giovedì 12 gennaio 2017

Splendori musicali settecenteschi, “Mandolini al Cinema” e Pink Floyd a pizzico: intervista al maestro e outsider del mandolino Mauro Squillante

I concerti scarlattiani di Charles Avision con L’Orchestra Mandolinistica Pugliese, la Napoli MandolinOrchestra di “Mandolini al Cinema”, la trasposizione sui cordofoni del capolavoro pinkfloydiano in “The Dark Side of the Mandolin”: Mauro Squillante racconta a “Blogfoolk” dei suoi recenti progetti discografici, delle attività de “La Casa del Mandolino”, che ha aperto i battenti nel centro di Napoli, e affronta il tema della didattica del mandolino.

Tra il Seicento e primi del Settecento si sviluppano in Italia le diverse ‘famiglie’ locali di mandolini. A Napoli la Casa Vinaccia inizia la produzione di strumenti a pizzico e ad arco in Rua Catalana. All’epoca il mandolino napoletano montava quattro corde doppie di budello e chiavi in legno, con la tastiera che arrivava fino al re acuto. A cavallo tra Settecento e primi dell’Ottocento lo strumento acquisisce un enorme successo: a Napoli operano numerose liuterie tra le quali, oltre a Vinaccia, si segnalano i fratelli Fabbricatore e Donato Filano. L’Ottocento è l’epoca dei circoli mandolinistici, del successo dello strumento, mediatore tra musiche euro-colte e divulgazione popular, dell’interesse crescente che lo porta a diffondersi tanto a corte quanto nei salotti aristocratici e alto borghesi; ma il mandolino circola anche nelle botteghe artigiane ed è in strada ad accompagnare i musicisti girovaghi.  Sempre a Napoli, alla dinastia Calace, oggi costruttori da quasi due secoli, si devono ulteriori significative innovazioni in termini di forma della cassa, corazza, tastiera e altro ancora. Da ricordare qui la figura del liutaio-musicista Raffaele Calace, creatore del mandolino da concerto (Per saperne di più, cfr. www.calace.it. Inoltre, Raffaele La Ragione ha dedicato la sua tesi di laurea alla famiglia napoletana di liutai, ndr). I mandolinisti diffondono arie d’opera e romanze, lo strumento accompagna i suonatori di concertino ed entra a pieno titolo nello strumentario della ‘nuova canzone’ urbana napoletana. Sempre all’ombra del Vesuvio, Pasquale Vinaccia ridisegna e riprogetta lo strumento modificandone la meccanica e la tensione delle corde, che nel frattempo sono diventate metalliche, rendendolo più robusto per garantire una maggiore potenza sonora. 
Quanto si è consapevoli del fatto che in ambito ‘colto’, pagine per il piccolo strumento a pizzico sono state composte da Vivaldi, Mozart, Scarlatti, Beethoven, Haendel, Paisiello e Verdi. E poi ancora, in tempi più recenti, da Bizet, Webern, Mahler e Schönberg. Insomma, nell’arco di tre secoli lo strumento a corde dal timbro delicato ed espressivo, dolce e argentino, ci ha offerto grandi emozioni. Intanto, tra stereotipi, ambiguità culturali e ghettizzazione, il mandolino ha sofferto una crisi di legittimazione proprio nella città che con esso si identifica. Negli USA il viaggiatore può scegliere tra i locali che offrono musica popolare americana, i musei dedicati agli strumenti e agli artisti e tanto altro per attraversare la storia delle musiche d’oltreoceano, a Vienna o Salisburgo gli itinerari musicali si snodano lungo le pieghe del tempo e dei compositori, in Irlanda strumentisti e strumenti della tradizione popolare entrano nel circuito turistico culturale, e potremmo continuare citando il fado a Lisbona, il bandoneon a Buenos Aires e il flamenco in Andalusia. Per contro, arrivi a Napoli e non trovi neppure uno straccio di informazione o una pubblicazione che parli della storia del mandolino, della liuteria, dei compositori e dei musicisti, dei percorsi tra colto e popolare novecenteschi, delle relazioni tra strumento e canzone classica napoletana, folk revival e popular music. E che dire poi della storia sociale dello strumento? La sua rilevanza identitaria locale non sfuggì ai sovrani, tant’è che sia Maria Carolina d’Austria che la regina Margherita si fecero ritrarre con in mano un mandolino, utilizzandolo come ottimo mezzo di