Giovanni Venosta & Sonata Islands - Nippon Eldorado Kabarett (Felmay, 2015)

“Nippon Eldorado Kabarett” è il titolo di un album registrato dal vivo a Trento nel 2014 da un ensemble di ottimi musicisti capitanati da Giovanni Venosta (tastiere e voci): Sara Stride (voce), Emilio Galante (flauto ed elettronica), Alberto Turra (chitarra), William Incastro (basso), Sergio Quagliarella (batteria). Come il titolo lascia probabilmente intravedere, la musica prodotta dal sestetto è il risultato di uno sguardo (analitico quanto appassionato) sul Giappone e la sua produzione musicale contemporanea. Una produzione che abbraccia e si configura come il risultato di generi differenti, con origini ed estetiche differenti, elaborata inevitabilmente nel quadro di uno scenario tutto italiano. Seguendo le (necessarie) note introduttive che lo stesso Venosta organizza nel booklet dell’album, si ha la possibilità di comprendere alcuni dei tratti più rappresentativi delle produzioni musicali del Giappone contemporaneo, anche grazie a un inquadramento storico e sociale delle espressioni che compongono un panorama musicale sconosciuto probabilmente ai più (sicuramente a chi scrive). E vorrei aggiungere che l’opportunità che ci offrono Venosta e suoi è davvero straordinaria. Da un lato perché, per quanto possa essere complesso connettere i nostri strumenti interpretativi con gli stimoli di un’estetica che è un paradigma di una forte alterità, si ha fin da subito la sensazione un po' paradossale di “comprendere” quesi suoni e quelle atmosfere. Che, almeno dagli anni settanta, hanno pervaso non tanto il nostro panorama sonoro ma piuttosto il nostro immaginario collettivo, attraverso sopratutto il cinema, i video game e i cartoni animati. Dall’altro lato perché l’album si configura come il riflesso di un doppio sperimentalismo: quello “originale” - che si svolge nel solco delle avanguardie ma anche delle espressioni popolari o delle elaborazioni locali di generi “occidentali” come jazz, rock, new-wave, classica - e quello dell’ensemble in questione. Un ensemble che ha interpretato come meglio non si poteva un fascio di produzioni così articolato e differenziato, incoerente, postmoderno, che probabilmente solo il Giappone potrebbe produrre e “incorporare” dentro un quadro di coerenza estetica e culturale. Un ensemble che ha anche saputo comprendere e rielaborare criticamente le produzioni di alcuni degli artisti più importanti della scena contemporanea giapponese. Tra questi, ci ricorda Venosta, vanno annoverati i visionari e gli innovatori (come i Wha Ha Ha e gli After Dinner) che, a partire dagli anni ottanta, sono riusciti a dare forma a una musica complessa e inimmaginabile. Nella quale hanno trovato una nuova forma le musiche tradizionali, l’elettronica, il progressive, la disco: “mentre da una parte i Wha Ha Ha ci deliziavano attraverso la reinvenzione di melodie originali folk, interpretate dalla giocosa voce di Mishio Ogawa (solo in seguito sono venuto a sapere che alcuni di questi modi e ritmi erano in realtà elaborazioni del genere Chindon’ya, musica di strada a carattere pubblicitario originatasi a Osaka alla fine del XIX secolo), dall’altra Haco, la giovane fondatrice degli After Dinner, cantando in un linguaggio inventato, ci portava per mano in un’accogliente casa di bambole, traboccante di armonie improbabili e arrangiamenti sognanti, manco fosse un’incarnazione orientale della Alice di Carrol”. L’album è composto da dieci brani registrati al teatro Sambàpolis nell’ottobre del 2014 in occasione di TrentinoInJazz Festival e può essere considerato - sulla scorta di quanto scritto in queste righe - un ottimo punto di “partenza” per il Giappone. 


Daniele Cestellini