Orchestra Bailam - Taverne, Café Amán e Tekés (Felmay, 2016)

Ritrovi multiculturali ottomani d’epoca: Franco Minelli e Edmondo Romano presentano l’Orchestra Bailam in “Taverne, Café Amán e Tekés” 

Con l’Orchestra Bailam ce ne siamo sempre andati in giro per il Mediterraneo percorrendo geografie sonore che privilegiano le sponde orientali, ma anche i nessi storici ed immaginifici con la loro Genova, come è stato nello splendido “Galata” (2013), il disco della piena maturazione per la longeva formazione ligure, sviluppo della collaborazione con la Compagnia di Canto Trallalero. In “Taverne, Café Amán e Tékes” (Felmay, 2016), il combo pesca nelle sue fonti di ispirazione, ambientando il lavoro in quel mondo di intrecci sonori e culturali interni all’impero ottomano tra fine Ottocento e inizi del Novecento, a Smirne come a Salonicco, nella capitale Costantinopoli come ad Aleppo, da Atene ad Alessandria d’Egitto. Franco Minelli (ûd, bouzouki, voce), Edmondo Romano (clarinetti, chalumeau, flauti), Luciano Ventriglia (darbuka, bendir, doholla, tef, chitarra, voce), Roberto Piga (violino, baglama), Tommaso Rolando (contrabbasso, bouzouki) con i collaboratori Ayham Jalal (ney), Giulio Fortunato (fisarmonica, baglama), Matteo Rebora (percussioni), Alessandra Ravizza e Matteo Merli (voce) puntano la bussola su un mondo pieno di suggestioni, evocato da una manciata di canzoni (e qualche strumentale) tradotte dal greco in italiano: impresa di grande rilievo artistico che favorisce la conoscibilità e il trasporto emotivo. Ma “Taverne, Café Amán e Tékes” è anche un contributo alla memoria, un’urgenza avvertita in tempi di nuovi muri fisici e mentali. Le due anime guida dell’Orchestra Bailam, Franco Minelli e Edmondo Romano, ci conducono nelle vie e nei ritrovi di un passato di fertili convivenze.

“Taverne…” è un concept che prosegue nella traccia dei transiti, delle musiche e delle genti migranti.  
Franco Minelli: L’Orchestra Bailam è da sempre sulla rotta dei transiti, fin dal primo album “Mamma li turchi” (Sud-Nord Crocevia 1991) tutte le sue produzioni parlano di musica e popoli in movimento. In questo nuovo progetto, l’argomento viene sviluppato analizzando un contesto storico che attraverso i nazionalismi ha preparato e portato a termine il dramma delle  guerre novecentesche ed il disgregamento di comunità che fino ad allora avevano convissuto. Un quadro drammatico che oggi si sta riproponendo e sta cercando consensi dove la memoria di quei tragici eventi non è presente. Questo album è un piccolo contributo alla memoria, che ci riporta all’attuale situazione mediorientale, dove anche l’occidente oggi come allora, ha la sua parte di responsabilità… 

Una forte fascinazione per le città dell’Impero Ottomano, come luoghi di varia e ricca umanità, vibranti di produzioni culturali.
Franco Minelli: Il secolare Impero Ottomano, grazie ad un’organizzazione sociale multietnica e multi-religiosa, fu il vero collante tra le etnie del territorio, che seppure al servizio del Sultano, collaborarono tra loro, creando una duratura multiculturalità.  Così, mentre alla corte del Sultano e nei monasteri Sufi si coltivavano gli studi della poesia e della musica colta, nei centri urbani più importanti dell’Impero, come Istanbul, Smirne, Salonicco, Aleppo, Beirut, Alessandria, Cairo erano attivi luoghi d’intrattenimento, dove il linguaggio musicale era sofisticato, ma al tempo stesso diretto e accessibile a tutti. Locali che si rifacevano all’antico modello del cafè turco e al Gazino di Galata, famoso per la mescita di alcolici. Erano Locali popolari, frequentati anche dai cosiddetti musicisti colti: le taverne, i cafè amàn e le tekès. 

