Roberto Tombesi - In ‘sta via (Felmay, 2016)

Sulle strade nordestine del folk. Roberto Tombesi presenta “In ‘sta via” (Atelier Calicanto/ Felmay, 2016)

Le vicende dell’organetto diatonico nel nostro Paese attraversano almeno quattro decenni di attività revivalistica da parte di musicisti che non si sono limitati solo a riprendere la funzionalità tradizionale, ma hanno elaborato nuove tecniche e sperimentato con le timbriche, che hanno inventato nuovi repertori sulla base della loro sensibilità musicale contemporanea, facendo anche profitto di ascolti, relazioni e scambi con alcuni tra i nuovi maestri europei dello strumento. Per limitarci al nord-est, i mantici hanno trovato nuovi percorsi soprattutto con Andrea Del Favero in Friuli e Roberto Tombesi in Veneto. Quest’ultimo, architetto ed etnomusicologo, attore, compositore e didatta (già nel 1993, con quell’altro campione di Riccardo Tesi ha proposto al pubblico dei cultori un manuale per suonare l’organetto) è da sempre con l’ensemble Calicanto un punto di riferimento per la ricerca e riproposta delle musiche tradizionali di area veneta. È recente anche il suo intervento nell’ideazione dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti. Eppure solo ora, Tombesi si è deciso a realizzare il suo primo lavoro da solista. Alessio Surian ha incontrato il musicista patavino in occasione della pubblicazione di “In ‘sta via” (Atelier Calicanto, distribuzione Felmay), un album elegante anche nell’artwork, che raccoglie quindici brani tradizionali: il portato delle ricerche intraprese da Roberto fin dai primi anni Ottanta del Novecento

Da oltre tre decenni hai suonato e composto all'interno di un collettivo, Calicanto: cosa ti ha spinto a esplorare la dimensione solista?
Francamente, fino a poco più di un anno fa, non avevo mai sentito l'esigenza di un CD da protagonista. Ho sempre saputo, come dici, di essere uomo da collettivo, attratto dal polistrumentismo (con tutti i limiti che la definizione sottende) e con una costante visione organica dei progetti sempre in bilico tra ricerca etnomusicologica e riuso creativo della tradizione. In questa dimensione, tutto sommato, mi ci sono sempre trovato abbastanza bene; certamente “una vita da mediano” con le luci e le ombre del ruolo. Non stento tuttavia ad ammettere che il mio lavoro sull'organetto (in certi periodi in secondo piano rispetto a mandola e liuto cantabile per strategie musicali legate ai progetti di Calicanto) meritava, dopo quasi 35 anni di carriera, qualche attenzione in più. 
Ora mi pare che i tanti anni di ricerche sullo strumento e sui repertori trovino nel CD “In’ Sta via” una buona complementarietà e valorizzazione; mi riferisco alle ricerche culminate già nel 1993 nella pubblicazione del libro “L’organetto diatonico”, frutto della collaborazione con Riccardo Tesi e con i più attivi organettisti italiani di quel periodo, un lavoro che è stato a lungo un punto di riferimento per intere generazioni di appassionati di questo strumento. Devo a Calicanto, e in particolare a Francesco Ganassin e a mio figlio Alessandro, e anche al resto della famiglia (che, come si leggerà nel booklet del CD, ha collaborato in vari modi), l'avermi convinto che era giunto il tempo... In verità, ancora non mi sento di ringraziarli in toto perché, inconsapevolmente, mi hanno riposizionato in mezzo ad un ginepraio artistico, organizzativo, promozionale e di aggiornamenti tecnologici di cui non avevo nessuna nostalgia, essendomi da tempo ripromesso di incamminarmi tranquillamente verso una sorta di “decrescita felice…”. Diciamo che intanto prendo la cosa come un'affettuosa proposta di stimolo contro il rimbambimento senile, poi vediamo come va l'avventura e spero quanto prima di poterli ringraziare veramente a piene mani. Devo anche dire (oggi che il problema sembra in parte superato) che fare questo CD mi ha aiutato a uscire da un periodo di forte scoramento legato a un intervento chirurgico e alla constatazione che in fin dei conti non siamo immortali.

