venerdì 8 luglio 2016

Antonio Amato Ensemble - Speranze (Fonosfere/Dodicilune, 2016)

“Speranze” arriva dopo un lungo percorso dell’ensemble salentino che ruota intorno alla voce e al tamburo di Antonio Amato. La carica dell’esperienza si sente nei testi, lineari, corretti, “adeguati” al punto giusto in termini di metrica, di melodia, di ritmo. Ma si sente anche nelle musiche che - come si può leggere nel sito della band ma come sopratutto si può comprendere già dal primo ascolto delle undici tracce in scaletta - si calano una sull’altra con armonia ed equilibrio, dentro un cerchio mai sbilanciato né dal ritmo stereotipo del tamburello, né dalla densità dei tanti strumenti che a questo fanno da contrappunto. D'altronde la volontà di spingere verso la personalizzazione di un repertorio o di uno scenario musicale tradizionali non è più sufficiente a garantire la bontà del progetto. Nè tantomeno un’attrazione fino a non molti anni fa addirittura scontata nei confronti di uno sforzo di sintesi tra espressioni orali e scrittura. Antonio Amato Ensemble invece riesce a individuare una via convincente. E anzi addirittura originale. Perché a ben vedere - e al di là delle parole spese nel booklet per presentarci gli elementi più rappresentativi del progetto - ci propone un album coerente, coeso e sopratutto piacevole. Questo innanzitutto perché i musicisti coinvolti sono straordinari. E poi perché riescono a garantire un suono di base e una narrazione senza vincoli precisi, nonostante l’evidente riferimento alla musica salentina e la conseguente necessità di citarla in qualche modo. Proprio qui sta probabilmente l’elemento interessante. Non c’è una riverenza statica nei confronti dell’epica tradizionale e, una volta sciolto il vincolo formale con la costruzione ritmica popolare, e con questo la strozzatura dei nervi armonici più radicati, la musica scivola su un piano poroso. Un piano che assorbe e include e che, allo tesso tempo, rilascia le tanto vaticinate contaminazioni (le quali, per inciso, sono più o meno il polo opposto in cui si riflettono retoricamente le tradizioni). Certo i tradizionali non mancano: a fine corsa l’album si stringe in due ottime versione de “La tabaccara” e “Vorrei volare”, alcune foto del libretto ritraggono dei bambini con i tamburelli in mano (che dichiarano l’aderenza a una simbologia coerentemente al rovescio: non ci sono i vecchi che vigilano con le loro mani artritiche, ma appunto i bambini che suonano o si accingono a farlo con divertimento e una sorta di trasporto ludico), la band si fa fotografare su uno sfondo di pietre bianche salentine. Ma nonostante questo Antonio Amato ci vuole instradare nella sua di musica. Che comprende l’abbraccio di una serie di soluzioni che delle espressioni tradizionali hanno forse lo sfolgorio, cioè la linearità degli andamenti, la scelta della giusta prospettiva, del giusto elemento da sviluppare. Se questo quadro può, anche solo in parte, corrispondere a quello pensato e rappresentato dall’ensemble, immagino la gioia provata dai sei musicisti nel decidere di suonare e di eseguire “La malarazza” di Domenico Modugno, un brano percepito da molti sempre più come popolare, come invettiva trasversale da urlare e reiterare senza sosta. Ecco il percorso del brano nella società musicale contemporanea è paragonabile a quello proiettato dall’Amato Ensemble in “Speranze”: è musica raffinata, ha diverse basi su cui poggia (quelle estemporanee dell’invettiva e quelle più profonde dello studio, della riflessione, della scrittura), è inclusiva senza indugi, perché sperimenta la compresenza del canto in dialetto con l’elettronica, i fiati, il piano e il violino. E perché, per concludere con un po' di oggettivazione, è bella, evocativa, straniante. Grazie alla scelta dei temi (leggete i testi ma anche i titoli dei brani: “La malanotte”, “Lu sapientune”, “Prumisa d’amore”, “La danza te le sierpi”, “La storia”), che sono tradotti dai musicisti con una maestria irriducibile. Dalla quale traspare la ricerca di una voce unica, densa e fievole, senza pendenze inutili né ricorsi intuibili. 


Daniele Cestellini

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