. Tutto è condensato nel titolo “Flamenclasico”, ampiamente esaustivo e sufficientemente esplicito e forte da imprimere ai dieci brani in scaletta (nove più una bonus track) la forza ibrida e sfuggevole della sovrapposizione dei generi musicali. A ben vedere l’ensemble si trova a suo agio in questo genere di misture, che sono ovviamente orientate da uno studio profondo delle forme musicali interessate. Lo dimostra l’altro loro progetto (altrettanto impegnativo sia sul piano contenutistico che esecutivo) intitolato “Chants Sacrés Gitans en Provence”, nel quale la stessa formazione - con l’aggiunta di qualche musicista di supporto, che figura anche in “Flamenclasico” - affronta una serie di temi di interesse non solo musicale ma anche storico e culturale. La riflessione da cui si parte in questo album è di carattere storico-musicale: l’universo musicale è stato da sempre pervaso dall’interesse per le espressioni popolari e locali. Si può citare Chopin, Liszt, Brahms, Bartok fino a Villa-Lobos. Ma qui la prospettiva è strutturalmente inversa, nella misura in cui si parte dalla musica popolare e la si proietta dentro un orizzonte classico. Un orizzonte che - come ho accennato in apertura - si configura attraverso un’impostazione generale, data non solo dall’idea di partenza e dalla visione che la formazione ha cercato di definire con coerenza e una partecipazione mai retorica. Ma anche dagli strumenti scelti per interpretare i brani: chitarre (generalmente due, ma aiutate in “Homenaje” di Paco De Lucia e in “La leggenda del tiempo” di Ricardo Pachon e Garcia Lorca dalle due classiche di Pepe Fernandez e Antonio El Titi), violino, piano e voce, con alcune integrazioni di basso, contrabbasso e batteria (suonati rispettivamente da Françoise Gomez, Johannes Hagenloch e Claude Saragossa). Tra i brani scelti figurano grandi capolavori di artisti straordinari, come ad esempio “Csardas” di Vittorio Monti, “La danza del fuego” e “La vida breve”di Manuel de Falla. Si tratta di brani a volte diversi tra loro, ma che rappresentano in modo fedele l’atteggiamento di questi quattro musicisti nei confronti della storia della scrittura e, sopratutto, della piacevolezza dell’esecuzione. La quale, detto con un pò di empatia, qui (e, in gradi diversi, in tutto l’album) si libera di ogni formalità, per sciogliersi dentro un flusso pieno di ritmo e tocchi finemente cesellati, raggiungendo timbri senza dubbio inaspettati e tirando in ballo anche una coralità efficace e mai pesante. Con tutta la forza trainante di un vettore in cui convergono in modo armonico flamenco, classica, addirittura alcuni passi più estemporanei, accentuati dentro la struttura ritmica definita dal battito delle mani e sviluppata sul passo di due degli strumenti più trasversali e extra-genere per definizione: contrabbasso e batteria. Per chiudere, vale probabilmente la pena soffermarsi brevemente su due dei brani che ho citato.“Csardas”, che nella versione originale è stata pensata per violino (o mandolino) e pianoforte, qui è interpretata con chitarra e piano, ai quali si aggiunge il violino nella seconda parte. In termini generali, è rispettato fino in fondo (difficile pensare una “codifica” differente) il carattere “rapsodico” del brano, ma l’andamento è più ampio e profondo, grazie sopratutto alla chitarra, che dopo l’introduzione, calda e melodica, anticipa il violino con un ritmo molto frenetico. “Homenaje” è una perla che brilla di luce propria e che, in ogni caso, riesce a riflettere sempre il meglio della sua forza e della sua lucentezza. La frase principale è omaggiata con grande rispetto, con cura e attenzione, che merita addirittura il trasporto totale di un ascolto semplicemente “devoto” e riconoscente. Certo, nel quadro definito dalla scaletta assume inevitabilmente una forma più rigida, ma nulla scalfisce la perfezione dell’esecuzione, puntualissima e ordinata fino alla fine.  


Daniele Cestellini

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