Premio Tenco, Teatro Ariston, Sanremo, 20-22 Ottobre 2016

Profazio lascia che sia Voltarelli a cantare le bellissime “A lu me’ paisi”, e poi si passano la parola l’un l’altro in canzoni memorabili come “La leggenda di Colapesce”, “Qua si campa d’aria”, “Amuri, amuri” e “Mafia e parrini”. Sale poi sul palco un uomo minuto che risponde al nome di Pino Pavone; poco o per nulla noto al pubblico, Pavone fu grande amico e stretto collaboratore nientemeno che di Piero Ciampi: accompagnato al pianoforte da Marco Spiccio, canta con voce timida ma in un’interpretazione densa di tenerezza e ironia le sue “La vita è dispari”, “Comica finale”, e la canzone scritta con Ciampi “L’amore è tutto qui”. Il pubblico lo applaude a lungo, divertito e commosso. Arriva poi la Targa Tenco per l’Album in dialetto, un artista e un gruppo che hanno fatto la storia della nostra musica: James Senese & Napoli Centrale. Nati a metà degli Anni Settanta (evoluzione, però, degli Showmen dei Sessanta) danno prova con questo riconoscimento della vitalità e dell’attualità del loro jazz partenopeo, sintetizzato nella figura di Senese uomo e artista, e il tutto, si veda il caso, perfettamente centrato nel tema delle migrazioni. Si riparte con Bombino, artista nigerino che negli ultimi anni ha conquistato numerosi palchi nostrani con la risposta entusiastica del pubblico; ma lui ricorda – e ricorda a noi il presentatore – che la sua musica nasce dal pastore che è stato, dai silenzi lunghi di quella sua vita passata che hanno dato ampio spazio al pensiero, all’ascolto della musica, all’esercizio sulla chitarra; risuonano, in questo racconto, echi di leopardiane riflessioni affidate a un uomo solo con il suo gregge… Le corde del “Jimi Hendrix del deserto” vibrano positive e ritmate verso la platea. È il momento della prima incursione, dal fondo della sala, della Bandacadabra, numerosa compagine di ottoni allegri e coinvolgenti, chiamati – con successo – a impersonare il tradizionale ruolo del “tappabuchi” che accudisce il pubblico nei passaggi di palco della Rassegna. Si distende quindi sul palco un altro grande gruppo della musica partenopea, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, appena tornati sulle scene con l’album “50 anni in buona compagnia”; è la prima volta al Tenco, questa, per l’ensemble nato dal pensiero di Roberto De Simone che alla fine degli Anni Sessanta ridiede nuova vita alla splendida tradizione napoletana, segnando un innovativo tratto di raccordo tra passato e futuro. 
Di tutt’altro genere è il giovane chiamato sul palco dopo di loro, una proposta del Direttivo del Club, Ivan Talarico; raccontarlo non è certo quanto di più semplice, ma possiamo dire che i suoi intelligenti “nonsense” testuali e musicali giocati sorridendo tra voce, pianoforte e chitarra entusiasmano il pubblico, tanto da guadagnarsi una nuova esibizione per la serata seguente, in un fuori programma che è un successo tutto personale per questo artista. Ben fa il Club Tenco a tenerlo in bella vista sul suo palco. E sono ancora sorrisi, nonostante la solennità del momento quale è la consegna del Premio Tenco per l’Operatore culturale, quando viene chiamato sul palco il vincitore, giacché si tratta di Sergio Staino. Che è un celeberrimo disegnatore, un vignettista acuto osservatore della realtà e della politica, di recente diventato direttore de L’Unità; ma è anche uno di famiglia, qui alla rassegna, una parte fondamentale del Club Tenco e di tutta la sua lunga storia. E pure la premiazione, qui, assume forma artistica quando Staino prende il microfono e, accompagnato al piano da Marco Spiccio, ringrazia cantando, parafrasando Paolo Conte e la sua “Genova per noi”. Si invita infine sul palco Francesco Motta, Targa Tenco per il Miglior album di esordio con “La fine dei vent’anni”. Esile ma ben armato di capigliatura lunga e folta da agitare al suono della musica, con i suoi trent’anni appena compiuti che suggellano la sua perfetta identificazione con il suo disco, questo ragazzo sembra essere capace di rappresentare la sua generazione, nei suoni avvolgenti dei brani e nelle parole dure e dirette dei testi, aspre come la sua voce; racconta così l’assenza di una meta precisa, sempre vaga e distante, e l’angoscia di non poterla raggiungere mai. Come dire: “C’è un sole perfetto, ma lei vuole la luna”. E però, dopo “Abbiamo vinto un’altra guerra”, “La fine dei vent’anni” e “Se continuiamo a correre” (ottimamente accompagnato dai suoi musicisti, va detto), chiude il set con almeno un sogno – dichiaratamente – realizzato: la condivisione del palco con Bombino, sulle note di “Roma stasera”. La seconda serata la apre Claudia Crabuzza, Targa Tenco per il disco in Dialetto o lingue minoritarie (nel suo caso catalano algherese, ex eaquo con Senese), “Com un soldat”. 