Come hai scelto i brani del disco e gli ospiti? Vuoi raccontarcene qualcuno?
La scelta dei brani è stata difficilissima. Inizialmente pensavo ad un CD che mi rappresentasse anche come compositore visto che sono stato tra i primi a rivalorizzare lo strumento anche in questa prospettiva, oggi ampiamente sviluppata tra le nuove generazioni. Alla fine, forse con un briciolo di saggezza, che a noi attempati qualche volta viene riconosciuta, ho propeso (un po’ anche in bonaria controtendenza con il dilagare del movimento “neotrad”) per un disco totalmente di musiche tradizionali. Di questa sofferta scelta oggi sono particolarmente soddisfatto, anche da un punto di vista strettamente etico, perché mi pare che indirettamente renda omaggio anche a tutti gli amici organettisti della mia generazione che si sono spesi attraverso un lavoro sulla tradizione (anche proprio dal punto di vista organologico dello strumento) che poi ha consentito di traghettare il nostro mantice nella contemporaneità che stiamo vivendo fatta anche di acrobatici e talentuosi giovani. 
A dirla tutta: mi sarebbe piaciuto inserire brani anche di altre tradizioni e di altri ricercatori, specialmente veneti, ma alla fine, scorrendo le ricerche di una vita e in particolare i recenti ritrovamenti sul patrimonio dolomitico, i brani che meritavano attenzione erano davvero molti ed era doveroso valorizzarli anche alla luce del nuovo interesse che si sta sviluppando attorno al repertorio coreutico veneto. Le musiche del disco, infatti, prevedono una rivisitazione di alcune danze che già dai primi anni ‘80 abbiamo contribuito a rivitalizzare e che sono ormai divenute pietre miliari della nostra tradizione e del bal folk come la “Polesana” e la “Pairis di Lamon”; ce ne sono altre, invece, praticamente inedite e, a mio avviso, di particolare suggestione come “Subiotto”, la “Tarantella agordina”, le “Vilote lagunari” e la “Manfrina dei Coce”, quest'ultima frutto di un recente e appassionante lavoro di ricerca e ristrutturazione condiviso con lo storico collaboratore Guglielmo Pinna e il musicista cadorino Andrea da Cortà, concretizzatosi nell'estate del 2014 con il ritrovamento della musica e della coreografia della danza documentata presso alcuni anziani di Borca di Cadore (BL). Riguardo agli ospiti, inizialmente l'organetto doveva essere appoggiato da arpa, clarinetto e poco ancora. Nel corso della gestazione del lavoro ammetto che mi sono fatto prendere la mano dagli arrangiamenti e così, alla fine, ho coinvolto tutto Calicanto, con in più, i preziosi contributi delle percussioni di Gigi Biolcati, del violino di Tommaso Luison, del banjo di Andrea Da Cortà e del mandolino di Stefano Santangelo, oltre all’irrinunciabile cornamusa di Gabriele Coltri che nonostante la lontananza milanese rimane sempre uno di noi.

In che modo gli altri musici di Calicanto sono entrati anche in questo lavoro?
Come dicevo sono stati loro che mi hanno convinto nell’impresa. I patti erano che nell’eventualità mi fossi convinto e avessi deciso per la produzione discografica, tutti sarebbero stati precettati... Così è stato: tutti – compresi Claudia Ferronato,  che mi ha appoggiato in quattro canti a ballo, e Alessandro Arcolin, che ha partecipato con la sua energica batteria in “Gajarda” e “Polesana” – mi  hanno sostenuto con grande disponibilità.

Quale ruolo ha avuto tuo figlio Alessandro?
Fondamentale. Per pudore paterno so di non essermi mai troppo speso per valorizzare il figliolo, né per farmene in qualche modo vanto, ma questa volta esco allo scoperto e offro senza ritegno il petto all'accusa eventuale di nepotismo. Senza la collaborazione di Alessandro questo CD non sarebbe uscito. Insieme a Francesco Ganassin (che, poi, in seguito alla nascita del secondogenito Jacopo, ha dovuto allentare), Alessandro è stato un costante punto di riferimento per forma e contenuti: fondamentale nei missaggi, negli equilibri dei suoni e nell’orchestrazione, severo e ideale collaboratore nei momenti decisionali e nella direzione artistica di tutto il lavoro. Inoltre, ha puntualizzato in quest’occasione un interessante ruolo di sostegno armonico-ritmico della sua arpa ispirandosi al singolare ruolo che tale strumento svolge ancora oggi nei repertori altoatesini e tirolesi. Non ultimo, ha inserito poi preziosi contributi con la sua recente passione, l’oboe, (che affianca allo studio dell’arpa al Conservatorio di Castelfranco Veneto) in alcune danze, tra cui un’inedita quadriglia di mio padre cui tengo particolarmente.