propaganda. Si rende quanto mai necessario e urgente un intervento volto non solo alla conservazione del patrimonio strumentale, ma alla piena fruizione della sua letteratura, al riconoscimento della presenza dello strumento nella città, al suo rilancio sul piano della costruzione e dell’insegnamento, visto che insieme agli altri strumenti della sua famiglia (mandola, mandoloncello), rappresenta uno dei vertici dell’arte costruttiva dei liutai italiani. Per fortuna da qualche tempo qualcosa si muove nella città del golfo. Dal 1988 è attiva l’Associazione Mandolinistica Napoletana, nata con l’intento di promuovere l’esecuzione e l’arricchimento della letteratura musicale degli strumenti appartenenti alla famiglia dei plettri (mandolino, mandola e mandoloncello). Esiste un gruppo strumentale, il Mandolin Ensemble, che propone brani del repertorio mandolinistico e trascrizioni espressamente realizzate per organico di plettri. Non meno rilevante il ruolo formativo svolto dalla cattedra dello strumento al Conservatorio di San Pietro a Majella.
Nondimeno, si sta imponendo per le molteplici attività di studio e divulgazione l’Accademia Mandolinistica Napoletana, creata nel 1929 per iniziativa di Raffaele Calace, e ripresa nel 1992 al fine di ricollocare il mandolino napoletano sul piano della tradizione colta, ponendosi come punto di riferimento cittadino. Numerose registrazioni internazionali, un’intesa attività concertistica fanno dell’Accademia un punto di forza della cultura musicale a Napoli. Altro punto di riferimento per lo strumento è la Casa del Mandolino, nato con il crowdfunding, luogo di concerti e di produzione culturale nel centro antico della città. Il Maestro Mauro Squillante presiede l’Accademia Mandolinistica Napoletana, mentre il violoncellista Leonardo Massa ne è direttore artistico. Con Carlo Aonzo, Dorina Frati, Ugo Orlandi, Duilio Galfetti, Squillante è uno dei nomi di punta del cordofono panciuto in Italia. Specialista di strumenti a plettro (mandolino, mandola, mandolone, colascione, cetra), sul cui repertorio, organologia e prassi esecutiva conduce una costante attività̀ di ricerca, Squillante, diplomato presso il conservatorio Pollini di Padova, ha approfondito i propri studi musicali con Hopkinson Smith e Crawford Young presso la Schola Cantorum Basilensis, Enrico Baiano, Federico Marincola, Emilia Fadini ed Edoardo Eguez. Vanta numerose collaborazioni italiane e internazionali e un’intensa attività concertistica. Ha pubblicato un numero consistente di registrazioni, dalla musica antica a quella tradizionale popolare, dal barocco alle pagine ottocentesche con prestigiose etichette discografiche [Per la sua discografia vi rinviamo al suo sito web www.maurosquillante.com, ndr]. Squillante insegna mandolino al Conservatorio “Piccinni” di Bari e tiene corsi al "Martucci" di Salerno. “Blogfoolk” lo incontrato in una mattinata di gennaio nei magnifici appartamenti di Palazzo Reale di Napoli, che hanno ospitato un concerto dell’ensemble dell’Accademia da lui diretto.

Iniziamo da uno dei tuoi recenti progetti discografici che è “Charles Avison. Concerti grossi after Scarlatti”, inciso con l’Orchestra Mandolinistica Pugliese.
L’idea è stata quella di riportare questi concerti grossi al timbro originario. Avison li ha composti dopo aver ascoltato gli esercizi per clavicembalo di Scarlatti, che sono l’unica edizione a stampa di musica di Scarlatti nel periodo in cui il compositore era vivente. Evidentemente, quando si trovò con questi spartiti in mano dovette rimanerne folgorato e pensò di omaggiare quella musica facendone una trascrizione per orchestra d’archi e la forma del concerto che all’epoca era quella più diffusa. A me è capitato di ascoltare per caso questa musica per radio: nel sentirla ho immaginato che con i mandolini avrebbe suonato bene, perché è nata per clavicembalo. L’abbiamo realizzata con un’orchestra a plettro, che rispecchia in tutte le parti l’orchestra d’archi originale; in più c’è la parte di chitarra che rispetta il continuo, che altrimenti avrebbe realizzato un cembalo.

