venerdì 15 luglio 2016

Gerardo Balestrieri - Canzoni Nascoste (Interbeat/Egea Music, 2016)

Cantautore eclettico e polistrumentista in grado di attraversare molteplici ambiti artistici, Gerardo Balestrieri si è segnalato al grande pubblico nelle più recenti edizioni del Premio Tenco con lavori di grande spessore come il debutto “I Nasi Buffi e la Scrittura Musicale” e il più recente “Quîzas”. Leggendo la sua biografia, si scopre che ama definirsi apolide, un po’ per il suo vissuto - speso tra i primi anni in Germania, dove è nato, l’infanzia nell’avellinese, gli studi a Napoli prima di giungere a Venezia dove vive attualmente - un po’ per quel senso di non appartenenza a nessuna terra che hanno quanti hanno vissuto la propria vita in continuo movimento. Tutto ciò si riflette in un songwriting originalissimo nel quale si intrecciano le esperienze maturate negli anni, spaziando dal cinema al teatro fino a toccare la musica popolare, e il suo vissuto, il tutto permeato da un’ispirazione vivace ed istintiva, come poche volte ci è capitato di ascoltare nella scena musicale italiana. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo nuovo album “Canzoni Nascoste”, non prima di aver fatto un flashback sulla sua peculiare vicenda artistica.

Sei nato in Germania, hai vissuto a Napoli ed ora hai messo le radici a Venezia, ma soprattutto ti definisci apolide. Facciamo ordine e raccontaci tutto dall'inizio...
Anagraficamente sono nato a Remscheid. In realtà ho visto la luce sulla Schwebebahn la ferrovia monorotaia sospesa di Wuppertal. Più in aria di così non poteva cominciare. Infatti sono gemelli ascendente gemelli, nato lo stesso giorno di mia mamma e un giorno dopo mio padre. Mia madre è di Monteverde, l’ultimo paese dell’Alta Irpinia... in culo ai lupi è il caso di scrivere. Mio padre di Aquilonia Carbonara. Io sono uno sradicato e l'essere apolide più che una definizione è un “non Stato di fatto”. Come scriveva Ungaretti “lo sradicato non è né del posto dove nasce né di quello dove in parte cresce...”. Da Remscheid, dopo una breve parentesi piemontese, sono arrivato dai nonni ad Aquilonia poi sono cresciuto con gli zii, qualche anno con i miei al loro ritorno dalla Deutchlandia e poi Napoli, per l'Università della vita. Da Napoli alle Langhe, dal putagé a Venezia. In sintesi è questo il mio cammino.

Come nasce la tua passione per la musica ed in particolare per la canzone d'autore?
La passione per la musica l'avevo già da bambino, in Germania. Mi piaceva la fisarmonica che suonava alle feste operaie. Ne ho avuta anche una giocattolo. Poi in Alta Irpinia ho studiato pianoforte con un bravo insegnante privato. A casa degli zii avevo una Farfisa fantastica. Successivamente da miei arrivò il pianoforte. Lo ricordo in questa casa in costruzione deserta, dove andavo solitario a suonare “Hanon il pianista virtuoso”... A 12 anni catapultato nel mondo del liscio ho iniziato a suonare con La scatola magica gruppo tuttora attivo.

Ti sei laureato all'Orientale di Napoli con una tesi sperimentale su sincretismo e spiritualità nella musica popolare brasiliana. Quanto ti hanno influenzato questi studi nel tuo approccio alla musica?
E' stata una forte passione che poi ha ceduto spazio e posto ad altre. Ricordo i libri vergini di cui separavo le pagine col taglierino... Attraverso l’analisi della spiritualità e del sincretismo nella musica brasiliana, sono arrivato ad accostare la Bossanova all’estetica del vuoto del Buddismo. Il concetto di pausa, ritmo, silenzio e l'utilità del vaso che sta in quello che non c'è.

Quali sono i tuoi riferimenti a livello compositivo?
Sono cresciuto con Paolo Conte, Fabrizio De André e Tom Waits, e si sente. Cercando la mia strada e ascoltando da Jimi Hendrix a Mozart, dai Led Zeppelin alla musica persiana. Mi piace il blues e devo cantare tutti i giorni come scriveva il poeta.

Come si è evoluto il tuo approccio al songwriting dal tuo esordio ad oggi?
L’evoluzione musicale mi auguro segua il passo di quella umana.  Una scrittura più saggia, più silenziosa, sospesa. Più sostanziale e meno barocca.

