La Banda Morisca – Algarabya (Fol Musica, 2016)

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Nel loro nome richiamano la banda morisca, l’instabile confine che tra XIII e XV secolo separava il regno arabo-andaluso di Granada dalle corone di Castiglia e Aragona: in quella striscia di terra convivevano commercianti e trafficanti cristiani e musulmani, fuggiaschi e i primi gitani insediatesi nella penisola iberica. Chi accolse con entusiasmo la pioneristica fusion arabo-andalusa e mediterranea dei Radio Tarifa, attivi tra la prima metà degli anni ’90 del secolo scorso e la prima decade del nuovo millennio, troverà giovamento dall’ascolto di questa degna seconda prova de La Banda Morisca. Il fatto è che, in un certo senso, il quintetto di Cadice si pone in continuità con l’ensemble del compianto Benjamin Escoriza, ma collocandosi anche nella traccia segnata dai La Jambre, formazione di Jerez de la Frontera. La Banda Morisca accosta strumentazione acustica ed elettrica (canto, ûd, banjo, cumbus, chitarra, saz, guimbri, sax, tarota, gralla, percussioni, basso, batteria, con pennellate di chitarra elettrica, un flessuoso violino e gli squarci di tromba). La voce principale è JoséMari Cala, cantaor sevillano dall’esteso registro vocale, le corde sono pizzicate dall’ottimo José “coyote” Cabral, mentre Antonio Torres ci mette la sua versatile sapienza di fiatista di estrazione colta, l’incisività ritmica di matrice jazz e rock la portano JuanMi Cabral e Andrés T. Rodríguez. In più, come membro aggiunto, si avvalgono dell’esperienza del francese Vincent Molino (nay, oboe, armonium, bawu): proprio una delle anime dei Radio Tarifa. All’incirca, con “Algarabya” si intendono le “grida confuse di diverse persone che parlano allo stesso tempo", ma più che di disordine sonoro, qui parliamo di una sintesi musicale che tesse quella ragnatela di secoli di sedimentazioni e coesistenze, abbracciando con leggerezza e sostanza profili melodici melismatici, profumi moreschi, picchi vocali e strumentali andalusi, stilemi jazz, rock e funky. 
Il ficcante soffio delle ance, i cambi di tempo con la pronuncia ritmica maghrebina e gli impasti vocali di “En toito te encuentro” – una composizione originale, basata su poesie di Ibn Quzman – sono l’irresistibile biglietto da visita del programma. Invece, la title-track e “Rumaiquiya y Mutamid” uniscono mondo andaluso e linguaggio jazz: nella prima musica e liriche nascono dalla penna della band, la seconda racconta la vicenda dell’ultimo re di Siviglia. Appartengono al patrimonio tradizionale andaluso “Petenegras” e “Tangos del Desplante”, infarciti di jazz e funky. Si innalza la temperatura ritmica con “Ziryab y la gacela”, canzone originale sviluppata su un ritmo di jaleos, mentre l’intreccio di corde cristalline introduce il potente “Romance de la Monja”, in cui JoséMari Cala duetta con Lola Vega. Segue “Ya adili billah”, una canzone gharnati (ovvero Granada in arabo). Tocca poi alla serrana “Por la sierra de Ronda” fino alla degna conclusione, dove jazz e improvvisazione ammantano il cante jondo di “Tú eres Zarza y yo me enreo”. Un signor disco. 


Ciro De Rosa
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