Svolgi attività didattica tra Puglia e Campania. A Bari e a Napoli sono attive, rispettivamente, l’Accademia Mandolinistica Pugliese e l’Accademia Mandolinistica Napoletana. 
Il gruppo di Bari è nato nella mia classe di mandolino ed è composto dai ragazzi che si sono diplomati con me. Non a caso rimanda nel nome a quella napoletana, pur essendo due associazioni distinte, quando c’è bisogno loro vengono qui a Napoli o noi andiamo in Puglia a dare una mano. Il direttore dell’Accademia Pugliese, Leonardo Lospalluti è venuto spesso a dirigere l’orchestra qui a Napoli. Quello napoletano è un nucleo che in qualche modo facciamo più fatica ad alimentare, perché la fucina è al Conservatorio di Bari, dove insegno. Tuttavia, il gruppo napoletano raccoglie persone con cui condividiamo una visione del mandolino. In ogni modo, siamo riusciti a mettere su un gruppo che funziona.

Altro recente impegno discografico è quello con la Napoli MandolinOrchestra per “Mandolini al Cinema” Di che si tratta? 
In realtà, è come se fosse la seconda uscita di un progetto che nasce con “Mandolini all’Opera”. Come in quel caso è stato commissionato da un’etichetta discografica giapponese. I dischi della Napoli MandolinOrchestra  sono realizzati dalla Respect Records in Giappone dietro licenza dell’italiana Felmay. La scelta di pezzi è stata dettata da Kenichi Takahashi della Respect, il quale voleva musica da film italiani. Ci ha addirittura indicato alcuni brani come la “Rustichelliana”. Evidentemente, sono film che hanno avuto successo. Difatti, non è la prima volta che ci viene commissionato un disco in Giappone, altre volte è uscito direttamente su quel mercato perché si è trattato di richieste molto specifiche, perfino canzoni difficili da rintracciare da noi in Italia, perché dimenticate. Da gruppo che ha una forte connotazione geografica, se avessimo suonato colonne sonore di John Williams non saremmo risultati credibili. D’altra parte, c’è una notevole tradizione di musica italiana per film, da Morricone a Rota a Piovani.  

Che strumento utilizzi nel disco? 
Un mandolino della liuteria napoletana Anema e Corde del 2004. 

L’organico del disco?
Sei mandolini: oltre al mio, suonano Adolfo Tronco, Alessandro Pignalosa, Carla Senese, Massimiliano Del Gaudio e Tommaso Sollazzo;  Leonardo Massa suona violoncello e mandoloncello, Enrico Capano e Gianluca Campanino alle mandole, Lorenzo Marino alla chitarra, Proto Zorro è la seconda chitarra in “Rustichelliana”. Poi, al contrabbasso c’è Dario Franco, Vittoriana Di Grazia suona il clarinetto in “Nuovo Cinema Paradiso”, Roberto Natullo suona il whistle nei brani “Spaghetti Western” e Sergio Vacca è al banjo in “Rustichelliana”.

“The Dark Side Of The Mandolin” è un album che uscirà prossimamente sempre con Felmay, ma che avete già portato in concerto. 
È nato per gioco, tra una lezione e l’altra e durante le prove dei concerti che facevamo per il Conservatorio. Era il 2013, l’anno del quarantennale di “Dark Side” dei Pink Floyd: ci è venuta voglia di affrontare quella musica. L’idea ci ha iniziato a conquistare davvero quando è venuto fuori il nome “The Dark Side of the Mandolin”, perché ci siamo ritrovati un po’ come i ragazzini che stanno per fare una marachella… In seguito, abbiamo cominciato a suonare e abbiamo visto che la cosa funzionava, ma fintantoché non abbiamo eseguito le musiche dal vivo non pensavamo fosse qualcosa di credibile. Suoniamo in trio, io al mandoloncello, Gaio Ariani al mandolino e Valerio Fusillo alla mandola. Nella prima esecuzione a Modena, c’è stato un attimo di silenzio che ci ha fatto pensare… poi è partito l’applauso. 