“Taverne, Café Amán e Tékes“ è un disco che nasce da una ricerca approfondita?
Franco Minelli: “Taverne, Cafè Aman e Tekès” è una parentesi di tutto rispetto della produzione Orchestra Bailam, un tributo ad anni di studio e ricerca appassionata, che affonda in un universo musicale ricchissimo ed affascinante. Dalla voce di Oumm Koulthoum a quella di Asmahan, da Alì Ufki Bey a Tanbur Cemil Bey, da Mohamed Abdel Wahab a Farid El Atrache, dalla voce rotta dall’hashish di Vamvakaris alle decine e decine di composizioni di Tsitsanis, dalla musica Smirneika alla voce suadente di Rosa Eskenazy, dal Rebetiko al Cafè aman, dal Raqs al Sharky al Tsifteteli,  dalla Nouba andalusa al mondo Sefardita.
Edmondo Romano: A breve festeggeremo i trent’anni di attività, in tutto questo tempo la Bailam ha sempre affrontato i suoi traguardi con particolare attenzione all’aspetto musicale, studiando a fondo l’uso degli strumenti legati alla tradizione e alla loro espressione, questo approccio ci ha sempre permesso la libertà ‘consapevole’  di dare in parte una nuova veste alla musica tradizionale.

Quella di tradurre le canzoni in lingua italiana non sarà stata una scelta facile: un’operazione rischiosa sul piano estetico…
Franco Minelli: Non è la prima volta che mi dedico alla traduzione e all’arrangiamento della parte letteraria. Già nel CD “Non occidentalizzarti”, avevo tradotto un noto brano di Stellakis, “To fonì to narghilè” (“La voce del narghilè”), con una buona risposta sui web greci. Nel 1998 mi ero dedicato alla traduzione di “Dromos to rebetiko”, un libro sul rebetiko, e con il libro anche alla traduzione di diverse canzoni, materiale necessario per l’allestimento di uno spettacolo su quel mondo affascinante. Non ci riuscii, (….mai dire mai….) ma siccome nessun lavoro alla fine risulta inutile, parte di quel materiale è andato a riversarsi nel progetto “Taverne, Café Amàn e Tekès”. Queste operazioni che possono essere considerate ‘rischiose’, seguono semplicemente scelte artistiche che sono sempre una scommessa, tanto più sono personali, e vanno affrontate con entusiasmo e determinazione. 

Qualche fonte da cui attingere Franco, l’ha già citata, ma il resto? Come avete scelto i motivi da incidere?
Franco Minelli: Vorrei premettere che il CD nasce circa un anno fa come spettacolo, e solo successivamente viene vagliata l’idea di registrarlo, su pressione di Edmondo Romano.  Come ho già anticipato le fonti sono numerose e vengono da anni di ascolto e di studio. Il lavoro più difficile è stato quello di scelta e scrematura fra i tanti brani, per riuscire a realizzare un percorso storico cronologico in modo scorrevole. Un viaggio che riuscisse a sintetizzare un argomento così ampio e renderlo interessante, per raccontare al meglio gli aspetti musicali e sociali più autentici. 
Edmondo Romano: La scelta di far vivere all’ascoltatore un piccolo viaggio cronologico nel mondo della musica ottomana (se pur ridotto) è sembrato l’anello interessante da percorrere nell’evolversi dei brani presenti nel CD. Si parte da un brano di Ali Ufky Bey “Nikriz persrev” del 1650 per arrivare a “Psaropoula” di Stellakis composta negli anni ’40. Il libretto presente all’interno del CD è molto esaustivo al riguardo.

Come vi siete mossi operativamente sul piano linguistico per bilanciare parola e musica?
Franco Minelli: I musicisti che suonano e cantano musica mediorientale sono tanti e bravissimi, ma questa operazione di traduzione ha reso personale il progetto, dando la possibilità ai nostri ascoltatori di comprendere il contenuto del testo direttamente, senza filtri linguistici, regalando curiosità in più su quello che è la fonte principale d’ispirazione dell’Orchestra Bailam. Nonostante conoscessi i contenuti delle canzoni, è stata determinante la collaborazione degli amici, Alessandro Boutseros e Angela Piergallini per la consulenza linguistica. In questa occasione ho cercato di essere il più fedele possibile al testo originario, e molto spesso ho mantenuto parole gergali perché intraducibili, accompagnandole da una legenda esplicativa. Licenze poetiche personali hanno spesso dato più forza ai contenuti, avvicinandole ad un lessico più italiano facendole diventare più nostre. Per quanto riguarda gli arrangiamenti musicali, ho mantenuto lo stesso atteggiamento, non scostandomi dal contesto di ogni genere musicale svolto.