Le presentazioni del disco sono ogni volta diverse: hai una formazione ideale per proporlo dal vivo?
Ho scelto una grande libertà per la formazione con cui presenterò questo album. Si va dal mio solo organetto e voce fino all'ottetto. Questo è stato determinato dalla volontà di mettermi particolarmente in gioco senza essere troppo vincolato dagli inevitabili molteplici impegni dei singoli musicisti. La cosa, pur faticosa, mi diverte molto e, in qualche modo, mi riporta ad un progetto che ho sempre ammirato di Elvis Costello che organizzava all'istante la scaletta del concerto facendo ruotare una sorta di grande ruota della fortuna. Proprio per questo, una formazione ideale non c’è, anche se è doveroso segnalare, per gratitudine ai miei sodali, che il progetto nasce attorno al trio Tombesi (Roberto, Giancarlo e Alessandro) più Francesco Ganassin, quartetto di base che poi affronterà il tour estivo-autunnale. Tuttavia, sperando nell'addolcirsi di questi feroci tempi dalle risicatissime risorse economiche, mi piacerebbe molto allestire per qualche particolare occasione una sorta di “Roberto Tombesi Band”, coinvolgendo tutti i dieci musicisti che mi hanno sostenuto in questa avventura.

Due parole sul passato, presente e futuro dei balli veneti...
Nel passato sappiamo che la diffusione del repertorio dei balli veneti è stata per vari motivi marginalizzata. Oggi la situazione è cambiata positivamente e mi auguro che in questo cambiamento di tendenze qualche merito possa essere ascritto anche al nostro operare. Forse i recenti ritrovamenti cadorini e il conseguente libro che abbiamo pubblicato nel 2012 “Ballabili antichi per violino o mandolino. Un repertorio dalle Dolomiti del primo ‘900”, forse la nascita dell'Orchestra Popolare delle Dolomiti, forse il buon lavoro di divulgazione fatto dai gruppi di danze e dai gruppi musicali del territorio, forse anche una certa assuefazione agli standard franco-celtici, credo abbiano hanno portato molti giovani e in generale molti appassionati ad un rinnovato interesse per le nostre danze popolari. Anche a livello istituzionale sembra muoversi qualcosa visto che il festival “Ande Bali e Cante” di Rovigo di cui sono direttore artistico da 15 anni, ha deciso di dedicare sia nel 2015 sia per il prossimo festival (che stiamo organizzando per il 10 e 11 settembre 2016) ampio spazio a convegni e stage dedicati alle danze del genere della “Manfrina”, valorizzando l'encomiabile lavoro di studio e divulgazione fatto da un collettivo composto da varie entità del territorio tra cui il Gruppo Danze Popolari di Castelfranco, il Gruppo Danze Festa Continua di Padova, il Gruppo Danze Ande Cante e Bali di Rovigo, oltre a noi di Calicanto e dell’ Orchestra Popolare delle Dolomiti.