Cosa ha comportato trasporre quei celebri brani su strumenti a pizzico? 
Come “The Dark Side of the Moon” è un concept album, anche noi abbiamo lavorato senza interruzione, abbiamo molto improvvisato.  Mi piace dire che il vero parallelo tra “Dark Side” dei Pink Floyd e “The Dark Side of the Mandolin” è che come loro all’epoca sperimentarono, noi abbiamo un po’ violentato i nostri strumenti, visto che anche tutti rumori del disco originale li abbiamo riprodotti sui mandolini. Abbiamo creato atmosfere diverse, perché non abbiamo rifatto il disco pari pari: non siamo stati fedeli al disco ma ai nostri strumenti, Ci sono pezzi, come “Us and Them”, che hanno preso tutto un altro colore, ma sono piaciuti molto. Anche “Money” convince. 

Magari lo faremo ascoltare a Gilmour quando uscirà il disco…
Ritorniamo al mandolino a Napoli. La “Casa del Mandolino” oggi è una realtà. Di cosa si tratta?
Qui a Napoli ti muovi in un ambiente non ostile ma melmoso; per quanto tu abbia idee chiare in testa per raggiungere i risultati, devi prendere vie traverse. Perciò la realtà fatica a prendere forma. Stiamo mettendo i mattoncini poco per volta. “La Casa del Mandolino” è un locale di fronte alla chiesa di San Severo al Pendino, restaurato e adattato ai nostri bisogni. Ne è stata ricavata una sala con quaranta posti a sedere, lo spazio per concerti, per i corsi e per accogliere musicisti, musicofili o turisti, che vengono a trovarci per capire perché il mandolino è stato così importante per la storia musicale della nostra città, anzi dell’Italia tutta. È un progetto realizzato con il crowdfunding, dietro, naturalmente, c’è stata l’Accademia, che è un punto fermo visto che esiste da venticinque anni. Le cose stanno prendendo una forma: è partita la scuola, abbiamo una convenzione per fare corsi pre-accademici con il Conservatorio di Salerno, ora partirà un master internazionale, che si svolgerà nell’arco di cinque mesi, sotto la mia guida, con allievi che verranno anche dall’estero. Lo scorso agosto c’è stato un campus con persone che si sono iscritte non solo dall’Italia, ma dal Canada e dall’Australia. Anzi, erano più stranieri che italiani. Poi ci sono i concerti per i turisti cui teniamo molto, perché a Napoli serve questo tipo di offerta. Così come funziona a Buenos Aires con il bandoneon o ad Atene con il bouzouki. Vogliamo offrire questo servizio e approfittare della presenza dei turisti per dare opportunità di lavoro ai mandolinisti. In tal senso, siamo stati presenti a importanti Borse internazionali del turismo. Siamo ancora in fase di costruzione, ma i risultati vengono, le attese sono realistiche, perché siamo a Napoli. 

Ci sarà possibilità di aver corsi, master-class e concerti dedicati ad altri strumenti a pizzico di respiro mediterraneo o afro-americano? 
È nelle intenzioni. Alla fine, lasciamo che le cose avvengano secondo il loro naturale percorso senza forzare i tempi o mettere delle idee che vorrebbero essere realizzate a tutti i costi. Per ora l’importante è gestire i costi, cominciare a creare lavoro per chi studia il mandolino. Il mandolino non è ancora accreditato come oggetto che fa cultura, quindi è importante dare delle possibilità agli strumentisti oltre che suonare ai matrimoni. Ma occorre non forzare i tempi. Quando si va fuori Napoli, lo strumento si identifica con Napoli e la cultura napoletana fuori è vincente, la vendi facilmente. Invece, qui da noi si fa fatica. Molti sono rimasti all’epoca felice in cui per suonare c’erano soldi pubblici e sovvenzioni quando entravi nei canali giusti… Ora non è più così, ti devi attrezzare secondo una logica di mercato, cercare di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Devi venire a compromesso pur cercando di fare cose dignitose ed eleganti. Così ci sentiamo di essere anche quando cerchiamo di arrangiare una canzone napoletana: cerchiamo l’arrangiamento ben fatto per comunicare delle emozioni. Non siamo convinti che basta parlare di mandolino per far piacere alle persone. È una questione di onestà intellettuale.