Nella scaletta ci sono brani dai tempi più lenti ed episodi più movimentati. Anime diverse nella Bailam?
Franco Minelli: In questo viaggio abbiamo toccato argomenti molto differenti tra di loro, e per ogni argomento abbiamo scelto una stanza musicale, che desse vita ad un contesto storico dai grandi cambiamenti epocali, ma anche travagliato da nazionalismi, conflitti etnico-religiosi e guerre fratricide, che causarono milioni di morti e milioni di profughi. Brani che potessero portare l’ascoltatore dentro ogni situazione, da quella più ludica e spensierata, a quella più dolorosa e struggente. Sì, forse tutto questo, potrebbe rappresentare le diverse anime della Bailam. Dopo tanti anni di musica, teatro e intrattenimento (siamo sulla soglia dei 30 anni….) ora siamo consapevoli della nostra potenzialità che può spaziare da una produzione di ricerca accurata come questa, ad una diametralmente opposta più fisica ed esplosiva.

È un disco registrato senza click, davvero in presa diretta e tutto di getto…
Edmondo Romano: Il disco è stato registrato senza guide metronomiche in cuffia. Abbiamo studiato e provato per mesi ogni singolo brano ed ogni singola sfumatura espressiva, così da poterla eseguire al meglio in diretta, ci siamo fatti ospitare dalla sala da concerto La Claque di genova, ci siamo seduti in cerchio ed abbiamo eseguito tre take per ogni singolo brano, così da poter successivamente scegliere la traccia migliore. L’esecuzione d’insieme rispetto a quella creata in studio tramite il lavoro delle singole tracce crea un risultato sonoro completamente differente. Nessuno di noi vorrebbe ascoltare un concerto di Musica Classica eseguita a metronomo, non avrebbe senso, per lo stesso motivo, secondo noi, l’esecuzione di musica tradizionale anche se fermata su un CD realizzato in studio se eseguito in diretta possiede dinamiche, respiri e sospensioni che in altro modo sarebbero artificiali e non altrettanto incisivi. Negli ultimi anni credo si pecchi un po’ troppo di correzione digitale. Quindi non solo non esiste metronomo, ma non è stato utilizzato nessun editing per via dei rientri microfonici e nessun artificio come Melodyne o auto tune vari. Le uniche tracce realizzate in un secondo momento sono state quelle delle voci, altrimenti difficili da riprendere in diretta.

Anche l’artwork è molto significativo con la riproduzione su CD di un’etichetta di disco grammofono a 78 giri…
Franco Minelli: Senza dubbio questo è la ciliegina sulla torta! Spinti dal contesto storico, abbiamo concepito la copertina del CD riproponendo una versione della “Domenica del corriere” del 1899, dove Matteo Merli, ricalcando il mitico Achille Beltrame, dà il meglio di sé disegnando un avventore di Cafè aman, a cavallo di una mezza luna tra un  grammofono e un narghilè.  Sul supporto, alla stregua di un 78 giri, campeggia un logo con un coniglio che allude al più famoso cane….. Al centro del libretto, fa bella figura una foto Belle Epoque mediorientale, realizzata nella famosa stanza turca di Castello D’Albertis di Genova, che ritrae l’Orchestra Bailam insieme a tutti gli artisti che fanno parte del progetto. E il gioco è fatto!

Sono canzoni che raccontano storie, che ritraggono personaggi e ambienti singolari. C’è qualche aneddoto in cui vi siete imbattuti? 
Franco Minelli: Nelle feste rituali della Grecia classica, durante i banchetti, era usanza rompere delle anfore prima di dare inizio alle celebrazioni. Simbolicamente il gesto era liberatorio. L'anfora rappresentava il corpo e romperla significava liberare l’anima affinché si potesse abbandonare per la catarsi. Questo è il motivo per il quale ancora adesso nelle taverne Greche, rompere piatti e bicchieri durante le feste è di buon auspicio….. 

Un brano peculiare è “Ya habibi taala”: testimonianza delle migrazioni e dei rimescolamenti lirici e sonori? 
Franco Minelli: È l’unico brano che ho scelto di non tradurre, per lasciare questo affascinantissimo incontro tra la lingua araba ed una lontana reminiscenza argentina alla vocalità di una splendida Alessandra Ravizza.

