Claudia Crabuzza – Com un soldat (Microscopi/Tronos, 2016)

Il mare d’inverno, o meglio, il mare in una primavera che tarda a sbocciare. In un chiosco sul lido della cittadina catalana... unici astanti, coppia tedesca con bambina bisbetica, tutti in perfetta tenuta da spiaggia, un intervistatore in divisa ancora invernale e una cantante di Alghero che ordina in una lingua musicalissima un cappuccino e un’aranciata amara. La chiacchierata con Claudia Crabuzza è l’occasione per parlare del bellissimo disco “Com un Soldat”, esordio solista della cantautrice, già front-woman dei Chichimeca, formazione che in dieci anni di attività ha unito ballate acustiche e patchanka, canzone d’autore e suoni ruvidi.

Claudia, raccontaci della tua parabola artistica...
Sono conosciuta, almeno in Sardegna, soprattutto per essere la cantante dei Chichimeca, con cui ho fatto tre dischi in dieci anni; non sono tanti in un lasso di tempo così grande, ma nel frattempo ho fatto tante altre cose... In primis, ho fatto tre figli; e poi ho i miei tempi: mi piace portare a compimento le cose quando hanno raggiunto la loro maturazione. Chichimeca esiste ancora, anche se abbiamo ridotto la formazione al trio, che poi è il nucleo originario della band. Prima ancora ho militato nei Tazenda, in una delle formazioni immediatamente successive all’abbandono di Andrea Parodi e per un periodo sono stata la cantante del Parto delle Nuvole Pesanti; il problema di lavorare con il “Parto” era la distanza fra Alghero e Bologna che rendeva difficile una partecipazione costante ai progetti della band, ma con loro mi sono divertita molto.

Parlaci di “Com un Soldat”, il tuo esordio solista...
Tengo subito a dire che di questo lavoro sono entusiasta. Avevo in mente un progetto diverso, più acustico, quasi alla Nick Drake, invece è venuto fuori un suono molto più “grande”, dove l’acustico è presente ma ci sono anche molti suoni elettrici, persino il moog e qualche campione, ad esempio le percussioni. Avevo conosciuto tempo fa in Messico Juliàn Saldarriaga, con lui siamo rimasti in contatto. Juliàn è il leader di Love of Lesbian, una band indie-rock piuttosto conosciuta in Spagna e che anche in Messico ha avuto un certo successo. Parlando ci siamo accorti di avere delle passioni musicali in comune e altre cose che non avevo mai ascoltato e che lui mi ha fatto conoscere, anche cose molto diverse, dai Radiohead a Sufjan Stevens. Lui ha coinvolto il chitarrista  Dani Ferrer,  insieme hanno arrangiato i brani che sono tutti in catalano di Alghero. Sono loro ad aver dato ai brani un sound internazionale, che per me è ancora più entusiasmante in quanto inaspettato. Sono orgogliosa del fatto che questo sia il primo disco pop-rock, per quanto possano valere le etichette, interamente in lingua algherese. Finora forse l’unico a proporre canzoni originali in questo dialetto è stato, negli anni ’70, Pino Piras (cantautore al quale Claudia ha dedicato il disco un “Home del Pais”, insieme al cantante Claudio Sanna, ndr). Mi auguro che questo dia un impulso alla scrittura in algherese, da parte di giovani artisti. Nel resto della Sardegna il salto si è già fatto, da decenni si canta in sardo nella musica pop, nel rock, nell'hip-hop, nel punk.... Ad Alghero questo è mancato, esiste la canzone algherese tradizionale, magari declinata con un linguaggio più jazz come ha fatto Franca Masu, ma non una canzone contemporanea.

Anche l’etichetta è catalana...
Sì, è la Microscopi di Barcellona. Hanno un catalogo interamente di dischi di artisti catalani, da Rusò Sala a Marc Freixas e tanti altri. Hanno una politica diversa rispetto a tutte le etichette che ho contattato. Innanzitutto, l’artista rimane proprietario della propria opera e l’artista può rescindere il contratto in qualsiasi momento. Mettono a disposizione la loro struttura, svolgono la parte burocratica e ti supportano al momento dell’uscita. Il rapporto con l’artista è etico, non promettono più di quello che realmente fanno e non pretendono più di quello che danno. Allo stesso tempo sono molto selettivi per qualità della proposta e provenienza geografica: io rientro nei loro canoni per la questione della lingua. Hanno una buona esposizione radiofonica, in Catalogna sono molto sensibili alle questioni linguistiche, al contrario di quanto esiste in Sardegna, dove non solo non si proteggono le produzioni in sardo, ma neanche la musica d’autore di qualità, figuriamoci se cantata in catalano di Alghero...

Nei brani del disco ritorna spesso il rapporto fra madre e figli, sia in senso genetico che metaforico...
Sì, è vero: credo che le proprie esperienze, anche inconsciamente, facciano capolino anche nella scrittura, e sono sicuro che questo non valga solo per me. Io sono madre di tre figli e questo influenza il mio quotidiano e, alla stessa misura, le canzoni. Allo stesso modo in cui sono influenzate dai miei viaggi, Messico in primis, o dalla devozione che ho verso i miei idoli come Frida Kahlo o la cantante Lhasa de Sela. Dici bene, il rapporto è anche metaforico, la madre è anche la terra; il rapporto di cui parli quindi non è solo filiale in senso stretto, ma spirituale in senso lato, quel tipo di spiritualità che ho imparato dagli indios del Messico ma che è proprio anche dei nativi dell’America del Nord, dove nelle loro cerimonie religione e devozione popolare sono una cosa sola.