Qual è il tuo punto di vista sulla didattica dello strumento nella scuola secondaria di primo grado e nei Licei musicali. E nei Conservatori?
Nella scuola media a indirizzo musicale noi mandolinisti purtroppo siamo assenti, un po’ per colpa nostra e un po’ colpa delle istituzioni. Il mandolino sarebbe stato inseribile molto facilmente: è uno strumento molto facile, lo metti in mano a uno studente e subito suona, diversamente dal violino o da unostrumento a fiato. Ma la questione delle scuole medie non è stata seguita sul nascere. Pertanto, la legge ha fotografato la situazione dell’epoca, nella quale noi mancavamo. Adesso è difficile correggere la situazione. Nei Licei si insegna il mandolino, ma come scelta di secondo strumento, perché il ragazzo che esce dalle medie non viene mandolinista. Nei Conservatori ci sono sette cattedre, così problemi di sopravvivenza non dovremmo averne, ma dobbiamo racimolare gli allievi come capita. Non arriva mai qualcuno che abbia fatto un percorso di studi regolari, a partire dal prima media, come previsto dall’ordinamento italiano. Capita di avere a che fare con chi ha il diploma in un altro strumento e ha suonato un po’ il mandolino ai matrimoni e vuole studiarlo. Speriamo che con l’Accademia si possa accentuare l’interesse. [Occorre rilevare che si è avuta l’introduzione dell'insegnamento dello strumento musicale del mandolino in qualche scuola secondaria di primo grado in base all’autonomia scolastica. Così, come dal 2014 esiste una proposta legge per l’introduzione dell’insegnamento del mandolino nella scuola secondaria di primo grado, ndr].

Da docente di Conservatorio, qual è la tua prospettiva sulla didattica?
Mi tiro fuori dalla scuola che c’è attualmente in Italia. Insegno altre cose, utilizzo una tecnica che è quella che si è usata dal Settecento fino a tempi recenti anche qui a Napoli, che chiamo ‘tecnica napoletana’. Innanzitutto, devo dire che la scuola attuale di mandolino non ha una cultura del suono, usa un modo di muovere le mani che non aiuta lo strumento a suonare meglio, perché non si appoggia su un’esperienza stratificata nel corso di 300-400 anni. È qualcosa che stata più o meno sviluppata da un mandolinista e da lì si sono seguite le sue tracce in maniera un po’ acritica. In questo momento uno dei motivi per cui non si fa abbastanza con il mandolino in Italia, a differenza di ciò che accade fuori, è che si è imboccati una strada senza futuro, che non ha sostanza. Basterebbe fare un po’ di analisi delle fonti scritte. Poi ci sono i video dei mandolinisti del passato che spiegano, per non dire dei dischi come le registrazioni di Calace: è un altro mondo, di cui spero ci si accorga. Personalmente, lavoro in una direzione diversa e credo di raccogliere risultati. Anche “The Dark Side of the Mandolin” non sarebbe venuto fuori senza una mentalità di recupero della tradizione ma anche di estro e fantasia, com’è sempre stata la tradizione: occorre sapersi mettere in discussione. Ti prendi il tesoro del passato e ti metti a giocare sul futuro. Mi dichiaro orgogliosamente un outsider e tale vengo considerato, e a dirla tutta, anche un po’ anche ostacolato… Ma questo fa parte della mia storia personale.

