venerdì 22 luglio 2016

Intervista con Carlo Rizzo

Talentuoso percussionista, cantante, e compositore italo-francese Carlo Rizzo non ha bisogno di presentazioni, per lui a parlare è la sua straordinaria carriera spesa nello studio, nella ricerca e nella sperimentazione sui tamburi a cornice, spaziando in ambiti musicali differenti dalla musica popolare alla world music, dal jazz alla musica contemporanea, mettendo in luce tutta la sua peculiare e personalissima tecnica sviluppata negli anni. Parallelamente alla sua attività artistica, il percussionista italo francese è stato uno dei più importanti innovatori e precursori nella ricerca sull’evoluzione tecnologica dei tamburi a cornice, come dimostrano le personali creazioni del tamburello poliritmico e di quello multitimbrico. Nel corso dell’ultima edizione dei Seminari di Musica, Canto e Danza Popolare di Mare e Miniere, abbiamo avuto modo di assistere alle sue esibizioni sul palco tanto in solo, quanto nelle diverse combinazioni che caratterizzano la rassegna sarda, ed ogni volta che tra le sue mani prende un tamburo a cornice ha inizio un viaggio musicale travolgente tra incroci ed attraversamenti tra suoni e ritmi da tutto il mondo, a cui di tanto in tanto si aggiunge la sua voce ritmica con l’utilizzo degli onomatopei. Lo abbiamo intercettato durante una pausa dalle lezioni, per intervistarlo ed approfondire insieme a lui il suo percorso artistico, l’approccio tecnico e le fasi realizzative dei suoi originali tamburi a cornice, senza dimenticare un focus sulla didattica.


Come nasce la tua passione per le percussioni?
La mia passione è nata sicuramente a sei anni, quando abitavo in Sicilia. Il primo regalo che ebbi fu un tamburello siciliano, il secondo invece fu la batteria. Poi ci fu un grande periodo di assenza delle percussioni nella mia vita, ma fiamma vera è arrivata più tardi quando ho scoperto le musiche tradizionali dell’India del Nord, dell’Africa e quelle italiane. Era il periodo in cui studiavo disegno e scultura a Roma, ed ascoltavo i gruppi di fine anni Settanta ed inizio anni Ottanta, furono quegli ascolti a farmi innamorare del tamburello. Avevo difficoltà a trovare qualcuno che mi spiegasse come fare per suonare questo strumento, e quindi pian piano mi sono inventato un mio stile basato sulle tecniche siciliane, pugliesi e napoletane. Parallelamente alla pittura ed al canto, il tamburello mi ha seguito fino ad una tourneè che feci con Giovanna Marini e il grande gruppo della Scuola di Musica Popolare del Testaccio. Andammo in Francia, ed in particolare a Parigi per un mese, dove ho incontrato mia moglie, e sono rimasto là dove sono arrivate tutte le idee. Lì è nata l’idea di realizzare un tamburello politimbrico, e ho cominciato a costruirlo.
Poi con mia moglie siamo andati ad abitare vicino Grenoble, e lì ho terminato la sua realizzazione. Ci sono voluti sei anni per partire da un sistema inziale, cambiarlo e modificarlo, ed aggiungerne un secondo e poi un terzo. All’inizio il tamburello politimbrico non è nato così com’è oggi, vi ho aggiunto vari sistemi, così come si è modificata la tecnica manuale e quella che utilizzo oggi è certamente di base italiana, con l’aggiunta di ulteriori accorgimenti che ho inventato io e che ho appreso osservando nelle varie esperienze creative e collaborative con musicisti indiani, iraniani, arabi e strumentisti jazz, di musica contemporanea e tradizionale. Queste esperienze si aggiungono man mano, perché ogni anno ho nuove avventure musicali che mi permettono di integrare nuove tecniche a quello che faccio. In questo non ho mai tradito una cosa, quella di usare tamburelli acustici, con microfonini se devo amplificarli. Non ho mai usato, per esempio, tamburelli fatti con un pad elettronico o campionatori: questa è una cosa che lascio ad altri. A me interessa usare tamburelli acustici e tutte le evoluzioni che possono esserci utilizzando una mano personale o due, dipende, e rimango fedele a tutto questo.

Quanto è stato importante per te l’incontro con Giovanna Marini?
Giovanna Marini appartiene alla generazione del Nuovo Canzoniere Italiano e quando loro hanno ripreso il repertorio tradizionale lo hanno fatto riscoprire. Quando sono andato ad abitare a Roma ed ho partecipato al gruppo della Scuola di Musica Popolare del Testaccio, ho capito quanto Giovanna fosse una musicista completa, perché non solo ha fatto ricerche sul campo, ma è anche figlia di un compositore e sua mamma insegnava al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. E’ una chitarrista eccellente, essendosi perfezionata con Segovia e compositrice con orecchio assoluto.
Quello con lei sé stato un contatto con una persona che ha una cultura enorme e riusciva a trasmetterci nell’opera che aveva scritto “Il Regalo dell’Imperatore” una scrittura personalissima, moderna, contemporanea, con influenze jazz e di musica tradizionale. E’ una donna intelligente, comunicativa, simpatica e quella con lei è stata un esperienza che mi serve ancora oggi. Mi ricordo che non avevo ancora costruito il mio prototipo di tamburello timbrico, e suonavo un tamburello semplice, e lei mi disse che ero l’unico in quel periodo che utilizzava i controtempi e delle frasi ritmiche che non erano quelle strettamente tradizionali, perché mi stavo aprendo ad un espressione personale ed allo stesso tempo moderna. Quella fu una conferma molto importante per me perché sapere che ero un innovatore anch’io mi ha spinto ad andare ancora più in là anche nella costruzione strumentale.

