Stefano Frollano e Fabio Pellegrini, (After) The Gold Rush, Arcana, 2015, pp. 340, Euro 19,50

Songwriter e performer dotato di raro eclettismo e curiosità, Neil Young nel corso della sua lunga carriera si è mosso con disinvoltura attraverso territori musicali differenti, rinnovando ed evolvendo costantemente il suo linguaggio, cercando in ogni disco il suono più adatto al messaggio racchiuso nelle sue canzoni. Scorrendo la sua discografia, infatti, non si troverà mai un disco uguale all’altro, ma nel loro insieme tutti i suoi lavori compongono un mosaico affascinante, denso di suggestioni ed ispirazioni diversificate, e mai prive di un sostrato personale attraverso il quale si è raccontato e ha raccontato la sua vita. In questo contesto così articolato non si può non tener conto del rapporto osmotico che lega Neil Young tanto alla sua terra natia, il Canada, quanto a quella adottiva, gli Stati Uniti, le cui vicende storiche permeano in modo fortissimo le sue canzoni. In occasione del settantesimo compleanno di Neil Young e a quarant’anni dalla pubblicazione di “Zuma”, uno dei suoi dischi più belli ed intensi, Stefano Frollano e Fabio Pellegrini hanno dato alle stampe il libro “(After) The Gold Rush”, che ricostruisce con dovizia di particolari ed eccellenti approfondimenti storici il viaggio che condusse il cantautore canadese dall’Ontario alla California, il Golden State che, dopo l’epopea dei cercatori d’oro del 1849, nei primi anni Sessanta diventò il punto di riferimento per tanti musicisti americani. Da profondi conoscitori ed appassionati della musica del cantautore canadese, gli autori sono riusciti a dar vita ad una sorta di viaggio nel tempo che conduce i lettori alla scoperta delle vicende dalle vicende dei nativi americani, ai primi passi di Young con The Squires e Buffalo Springfield per toccare poi il sound West Coast e le esperienze con CSN&Y e Crazy Horse, il tutto impreziosito da sorprendenti, quanto assolutamente, suggestive interconnessioni tra l’opera di Neil Young, il cinema, e la pittura dell’Ottocento e Novecento. Emerge, così, pienamente la tensione continua alla ricerca del cantautore canadese nel tentativo non solo di affermare la propria identità culturale, ma anche e soprattutto per far emergere il suo desiderio di raccontare sé stesso e la sua vita di uomo attraverso la musica. In parallelo vengono presi in esame alcuni dei dischi in cui tutto ciò emerge più marcatamente come “After the Gold Rush“, “Zuma“, “Harvest” , la splendida colonna sonora del film “Dead Man” di Jim Jarmush e i più recenti “Americana” e “Le Noise”, quest’ultimo prodotto da Daniele Lanois, lavori assolutamente significativi che nella loro intrinseca diversità sonora trovano il loro comun denominatore nell’evocazione continua dell’epopea americana, ora nei testi ora nelle trame chitarristiche di Young. Il risultato è il ritratto di un artista consapevole delle sue radici, costantemente animato dal desiderio di conservare una memoria collettiva nelle trame della sua musica, sia essa rock, country o quanto più sperimentale possibile. Ad arricchire il volume è un corposo corredo iconografico con immagini mai pubblicate prima d’ora in Italia, una dettagliatissima discografia, una cronologia dei concerti dal 1961 al 1978 e un’interessantissima intervista in esclusiva con Ralph Molina, il batterista degli storici Crazy Horse. “(After) The Gold Rush” non è, dunque, uno di tanti libri monografici che si possono trovare nelle nostre librerie, è piuttosto un un volume di altissimo pregio culturale, uno di quei libri rock assoluta importanza culturale che ogni appassionato dovrebbe avere per comprendere le dinamiche e l’importanza di certi passaggi storici. 

Salvatore Esposito
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