Per i cultori dello strumento e i turisti culturali è possibile fornire un itinerario napoletano per immergersi nell’universo del mandolino?
Al momento più che visitare le liuterie: Calace, Aneme  e Corde e Masiello, non è possibile fare altro! Notizie sul mandolino ce ne sono poche a partire dal Settecento. Napoli è avara perché la storia è stata poco indagata. Inoltre il nell’Ottocento Risanamento  ùha fatto perdere le tracce. Così le liuterie di un tempo: Vinaccia, Filano, Fabbricatore hanno chiuso e non c’è più traccia di quello che esisteva. Sarebbe bello raccogliere in un’unica esposizione gli strumenti, perché ci sono delle belle cose nei musei, ma come Accademia non siamo riusciti ad affrontare una discussione con la Sovrintendenza a riguardo di tutta la liuteria napoletana, che come scuola ha una continuità nel tempo maggiore di quella di Cremona. Però lì, grazie ad Amati, Guarneri del Gesù e Stradivari, ne hanno fatto un business, qui da noi solo cani sciolti.  Per quel che riguarda gli strumenti, qualcosa era esposto al Museo di Capodimonte, ma ormai molti strumenti sono conservati negli scantinati e non vengono tirati fuori. Qualche strumento è visibile nella collezione del Conservatorio di San Pietro a Majella. Come Accademia Mandolinistica, vorremmo esporre gli strumenti importanti, raccogliendoli, ma resta uno dei progetti futuri. In termini di ricerca, una cosa importante che sta accadendo, e che riguarda ancora noi dell’Accademia, è un progetto di ricerca sul mandolino nel Settecento a Napoli, in svolgimento con l’Università di Uppsala in Svezia, l’Università di Bologna e il Conservatorio di Bari. Vedrà la realizzazione di tre CD sulle musiche conservate nella collezione “Gimo” a Upssala [La collezione conservata nell’università svedese è di fondamentale rilevanza in seno alla musica strumentale del XVIII secolo, ricca di composizioni per mandolino in svariate combinazioni strumentali, è imprescindibile per chi voglia avvicinarsi alla letteratura musicale mandolinistica, ndr], ci saranno convegni e giornate di studio con l’intento di coinvolgere musicologi intorno all’argomento mandolino per affrontarlo da un punto di vista scientifico.  Tra gli eventi didattici internazionali ne è previsto prossimamente uno a Londra, organizzato dalla Lute Society in collaborazione con la Banjo, Mandolin and Guitar Federation. Sarà un incontro sui mandolini storici (http://www.lutesociety.org/) esposti presso il Royal College Museum, con interventi di Paul Sparks, Lars Berglund, Anna Rita Addessi, e Mimmo Peruffo, una master-class e dei recital. Il progetto di ricerca, a parte la realizzazione dei CD, consentirà di indagare gli archivi napoletani, ma soprattutto di raccogliere tutte le musiche di provenienza napoletana che si trovano nelle biblioteche sparse per il mondo. 