Quali sono state le tue principali esperienze artistiche?
Tante! E’ difficile da riassumere perché mi sono mosso in diversi ambiti. Quello tradizionale, ad esempio, si divide in vari ambiti. Ho avuto incontri con musicisti provenienti realmente dalla tradizione e non dal folk revival, ed è stato molto importante. Ho avuto modo di collaborare con artisti che hanno perfezionato e riaggiustato la tradizione, quindi coloro che sono della stagione del folk revival. Poi c’è stata questa nuova ondata della World Music alla quale ho partecipato. Le mescolanze per esempio tra tradizione e jazz, ma anche tra tradizione e forme di rock. Abitando in Francia, è stato importante l’avvicinamento con culture extraeuropee. Ho suonato con grandi figure del jazz francese e della musica contemporanea come Luc Ferrari. In Italia ho fatto musica contemporanea con Giorgio Battistelli.
Ho avuto modo di confrontarmi con la musica improvvisata in ambito jazz e non con musicisti specializzati in questo ambito. Poi ho preso parte a gruppi tra percussionisti moderni e tradizionali, o con altri che come me utilizzano la voce cantata e parlo di strumentisti indiani, brasiliani ed egiziani. Queste esperienze di aggregazioni multiple sono importanti perché arricchiscono, e dimostrano che finalmente ci sono dei linguaggi comuni. Le percussioni hanno sempre molte cose in comune attraverso la pulsazione del ritmo, così come elementi diversi come le frasi musicali che non sono mai le stesse. Difficile citare tutti gli artisti che ho incontrato e qual è stato il più grande perché tutti sono stati importanti per me. In particolare quelli più umili e più anziani di me mi hanno fatto capire che la modestia è una cosa molto importante nella vita in generale e nella musica. In questo senso Luigi Lai è stato un esempio grande. Non abbiamo la stessa età, ma quando l’ho incontrato per la prima volta per me lui è sempre stato un idolo, un simbolo della Sardegna con le sue launeddas che hanno tremila anni di storie e lui che ne è la continuità. Luigi è una persona modestissima e quando mi ha visto per la prima volta mi ha ascoltato a Bruxelles per uno spettacolo in cui erano coinvolti molti artisti tra cui c’era anche Lucilla Galeazzi, grande cantante che tengo molto a cuore, e Luigi Lai. Lui è venuto da me e mi ha detto che gli sarebbe piaciuto suonare con me. Io mai avrei osato, con il mio tamburello moderno, suonare con uno strumento sacro che veniva dalla tradizione sarda e che da solo era sufficiente. Luigi mi dimostrò ancora una volta che nella musica non ci sono frontiere. Le frontiere esistono quando i musicisti non sono bravi o quando hanno un distacco con gli altri, quando invece si capiscono ed hanno cose da comunicarsi non esiste confine tra loro, perché ci sarà sempre un modo di reinventare la musica. Quando Luigi suona le sue launeddas non suona solo la tradizione, ma suona anche la sua musica. Suonando insieme non c’è limite, ma solo piacere.

Quali sono i progetti in cui sei attualmente impegnato?
Sto lavorando ad un progetto con un pianista francese per quello che riguarda una mescolanza tra classico e jazz. Poi c’è il Tambure Quartet con quattro suonatori di tamburello, con i quali stiamo facendo un nuovo repertorio. E’ un vecchio gruppo ma che si rinnova. Sto collaborando con Lucilla Galeazzi, con un nuovo trio a suo nome con Roberto Stimoli che è un siciliano che vive a Parigi e suona la chitarra.  Lucilla la conosco da tanto tempo ma abbiamo un repertorio nuovo, ed è un esperienza molto importante. Da solo sto riscrivendo alcuni pezzi per tamburello e voce, ed altre composizioni che faccio con altri progetti perché in Francia ho l’occasione di scrivere per piccoli gruppi ma anche piccole orchestre. Ci sono molte cose in divenire, insomma.