Nella tua discografia "Un turco napoletano a Venezia" occupa un posto speciale Tanto per l'originale progetto musicale, quanto per la qualità intrinseca del disco. Ci puoi raccontare questo disco?
Grazie per l'apprezzamento. Un giorno mi è venuto in mente di incidere delle canzoni napoletane con strumenti mediorientali. L'idea è diventata un progetto in collaborazione con il Comune di Venezia e il Teatro F. Nuove (quando era vivo, adesso l’hanno suicidato). Ho invitato dei musicisti di Istanbul, due veneziani, una cantante Argentina e un percussionista persiano con cui abbiamo provato 5 giorni e registrato il sesto. Il settimo, invece, di riposare come Dio comanda, abbiamo suonato per un teatro gremito. Pensavo fosse un accostamento naturale e così è stato. Strumenti come il ney, il tar, il kanoon, il bass kamantche ed altri ancora interpretavano benissimo musiche che sembrano scritte per quei strumenti da “Maruzzella” a “Scetate” da “A Marechiare” a “O guappo nnammurato”...

Un paio di anni fa mi colpì molto anche "Quizas", nel quale si intrecciavano in mash-up riletture d'eccezione...
“Quizas” pubblicato nel 2013 è stato un disco di passaggio dopo il parcheggio al crocicchio (“Canzoni al Crocicchio” del 2010 ndr), pubblicato con L’Alternativa e la Concerto S.r.l. Sono stati anni in cui non ho esattamente capito le sorti della mia produzione discografica.  Così ho registrato un disco di covers: quelle che suono e suoniamo da tantissimi anni. E' stato molto fluido inciderlo, proprio perché è un repertorio digerito e assimilato. La scelta dei medley e delle tante citazioni è arrivata proprio per l'esigenza di metterci dentro quanti più brani possibili suonati in 25 anni di musica. “Quizas” come “Un turco napoletano” e “I nasi buffi” è stato il secondo disco dell’anno al Tenco. Una bella soddisfazione.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato in questi anni?
Dal 2010 non faccio altri lavori e già questo è stato superare alcune difficoltà. In questi sei anni è stato complicato capire le mie sorti discografiche. Poi mi sono mosso da solo, e da solo continuo senza agenzie booking, promozione ecc. Ho la fortuna di pubblicare i miei album con Luigi Piergiovanni e la sua Interbeat con distribuzione Egea. Ovviamente necessito di una promozione...

Come nasce il tuo nuovo album "Canzoni Nascoste"?
“Canzoni Nascoste” era già chiaro anni fa. E' una raccolta di canzoni vecchie e nuove scritte dagli anni Novanta ad oggi ma mai custodite in un cassetto. Le ho portate dentro, dietro, addosso nei tanti traslochi e nei luoghi dove ho vissuto, mi hanno liberato e mi sono liberato una volta fermate dal tempo. Sono canzoni in movimento che, loro malgrado, hanno dovuto attendere prima di fermarsi e trovare dimora in questo album. Mi ripresento: da quarantacinquenne più che da 45 giri. Un lavoro importante, di conferma e di passaggio, verso quello che andrò a scrivere in futuro. 

Quali sono le ispirazioni alla base di questi nuovi brani?
Sono dodici canzoni in perfetto e casuale equilibrio tra tonalità maggiori e minori. Un disco per metà “leggero” e per metà più inquieto. Un po’ come me. Ci sono vecchie ispirazioni come i due ladri gentili e beffardi de “Les Travailleurs de la Nuit”, brano che fa parte di un concept album, vicende e considerazioni personali come una certa visione del mondo esterno. C'è la letteratura di Amado, la poesia di Majakovskij, sonorità per me nuove e il cercare l'evoluzione in quelle più classiche. Non è stata casuale anche la scelta del numero di canzoni da inserire, infatti dodici è il numero atomico del magnesio, quello di paia di nervi cranici, delle vertebre toraciche e dei paia delle costole, oltre che il numero della vecchia SIP che si chiamava per avere informazioni sui numeri di telefono degli abbonati. 

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Gli arrangiamenti di solito li ho in testa mentre compongo musica e testo. Raramente mi capita di rimbastire l’abito di una canzone. Lascio ampio spazio di improvvisazione ai musicisti con ovviamente qualche indicazione.