Ciro De Rosa


Orchestra a plettro Accademia Mandolinistica Pugliese – Charles Avison. Concerti Grossi After Scarlatti (Digressione Music, 2016)
Il 1685 ha rappresentato un anno straordinario per la musica europea che nel giro di pochi mesi assistette alla nascita di tre artisti come George Friedrich Händel, Johann Sebastian Bach e Domenico Scarlatti. Proprio quest’ultimo è il protagonista della storia raccontata dall’album “Charles Avison. Concerti Grossi After Scarlatti” edito da Digressione Music. Si tratta di un pregevole lavoro monografico dedicato ai concerti grossi di Charles Avison (Newcastle upon Tyne, febbraio 1709 – Newcastle upon Tyne, 10 maggio 1770) nell’esecuzione dell’Orchestra a Plettro dell’Accademia Mandolinistica Pugliese diretta da Leonardo Lospalluti che getta nuova luce sull’attività artistica del compositore inglese, considerato tra i più importanti di fine Settecento e ben noto per la sua attività di critico, teorico e didatta, nonché di impresario per concerti ed orchestre. Avison, infatti, si dedicò per molti anni a un intenso lavoro di riarrangiamento in forma di concerto grosso per orchestra delle sonate per clavicembalo di Domenico Scarlatti, dando anche alle stampe nel 1744 “Twelve Concerto’s in Seven Parts... Done from Two Books of Lessons for the Harpsichord Composed by sig. Domenico Scarlatti” nel quale, con grande libertà ed eleganza, riprese temi scarlattiani arrangiandoli per orchestra. Seguendo la pratica consolidata di riadattare le composizioni altrui, il compositore inglese fece qualcosa in più nello scrivere le partiture orchestrali per composizione pensate in origine per clavicembalo, aggiungendovi un tratto elegante che le rende più uniformi e coerenti come dimostra la composizione di alcuni movimenti lenti per mantenere la ripartizione caratteristica della forma concerto. Un esempio ne è certamente il Largo del Concerto n.6 o i tempi del Concerto n.12. In altri casi il compositore inglese sceglie di rileggere i temi di Scarlatti in tonalità diverse come nell’adagio del Concerto n.1 o dell’allegro spiritoso del Concerto n.3. Ciò che colpisce maggiormente è il lavoro di cesello compiuto da Avison nell’addolcire le asprezze armoniche o nel tagliare ripetizioni o ancora nel normalizzare alcune battute. Lo Scarlatti riletto dal compositore inglese ha tratti meno esuperanti ma certamente elegantissimi e pieni di fascino, come dimostra la magistrale rilettura che ne ha fatto l’Orchestra a plettro Accademia mandolinistica pugliese diretta da Leonardo Lospalluti, chiudendo il cerchio di una storia che parte da Napoli e a Napoli ritorna attraverso la suggestiva ed avvincente ipotesi, suggerita e documentata da Squillante e Vrenna, che già in origine Scarlatti avesse utilizzato il mandolino come strumento di accompagnamento solista, avendo conosciuto a Napoli quello a quattro cori e a Venezia quello a sei. Il pregio principale di questo disco è quello di offrirci non solo delle splendide versioni dei concerti di Avison, in una forma molto fedele all’originale per clavicembalo, ma anche di ricomporre i tasselli di una storia poco nota come la risonanza che ebbe l’opera di Scarlatti in Inghilterra. Di non minor importanza è poi il fatto che album come questo, contribuiscano a restituire la nobiltà perduta al mandolino, per anni relegato a strumento inferiore, ma che ebbe una fondamentale importanza nella diffusione su larga scala proprio del repertorio classico. Insomma, l’Accademia Mandolinista Pugliese diretta da Leonardo Lospalluti e il mandolino solista di Mauro Squillante ci hanno regalato un piccolo gioiello da ascoltare con grande attenzione.


Salvatore Esposito

Napoli MandolinOrchestra – Mandolini al Cinema (Felmay, 2016)
In formazione da camera o in organico orchestrale la Napoli MandolinOrchestra si esibisce con successo il tutto il mondo, svolgendo un ruolo centrale nella promozione e diffusione del mandolino napoletano. Il titolo richiama un precedente disco in cui la NMO era alle prese con il repertorio di grandi pagine del melodramma (“Mandolini all’Opera”), qui l’ensemble guidato da Mauro Squillante (mandolino) e Leonardo Massa (violoncello e mandoloncello), con l’intervento agli arrangiamenti di Leonardo Lospalluti, si cimenta con temi provenienti dalle colonne sonore di rinomate pellicole del cinema Italiano. L’organico è costituto da un ensemble di plettri con sei mandolini, mandoloncello, mandola, chitarra, violoncello e contrabbasso con interventi occasionali di clarinetto, whistle e banjo. Con indovinata impronta timbrica e di orchestrazione, il gruppo rilegge celebri composizioni d’autore: vi trovate pagine del Morricone di “La leggenda del pianista sull’oceano”, “Nuovo Cinema Paradiso”, “C’era una volta il west” e “Il buono, il brutto, il cattivo”, un trittico di Carlo Rustichelli tratto da “Il Ferroviere”, “Sedotta e Abbandonata” e “La Ragazza di Bube”. Né potevano mancare il Piovani di “La vita è bella” e il Bacalov de “Il postino”, ma la chiusura è a firma di Nino Rota con “Amarcord” di Federico Fellini, eseguita in quartetto (Mauro Squillante, Alessandro Pignalosa, Enrico Capano, Leonardo Massa), in cui nell’arrangiamento ci mette lo zampino Daniele Sepe. 


Ciro De Rosa

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