Ci hai parlato all’inzio del tuo tamburello poliritmico. Puoi raccontarci la sua realizzazione?
Il tamburello che utilizzo ha 30 cm di diametro, un po’ come quello tradizionale che usavo agli inizi. La differenza è che quest’ultimo ha una pelle di capra ed ha la caratteristica di restare abbastanza rigida. Si può con la pressione delle dita leggermente cambiare la tensione. Nel mio prototipo ho sperimentato anche l’uso di questo tipo di pelle, ma poi sono arrivato alla conclusione che una pelle sintetica scelta appositamente per il tamburello permetta più possibilità espressiva. Sono partito, dunque, da una base di pelle sintetica, stabile, che non si modifica con cambiamenti di temperatura umido/secco, vi ho aggiunto un sistema di tensione variabile, meccanico che utilizzo con la mia mano sinistra.
All’interno del tamburello ho aggiunto una cordiera composta da una quarantina di spirali d’acciaio, utilizzata normalmente per il rullante della batteria che ho ridotto, tagliandola, ed adattandola al mio prototipo. Questa cordiera è modificabile nel contatto, può toccare il centro della pelle, il bordo inferiore o il lato, ogni volta posso modificarla per ottere un suono diverso, utilizzando semplicemente il pollice della mano sinistra. Questo sistema posso aggiungerlo o toglierlo, alterno il suono naturale della pelle del tamburello ad uno che ha questa cordiera contro. Utilizzando movimenti rapidi si ha l’illusione che stia suonando due cose contemporaneamente. Il blocco dei sonagli è un altro sistema che ho inventato e permette con l’indice di attenuare o accentuarli o bloccarli completamente per sviluppare delle ritmiche con la pelle, e questo serve per gli effetti melodici. Posso dosare in modo graduale o aprire completamente, cioè ho un controllo con il mio indice di quello che riguarda i suoni acuti dei sonagli e con il mio pollice utilizzo la cordiera, e sempre con il pollice una leva che ho inventato e le punte delle dita controllo la tensione della pelle. Quindi la mano sinistra l’ho specializzata nei cambiamenti timbrici, quella destra segue la stessa tecnica che utilizzo sul tamburello normale colpendo in vari posti del tamburello, ottengo anche lì dei suoni diversi. Combinando mano destra e mano sinistra e soprattuto lavorando sulla diversificazione degli accenti, ottengo quella che si può definire poliritmia ma con un solo strumento. E’ una tecnica che ho inventato e che trasmetto su dei tamburelli semplice, ma è un principio molto importante per capire come questo sia uno strumento molto espressivo.
Sono andato in vari paesi per suonare e ho scoperto per esempio che in Brasile il pandeiro si tiene in orizzontale con un'altra tecnica è suonato con lo stesso principio, cambiando gli accenti, valorizzando i vari suoni, che ben dosati dano la sensazione che questo tamburello sembri una batteria. Ancora in India il kanjira che è un piccolo tamburello con la pelle di iguana, bagnato un po’ prima per dare un po’ più di elasticità alla pelle, è suonato in un certo modo e dà una sensazione di poliritmia. In Egitto c’è poi il riq fatto con pelle di pesce, la razza, e con grandi sonagli, viene suonato con una tecnica che prevede le dita disposte per cambiare il contatto. C’è così l’indipendenza del suono di questi grandi sonagli in contrappunto con i suoni della pelle, compongono una poliritmia sulle ritmiche mediorientali. Il tamburello “alla Carlo Rizzo” rispetta questi principi, e posso affermare di essere stato il primo a modificarlo. In buona sostanza ho inventato il tamburello contemporaneo, ma questo non impedisce ad altri di modificarlo ancora a modo loro, perché non voglio l’esclusiva. Ognuno può avere altre idee dopo di me, ma sono il primo. 

Concludendo. Ci puoi parlare del tuo metodo didattico?
Quando c’è qualcuno che non ha mai suonato il tamburello, la prima cosa che gli faccio scoprire è come si deve tenere questo strumento, e quindi l’equilibrio perché si tiene sulla mano, poi ci sono i movimenti laterali con un lavoro specifico. Poi, in fine, tutte le diteggiature per le quali comincio con esercizi molto semplici, movimenti del polso, il far cadere il tamburello per colpirlo e farlo rimbalzare per certi ritmiche. Si procede in modo progressivo attraverso la spiegazione con la parola, però dato che ho anche inventato un modo di scrivere il tamburello, parallelamente per chi è capace di leggere la musica, c’è lo studio della notazione musicale e la composizione.
Quando arrivo in un posto vedo i miei allievi, faccio una spiegazione, seguono i primi esercizi e poi comincio a comporre una nuova composizione. E’ uno stimolo per me perché non faccio sempre la stessa cosa, e i miei allievi cominciano ad imparare una cosa nuova che non è solo esercizio. Secondo me è importate fare un pezzo ed anche se non è lungo come durata abbia uno scopo. Il mio metodo si basa sulla scoperta, sul modo di tenere lo strumento, sulle prime tecniche relativamente facili e sulla composizione con memorizzazione e scrittura. Quando poi c’è l’occasione, come qui, anche di suonare, perché lo si fa per sé ma anche per il pubblico. Il mio è un metodo conviviale, nel quale si fa tutto ma sempre con il sorriso e senza stress.



Salvatore Esposito

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