Nel disco sono presenti due riletture dal repertorio di Boris Vian. Da dove il desiderio di tradurlo/tradirlo in italiano....
Boris Vian l’ho conosciuto dopo che mi hanno proposto di interpretarlo. Avevano visto in me qualcosa del patafisico del jazz. Di questo non ne son certo, sicuramente mi è piaciuto tanto da volerlo tradurre e farci un disco al momento inedito. Un album in francese e in italiano da cui ho attinto: due canzoni son contenute nel nuovo album, altre due nel primo “I nasi buffi e la scrittura musicale”.

Al disco hanno collaborato diversi musicisti tra cui Daniele Sepe al flauto, come hai scelto i vari ospiti?
La canzone in cui ha suonato Daniele è stata incisa e mixata nel 1999 a Napoli e i musicisti sono tutti partenopei. Riguardo le altre canzoni ha registrato con la solita sezione ritmica con cui ho il piacere di suonare in questi anni e tanti altri musicisti con cui ho collaborato. Poi ci sono varie incisioni con amici a distanza dalla Francia a Venezia da Napoli a Torino ecc, ma il grosso è stato inciso nell’Astigiano. 

Concludendo, come saranno i concerti di "Canzoni Nascoste"?
E chi lo sa? Voglio organizzare la presentazione di “Canzoni nascoste” in conversazione con un giornalista del luogo che mi ospita; far ascoltare il disco vero e proprio, per poi eseguirlo dal vivo: da solo, in duo, in trio, fino all'orchestra (mai sinfonica ma con-fonica). Soprattutto in compagnia di chi come te ha avuto il piacere di ascoltare, apprezzare e recensire.


Gerardo Balestrieri - Canzoni Nascoste (Interbeat/Egea Music, 2016)
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A tre anni di distanza dal pregevole “Quîzas”, Gerardo Balestrieri torna con “Canzoni Nascoste”, quinto album in carriera nel quale ha raccolto dodici canzoni, composte dagli anni Novanta ad oggi, e cresciute insieme a lui, senza mai finire in un cassetto, nelle quali si intrecciano riflessioni profonde su ciò che ci circonda, ritratti di personaggi bizzarri e spaccati agrodolci della sua vita, che nel loro insieme compongono una sorta di diario di viaggio, nel quale addentrarsi pian piano cogliendone ogni sfumatura. Registrato tra Castigliole delle Lanze, Napoli, Tolosa, Roma e Venezia, il disco si caratterizza per una scrittura originale, dal tratto colto e raffinato, unita ad arrangiamenti accattivanti che spaziano dallo swing al jazz, dai suoni world, alle atmosfere della canzone d’autore francese, il tutto impreziosito dalla voce intensa di Balestrieri in grado di muoversi con disinvoltura attraverso registi differenti. Aperto dalla splendida “Les travailleurs de la nuit” in cui echi di musette francese si mescolano ad un ritmo swingante, il disco entra subito nel vivo con le traduzioni di  “Le Complainte du progrès” e “Je suis snob” del patafisco del jazz Boris Vian, che in italiano diventano rispettivamente quei due gioiellini che sono “La Giostrina del Progresso” e “Son Snob”, nelle quali spiccano la tromba di Marco Vezzoso e il contrabbasso di Giorgio Boffa a tessere una elegante trama jazzy. La splendida title-track con il suo testo denso di poesia ci apre la strada prima alle atmosfere da belle époque di “Pernilla” e poi alla trascinante “Dimmelo” in cui spiccano il sax baritono di Daniele Bergese e il pianoforte di Balestrieri. Se la notturna “Nuè” si caratterizza per la sua atmosfera bluesy e il waitsiano testo in inglese, la successiva “Garofano e Cannella”, ispirata a “Gabriella” di Jorge Amado vede protagonista Daniele Sepe al flauto e le percussioni di Lino Wembaker. Lo spaccato blues de “Il cenone del Mondo” ci conduce verso il finale nel quale scopriamo l’omaggio a Tom Waits con “Tom is Waiting For” che potrebbe tranquillamente sembrare una outtakes di Rain Dogs, il torrenziale spooken word “Bugia” con sax, elettronica e tombak iraniano a costruire un intricato tappeto sonoro, e nella quale spicca una citazione dell’oscuro quanto talentuoso cantautore salernitano Gianfranco Marziano”.  La conclusiva “Vivo al Secondo Piano del Mondo”, brano composto a Napoli nel 1993, suggella un disco di grande spessore tanto dal punto di vista musicale quanto da quello prettamente cantautorale.



Salvatore Esposito

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