Dove ti troviamo nei prossimi mesi?
Proporrò il concerto “In ‘sta via” a 360 gradi privilegiando, quando possibile, i luoghi più amati del paesaggio veneto. Tutta la grafica del CD, nata anche questa volta dalla fraterna collaborazione con l’amico Carlo Buffa, è giocata, infatti, su un costante rimando al pittore Caspar Friedrich e alla sua opera “Viandante sul mare di nebbia”, a sottintendere quanto tutto il lavoro sia stato una sorta di appassionato struggimento che, oltre la musica, ha coinvolto il mio costante rapporto con questo territorio di grande bellezza e scempio: su questi temi, vale la pena leggere le presentazioni contenute nel libretto del CD di Toni Mazzetti e Francesco Jori. In primis, privilegerò luoghi particolari dell’anima: presenteremo il disco nella storica Locanda Italia in Valsugana, all’Anfiteatro del Monte Venda e alla Pieve di San Sabino sui Colli Euganei, nell'amata Istria (con tappe in luoghi singolarissimi di Trieste, Capodistria e Dignano), nel borgo di pescatori di Scardovari alle foci del Po, alla Fortezza di Osoppo, in vari luoghi del Trentino, per arrivare nel corso dell'estate ai festival internazionali di Vialfrè e Civitella Alfedena (I), di Ham (B), dell'isola di Paxos (GR) e di Bourgoin-Jallieu (F). In futuro la proposta si farà più contaminata e arricchirà la poetica dello spettacolo per confrontarci anche con i non luoghi, le fabbriche fatiscenti di cui siamo sommersi, i tipici capannoni veneti (rigorosamente vuoti… e ne continuiamo a costruire...) e le anonime periferie che, come dice Renzo Piano, è tempo di bonificare, anche attraverso la musica. Con la collaborazione degli amici registi Titino Carrara e Giorgia Antonelli stiamo rifinendo il concerto (che prevede anche un sottile filo narrativo e teatrale) che avrà nella voluta geometria variabile dei protagonisti musicali un suo punto di forza: per me un costante stimolo creativo e per il pubblico una continua scoperta da seguire nel tempo.

Alessio Surian

Roberto Tombesi - In ‘sta via  (Felmay, 2016)
Da oltre trent’anni Calicanto è punto di riferimento per la ricerca e la rilettura delle musiche legate alla tradizione veneta. All’interno del gruppo i mantici di Corrado Corradi e di Roberto Tombesi hanno giocato un ruolo chiave, volentieri anche di sperimentazione timbrica. Ogni lavoro discografico del gruppo potrebbe essere riletto all’insegna dello sviluppo delle voci strumentali. Altrettanto importante è stata l’attività “progettuale” di questo “atelier” che ha spaziato dai contesti coreutici, a quelli della riabilitazione e dell’educazione, al teatro. La penultima fatica di cui Calicanto è stato enzima ha i connotati dell’impresa: sembrava un  sogno poter riunire in un’unica Orchestra Popolare delle Dolomiti la varietà di gruppi dell’arco alpino italiano testimoniata dal recente “Concier di Testa”? Evidentemente, questa capacità di guardare avanti è in proficua tensione con la volontà di continuare a leggere in profondità il passato e il nuovo lavoro, “ In ‘sta via” (distribuito da Felmay), il primo da solista, di Roberto Tombesi ne è una riuscita testimonianza. La storia stessa di Calicanto si intreccia con le quindici tracce proposte nel CD: dalla “Quadriglia di Italo”, raccolta dal padre di Tombesi, marchigiano, memore delle feste da ballo degli anni ‘30, allo scotis “Gran Vechia”, brano che Ugo Nespoli suonava a Santa Maria di Punta (Rovigo) e al cui arrangiamento stava lavorando il violinista Riccardo Sandini, scomparso in un tragico incidente nel 1989. Il CD è, soprattutto, un’occasione per “visitare” i diversi contesti ambientali e coreutici veneti, dalla laguna alle montagne, sia cucendo vestiti nuovi per brani già presenti nel repertorio di Calicanto e dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti, a cominciare dall’ennesima reinvenzione della “Gajarda” (fra le danze più antiche), sia andando a selezionare alcuni dei brani più significativi frutto della ricerca etnomusicologica dell’ “atelier”. Emblematica è, per esempio, la suite di due danze: “Do passi” riprende i legami con la tradizione istriana, mentre “Sette passi” (o “Cori cori Bepi”) strizza l’occhio agli incontri balfolk facendo sintesi di versioni che spaziano dal Polesine alle Dolomiti. L’organetto è raramente da solo: si va dal duo al settetto, coinvolgendo dieci musicisti ospiti. L’album diventa così una riuscita occasione non solo di riproposta di danze tradizionali, ma anche di sperimentazione di un ampio ventaglio di arrangiamenti acustici. La cura e la ricerca che impreziosisce le diverse soluzioni sonore è visibile anche nei testi e nella grafica del CD e del primo video legato a questo lavoro. Un invito ad esplorare i diversi orizzonti nordestini.



Alessio Surian

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