Dario Muci – Barberìa e canti del Salento vol. II (Anima Mundi Musica, 2016)

Musicista, cantante e ricercatore tra i più attenti e sensibili nel percorrere i sentieri meno battuti della tradizione musicale salentina, Dario Muci negli ultimi anni ha concentrato le proprie esplorazioni sonore verso il repertorio delle barberìe, collaborando a stretto contatto con il maestro Antonio Calsolaro, straordinario mandolinista ed arrangiatore di Alessano (Le), ma soprattutto ultimo erede di una storica famiglia di barbieri-muscisti. A tre anni di distanza da “Rutulì” in cui erano raccolti i primi frutti di questa ricerca, lo ritroviamo con “Barberìa e canti del Salento vol.II”, album che prosegue il percorso iniziato e ne amplia il raggio, riportando alla luce le sorprendenti connessioni tra la musica colta e quella popolare. Abbiamo intervistato il musicista salentino per farci raccontare questo suo nuovo progetto, focalizzando la nostra attenzione verso la scelta dei brani, gli arrangiamenti e le modalità di ricerca. 

A tre anni da "Rutulì. Barberia e canti del Salento" torni con il secondo volume dedicato a questo progetto. Com'è proseguita la tua ricerca in questi anni?
Dopo “Rutulì”, ho continuato a frequentare la casa del maestro Antonio Calsolaro ed ho avuto modo di scoprire  altri materiali preziosi. Musiche interessanti che suonava il padre, spartiti collezionati perfettamente e un'infinita raccolta di ballabili, che probabilmente vedranno la luce in un prossimo lavoro. 
L’intento era quello di raccontare attraverso le immagini la storia di quest'uomo e della barberia. La mia ricerca ha preso diverse strade in questi anni, ma avremo modo di parlarne certamente in seguito.

Al tuo fianco troviamo ancora il maestro Antonio Calsolaro al mandolino, quanto è stato determinante il suo contributo in termini musicali e di ricerca?
Il maestro Calsolaro ha curato gli arrangiamenti anche di quest'ultimo lavoro. La freschezza delle sue composizioni ha dato vita ad un suono nuovo, in bilico tra la musica d'epoque degli anni Venti e la musica contemporanea. Uno stile unico, più maturo e differente rispetto al primo volume, ed in questo senso mi piace citare un brano di notevole importanza “Oh Rondinella”, composta per chitarra classica e voce.

Quale percorso nella tradizione salentina hai voluto tracciare con questo nuovo disco?
Non ho segnato un percorso e mi sento di aggiungere che non ho scoperto nulla, ma ho semplicemente puntato i riflettori su uno stile musicale, scomparso definitivamente in Salento. Più che un percorso ho voluto far conoscere un aspetto della nostra musica che io amo definire come musica popolare “cittadina”, messa da parte inconsapevolmente dall'avvento della pizzica pizzica e prima ancora dall'arrivo dei grammofoni, della radio e della televisione.

Con che criterio hai scelto i brani da inserire?
Scoprire e suonare brani nuovi mi spinge a sfogliare vecchi e nuovi volumi di materiale etnomusicologico che, nonostante la forte crisi del settore, si è rivelato importante per la presenza di contenuti interessanti dal punto di vista musicale e letterale.

Al disco hanno partecipato anche le voci delle Sorelle Gaballo, già oggetto di una tua ricerca di qualche anno fa, e quelle dei cantori di Zollino. Quanto è importante riscoprire queste voci?
Loro, come tanti altri, sono la mia vita e la mia quotidianità. Non riuscirei a fare niente senza le fonti. E' importante frequentare le loro abitazioni per cantare e arricchirsi di storie che appartengono ormai ad un mondo perduto ma che fanno parte della nostra terra e della nostra musica.

Come hai scelto gli altri strumentisti che hanno preso parte al disco?
E’ il metodo di sempre, scelgo i musicisti che più mi trasmettono sensazioni, che mi fanno "rizzicare li carni" quando si esprimono con il proprio strumento. Per me non è importante la tecnica, ma l'anima. Alle corde chiaramente c’è Antonio Calsolaro, poi Massimiliano De Marco, Giuseppe Caggiula, Valerio Daniele e Mauro Semeraro. Gli arrangiamenti dei fiati sono curati da Emanuele Coluccia. Poi ancora, Rocco Nigro, Vito de Lorenzi ed altri ancora.

Nel disco sono presenti due brani classici come le Barcarole di Offenbach e Mendelssohn. Com'è nata la scelta di inserirli?
“Barcarola "Belle nuit o Nuit d'amour”, di Jacques Offenbach e “Barcarola "Veneziana" op.30 n°6” di Felix Mendelssoh Bartholdy  sono due brani classici conosciuti, entrambi trascritti per mandolino da Antonio Calsolaro. Alcuni barbieri avevano due repertori differenti; uno serviva a far danzare le persone nei contesti di festa, tipo festini privati, di fidanzamento, matrimoni; e per questo si eseguivano i famosi ballabili nella forma tipica di polche, mazurche, valzer, quadriglie. Il secondo repertorio era detto d'intrattenimento che serviva appunto ad intrattenere gli invitati nelle dimore borghesi dei "Don" quando il padrone di casa voleva che si suonasse solo musica raffinata. Queste due barcarole venivano eseguite con grande maestria dal padre di Antonio, Vincenzo Calsolaro e da una piccola orchestrina di strumenti a plettro.