Esiste, secondo te, una scena musicale sarda e ti senti, per generazione o per condivisione di intenti, di farne parte?
Assolutamente sì, ci sono gruppi e musicisti con cui ho condiviso palchi e esperienze, che sento a me molto vicini, come Arrogalla, i nuoresi Menhir o Dr. Boost, con cui ho avuto spesso il piacere di collaborare. Tutti, è vero, artisti di collocazione dub o hip-hop ma che ammiro per l’approccio ai testi o per la loro sardità. Negli ultimi anni sono venuti fuori gruppi sardi interessanti, che si esprimono anche in italiano, come Nasodoble e altri. Ho anche un gran rispetto per la scena isolana world music, trovo una cantante come Elena Ledda semplicemente straordinaria. La mia musica nasce in Sardegna e in Sardegna ha soprattutto circolato, mi ritengo prima di ogni altra cosa un'artista sarda, anche se mi sono espressa soprattutto in italiano e in algherese.

Recentemente hai avuto alcuni riconoscimenti importanti come la partecipazione al Premio Tenco...
Sì, sono stata invitata nel 2014 e avevo partecipato in precedenza ad una loro manifestazione, Cose di Amilcare, organizzata a Barcellona da Sergio Sacchi. È stata un’occasione importante che spero abbia un seguito. Nel disco c'è una canzone scritta da Bianca D’Aponte che fa parte sempre di un progetto voluto da Cose di Almicare per ricordare la cantante casertana e al Premio D’Aponte sono stata ospite lo scorso anno.

Immediato futuro?
Spero di far girare questo disco, soprattutto in Catalogna, che è il mercato che vedo più interessante per un disco come il mio, visto che in Italia (tocca ripetersi) un mercato per la Canzone d'autore, ancor più se in lingua minoritaria, non esiste, sia come discografia (inclusa la distribuzione) che come circuito live.  A proposito di live, nelle prossime settimane inizierò a presentare il disco in Sardegna con Caterinangela Fadda, chitarrista sarda che vive a Barcellona ormai da anni, il chitarrista jazz Antonio Pitzoi, e Felice Carta che si occuperà di tastiere e campioni.

Claudia Crabuzza– Com un soldat (Microscopi/Tronos, 2016)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

In un panorama musicale dei generi che ruotano attorno al termine di world music, quantunque ambiguo nella sua fluidità di categoria non categoria, è sempre più difficile incontrare modalità espressive e suoni che facciano drizzare le orecchie anche al più scafato degli ascoltatori: il disco “Com un Soldat” della cantautrice algherese Claudia Crabuzza, già leader di una della più interessanti band sarde di questo inizio di millennio, i Chichimeca, è una di queste poche rare e gradite eccezioni. Suoni sempre in bilico fra acustico ed elettrico, con non poche concessioni all'elettronica (assai presente l’uso di un moog, strumento vintage ma modernissimo  al tempo stesso), struttura compositiva tipica del pop, nel senso più nobile della parola, urgenza espressiva di chiaro stampo folk e approccio performativo di area decisamente rock. Una voce che ricorda a volte Amparo Sanchez, graffiante e al tempo stesso contemporanea e popolare. Crabuzza è algherese, e nella lingua di Alghero si esprime: un catalano antico e musicale, ancora oggi in pieno uso nella splendida cittadina sarda. E, non a caso, il disco è registrato, arrangiato e prodotto a Barcellona, da musicisti di primissimo livello, come il tastierista e trombettista Dani Ferrer e il chitarrista Julian Saldarriaga, responsabili anche degli arrangiamenti. Il lavoro si compone di dieci canzoni, tutte bellissime, e tutte scritte da Claudia in collaborazione con lo scrittore e regista cinematografico Fabio Sanna, che della Crabuzza è anche il compagno. Il rapporto fra madre e figli è spesso ricorrente nei testi, già dalla struggente “Repic” che apre il disco, poi nella autobiografica “Ernesto”, come nell’interpretazione del brano di Bianca D'Aponte “Nina Nana Mare Mia” e nella terribilmente intensa “Mare Antiga”, dove è la Terra ad essere anche genitrice, alla delicata “Flor”, dove la mamma parla con il bambino che ancora deve nascere. Poi, gli omaggi ai numi tutelari dell'artista algherese, la pittrice Frida Kahlo e la cantante americana di origine messicana Lhasa de Sela (“Lhasa” è forse il brano più bello dell'intero disco, con il mantra «Per co’ no arrestes encara un poc» ossessivamente ripetuto su un acidissimo solo di chitarra elettrica). Poi i richiami alla guerra come nella title-track, quella guerra che non si combatte con le armi, ma che ci vede combattere quotidianamente con le nostre paure e le nostre insicurezze («..me n’estic com un soldat però no hi ha ningú que me fa guerra»),  e quelli (anche sonori) al Messico, terra tanto cara a Claudia, con la conclusiva “Arena i Sal Marì”, con un sound nu-mariachi, con tanto di fiati, un largo valzer che ricorda la collaborazione dei Calexico con i Luz de Luna. Infine, l’altra perla del disco, la ritmica “La Finestra”, una danza cadenzata dal moog e dalle percussioni. Un CD che costituisce sicuramente una pietra miliare della canzone d’autore made in Sardinia, ancorché cantato in una lingua allofona rispetto al sardo (o all’italiano) e che giustifica ampiamente l’attenzione degli addetti ai lavori verso la cantante algherese, già ospite alla scorsa edizione del Premio Tenco. Il lavoro, edito dall’etichetta catalana Microscopi, è distribuito in Italia da Tronos (www.tronosdigital.it).


Gianluca Dessì

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