Il finale “In Riva al mare”… è il richiamo della vostra Genova, da sempre avamposto mediterraneo?
Franco Minelli: Genova non è il solo avamposto mediterraneo, l’Italia ha 7500 chilometri complessivi di costa, che sono l’avamposto di avvistamento e salvamento di centinaia di migliaia di profughi che scappano da guerre e carestie lasciandosi alle spalle le loro terre martoriate. “In riva al mare” è una canzone gioiosa, nonostante parli di giovani che lasciano le loro terre per un lavoro rischioso e usurante: la pesca delle spugne.  Nel lavoro di traduzione ne ho colto un lato malinconico che mi faceva pensare che partire alla ricerca di una vita migliore fa parte naturale delle cose ed è nel diritto di ogni donna e di ogni uomo. Qualsiasi lido si toccherà comunque, sarà inevitabile imbattersi nella nostalgia della madre terra che non ci abbandonerà mai, come la percezione di una musica lontana in riva al mare….

Da sempre siete un gruppo molto portato pe rla dimensione live: come avete intenzione di ricreare dal vivo questo mondo a cavallo tra ‘800 e ‘900?
Franco Minelli: Abbiamo già ricreato quest’atmosfera con un’ottima riuscita! Il 29 Aprile scorso, con un sold out entusiasmante, abbiamo presentato ufficialmente il CD a “La Claque”, di Genova, con un’ottima risposta di pubblico. 8 musicisti su un palco al servizio di una voce femminile e una maschile nonché al servizio della danza, con una conduzione precisa per ogni argomento che si è andato a raccontare e a sviluppare. Uno spettacolo coadiuvato da immagini e filmati di repertorio che hanno portato lo spettatore in un viaggio mediorientale, alla scoperta delle musiche che si suonavano, si cantavano e si ballavano nei locali d’intrattenimento tra ‘800 e ‘900. 
Edmondo Romano: Il concerto ripropone per filo e per segno il percorso storico e cronologico del CD, ampliandolo tramite l’esecuzione di più brani e con l’utilizzo di brevi letture che coinvolgono lo spettatore nel conoscere meglio la musica ottomana, dove è possibile si utilizzano anche proiezioni di immagini, filmati storici, disegni, quadri, foto...


Ciro De Rosa

Orchestra Bailam - Taverne, Café Amán e Tekés (Felmay, 2016)
Il mosaico sonoro acustico assemblato dall’Orchestra Bailam prende forma con lo strumentale “Nikriz Pesrev”, composto a metà del XVII secolo da Bobowski, alias Ali Ufki Bey, musicista polacco alla corte del Sultano: proficuo intreccio di corde, tamburi a cornice e fiati. Subito lo spirito della danza ci possiede al ritmo di tsifteteli in “Opa Nina Nai” (di Stelios Kazantzidis) con i fiati di Edmondo Romano in bella evidenza. Entriamo decisi nella convivialità multiculturale del cafè amán per ascoltare il canto melismatico di “Sto café amán”, proveniente dal repertorio rebetiko di Kostas Skarvelis. Nella deliziosa “Iaroubi” (“Amor mio”), in origine una canzone smirniota, l’ottimo Matteo Merli, che si porta appresso il suo timbro popolare ligure. Il secondo strumentale, “Ҫeҫen kizi” (“Ragazza cecena”), ornato a dovere dall’Orchestra, esce dalla penna di grande levatura del compositore tardo ottomano Tanbur Cemil Bey. Come dimenticare nel cosmopolitismo sonoro imperiale l’apporto da un lato degli ebrei – Alessandra Ravizza è la voce protagonista del canto sefardita “Hija mia” – e dall’altro degli armeni? Lo strumentale “Hayastan” fonde due temi tradizionali, a evocare il contributo caucasico, ma anche il dramma del ‘Medz Yeghern’, il grande crimine, il genocidio nei confronti della popolazione armena perpetrato tra  il 1915 e il 1916. Ancora tragedie cantate: “San tis Smirnis” ("Brucia Smirne") è la struggente testimonianza delle stragi nazionaliste turche durante la guerra greco-turca del 1919-1922. L’universo urbano sottoproletario del rebetiko si fa strada in “Toi proi me ti dhrosula”, imperniata su belle trame di plettri.  “Ya habibi taala”, l’unica canzone non tradotta, cantata in arabo – di cui ricordiamo una versione del Kronos Quartet – ci porta al repertorio appassionato di Midhat Assem, egiziana emigrata in Argentina, permeato degli umori del tango. Infine, in “Psaropoula”, siamo in riva al mare, sospesi tra la nostalgia della terra lasciata e gli aneliti di speranza per una vita migliore. Con creatività, passione e perizia di suono, l’Orchestra Bailam scrive un’altra appassionante pagina sulla rotta delle musiche dei popoli in movimento. 


Ciro De Rosa
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