Il suo lungo set le dà l’opportunità di far ben assaporare il disco al pubblico; un sapore raro, personale, poetico, attuale, che racconta la vita con gli occhi di una donna che si sente, come dichiara lei stessa in apertura, “come un soldato”, sempre in trincea in un mondo tanto difficile per le donne, soprattutto se madri come lei. Interprete intensa, circondata da ottimi musicisti, dà vita a uno spettacolo di alto livello. La segue Gianluca Secco, artista singolare tutto loop station e virtuosismo vocale e fisicità travolgente, che entusiasma il pubblico, letteralmente, e viene anche insignito Premio Imaie quale migliore interprete. Dopo di lui, un altro mondo: è l’eterea Lula Pena. Portoghese esile, dall’età indecifrabile, siede a piedi scalzi imbracciando la chitarra, sulla quale muove con abilità e grazia le dita lunghe e sottili come rami. E canta il suo personalissimo fado, risultato di una ricerca personale che vuole andare “oltre la mente razionale”. “È magica”, dice Silva. Ed è proprio così. Arriva quindi il Premio Tenco per l’Artista Stan Ridgway, cantautore americano dallo stile misto tra l’acustico e l’elettronico, tra il rock e il folk, narratore di vite dimenticate nella grande Storia, cuori dispersi nelle contraddizioni dell’America; generoso nel dialogare con il pubblico, annotiamo una versione bella e fantasiosa di “Rings of fire” di Johnny Cash, omaggio a uno degli artisti che hanno inciso più a fondo nella sua arte. 
Dopo di lui, un set dedicato alla pace: arrivano infatti Enzo Avitabile, per cui non servono presentazioni, con Amal Murkus, cantautrice e attrice palestinese ma cittadina israeliana per forza, nata in una famiglia di intellettuali in lotta instancabile per la pace e l’integrazione di due popoli divisi solo, spiega Amal, da una politica spregiudicata e incurante dei diritti umani. Sul palco con lei sale la signora Egidia Beretta, madre di Vittorio Arrigoni, volontario ucciso a Gaza nel 2011, che continua a lanciare al mondo l’appello di suo figlio: “Restiamo umani”. Splendido il set dei due artisti, così come la canzone che fonde le loro voci, “Canta Palestina”. È ora il momento di celebrare Francesco Di Giacomo, cogliendo l’occasione della conquista della Targa Tenco per la Miglior canzone, sua e di Paolo Sentinelli, “Bomba intelligente”, mai incisa dall’artista scomparso improvvisamente due anni fa, e ora ripresa e arrangiata da Elio e le Storie tese. La moglie, Antonella Caspoli, è chiamata a ricevere la Targa dalle mani di Duccio Pasqua, che ha avuto un ruolo chiave nel ritorno alla luce questo brano. Gli “Eli” sono assenti per un impegno teatrale, e intervengono con un affettuoso videomessaggio. È Andrea Satta (Têtes de Bois) a farsi interprete sul palco per il suo caro amico, ma poi, lungo il corso della canzone, la sua voce viene sostituita da quella di Francesco che risuona in teatro, accomunando tutti - artisti sul palco e pubblico in sala - nell’ambivalente emozione di dolore e allegria. Un tributo perfetto. Termina la serata Niccolò Fabi, che con “Una somma di piccole cose” è Targa Tenco per il Miglior disco dell’anno per la seconda volta nella sua carriera. 
Nel suo set canta le sue nuove canzoni nel loro tratto a volte intimo come in “Una mano sugli occhi” e a volte asciutto e diretto come in “Ha perso la città”, concludendo però con il vecchio successo “Lasciarsi un giorno a Roma”. Vi raccontiamo infine l’ultimo giorno, il giorno di Luigi Tenco. Egli fu la scintilla da cui scaturì il programma a lunghissimo termine di Amilcare Rambaldi, il quale nel 1972 chiamò attorno a sé coloro che come lui desideravano raccogliere il testimone del cantautore piemontese, che lasciò scritto: “[...] Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” in finale e ad una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno”. Nacque così il Club Tenco, e due anni dopo la Rassegna della Canzone d’autore, in cui furono assegnati i primi Premi Tenco (ai cantautori Léo Ferré, Giorgio Gaber, Sergio Endrigo, Domenico Modugno e Gino Paoli, e come operatore culturale Nanni Ricordi). Di tutto questo si parla, nel pomeriggio, ma soprattutto si racconta l’uomo e la sua idea del proprio ruolo di artista. Dopo la commovente apertura con la voce di Francesco Di Giacomo che canta “Lontano lontano”, de Angelis offre un documento raro e toccante: l’ultima intervista di Luigi Tenco rilasciata a Daniele Piombi poco prima della tragica serata sanremese. 
Ancora, ascoltiamo la voce di Herbert Pagani su Radio Montecarlo, che poco dopo la fine di Tenco ha parole di profonda compassione per la sua vicenda umana pur nel clima ostile di allora, ma anche e soprattutto lucide nel comprendere l’alto valore artistico e culturale della sua opera, e persino si spinge ad affiancarsi a Tenco – “uno che non era un giocatore e andava a puntare su una canzone, come alla roulette, tutto quello che aveva [...] tutta una vita di lavoro, di sogni, di aspirazioni [...] in due minuti primi e trenta secondi di esecuzione” – in una critica al pubblico per nulla velata: “Voi, 25 milioni [di persone], avete ascoltato bene le parole della canzone di Luigi Tenco?” Ecco. E il Club Tenco, a sera, al teatro Ariston, sa di poter contare su un pubblico attento alle parole di Luigi Tenco. È una carrellata ininterrotta di artisti, tutti nati rigorosamente dopo quel fatidico 27 gennaio 1967, quella che si succede sul palco: due canzoni affidate a ciascuno da Enrico de Angelis, accompagnati dall’Orchestra sinfonica di Sanremo diretta da Mauro Ottolini che per l’occasione ha curato gli arrangiamenti di tutti i brani. Non abbiamo spazio per commentare al dettaglio la serata; quel che è importante segnalare, in estrema sintesi, è la grande varietà di interpretazioni che le parole e le musiche di Tenco (che fu anche un talentuoso musicista, non dimentichiamolo) hanno saputo ispirare. Dalle espressioni più “classiche” di Diego Mancino o di Roy Paci alle riletture anche testuali in chiave rap di Kento (anagramma di Tenco!); dall’eleganza avvolgente di Alfina Scorza all’audace contaminazione araba di parole e musica cantata da Vanessa Tagliabue Yorke; dalle traduzioni in inglese dell’irrefrenabile canadese Bocephus King all’incedere pacato di Ascanio Celestini; dalla voce rock di Noemi a quella vellutata di Marina Rei; dall’aperta teatralità de Gli Scontati all’altrettanto teatrale ma profondamente diverso Morgan. Ci rassicura sapere che iCompany si occuperà di uno speciale televisivo su Luigi Tenco, in occasione del cinquantenario della morte, in cui mostrerà anche questo lungo omaggio del Club a lui intitolato. Chiudiamo dunque anche noi il sipario su questa edizione, e pure sui quarant’anni di Rassegna. Augurandoci che compaia ancora e ancora negli anni futuri, in quel di Sanremo, questo piccolo mondo di bellezza. 


Alessia Pistolini

Foto n.1, 2, 3 di Manuel Garibaldi 

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