Quali sono le identità e le differenze tra questo disco è il primo volume?
In “Rutulì” cantavano con me gli amici cantanti e rappresentanti della musica popolare salentina nel mondo; voglio ricordare Claudio Cavallo, il fratello Mino, Giancarlo Paglialunga, Antonio Castrignanò, Massimiliano De Marco. In quest'ultimo disco invece cantano le fonti, gli anziani: Le sorelle Gaballo e i Cantori di Zollino. Il repertorio di questo secondo volume è più ricco di strumentali perché, oltre alle barcarole sopra citate, trova posto una mazurka del padre di Antonio e un valzer anonimo con un finale dello stesso Calsolaro. Una chicca del nuovo disco è anche "Lecce terra mia", un testo di Cesare de Santis padre di Rocco e del compianto Gianni de Santis di Sternatia. 
Anche lo stile e gli strumenti sono diversi: ci sono i fiati da banda (tuba, sax, clarinetto, trombone) e fiati in legno (oboe, fagotto..) che non erano presenti nel primo.

Ad accompagnare il disco c’è anche un dvd…
Questa è la vera sorpresa. Si tratta di un documentario su Antonio Calsolaro, ultimo depositario dell’antica tradizione musicale delle barberie. La sua affascinante storia è narrata magistralmente dal regista Mattia Soranzo che ha saputo ritrarre il musicista nel suo ambiente privato e la mia figura di "raccoglitore" in questa ricerca sul campo, effettuata ad Alessano negli ultimi quattro anni. Sulla sua famiglia ci sarebbe da fare un lavoro a parte. Il padre barbiere era un grande virtuoso di violino e mandolino che ha insegnato ad Antonio e alla sorella Linda la conoscenza della musica e della composizione. La sorella era perfetta nell'impostazione e nella tecnica tanto è vero che è stata allieva dei più grandi chitarristi classici del '900, tra cui Segovia che inizialmente non volle credere che il suo maestro era stato il padre barbiere.

Quanto c'è ancora da scoprire del repertorio legato alle barberìe?
C'è ancora tanto da scoprire e da ascoltare. E’un peccato che non ci siano circoli mandolinistici nel Salento per approfondirne lo stile. Con Giuseppe Conoci di Anima Mundi, editore del disco, stiamo pensando ad un disco di soli ballabili. Vedremo cosa ne pensa Antonio. Io sono già pronto.

Come saranno i concerti in cui presenterai questo lavoro?
Prima del concerto ci sarà certamente la proiezione del documentario. Poi suoneremo i brani del disco, e ad accompagnarmi saranno Antonio Calsolaro al mandolino, Massimiliano de Marco chitarra e voce, Rocco Nigro fisarmonica, Vito de Lorenzi tamburi e percussioni e ospiti preziosi che ogni volta daranno il loro contributo alla rivalutazione di questo stile musicale.  C'è tutto, il canto polivocale, la banda, la barberìa, la pizzica. Quasi tutte le espressioni popolari che hanno identificato il Salento nel Mediterraneo.

Quali sono i tuoi progetti e le tue ricerche future?
Gli anziani e l'elettronica insieme; ci sto lavorando da un po di anni. Vedremo cosa succederà.



Dario Muci - Barberia e canti del Salento vol. II (Anima Mundi Musica, 2016)
Fino alla fine degli anni Cinquanta, le osterie e le barberìe erano tra i luoghi principali della musica, tanto in Salento quanto anche in altre zone d’Italia, e laddove le prime erano caratterizzate da un’atmosfera più scanzonata, nel secondo caso rappresentavano il posto più nobile, dove era possibile ascoltare anche la musica operistica. Nei momenti di pausa dal lavoro, o durante i fine settimana, i barbieri erano soliti  imbracciare strumenti a corda come il mandolino, la chitarra ed il violino, e proporre un ampio repertorio di brani che spaziava dalle musiche da ballo (valzer, mazurke, barcarole e scottish) alle arie delle opere liriche fino a toccare le serenate, trasformando il loro salone in una sala da concerto. Nelle sale da barba si insegnava anche la musica, e in alcuni casi, prendevano vita anche piccoli gruppi strumentali con gli apprendisti più bravi che si univano al loro maestro barbiere. In Puglia il repertorio delle barberìe è riemerso negli ultimi anni nella zona brindisina, grazie all’opera di Mimmo Epifani, mentre nel Salento sembrava ormai costretto all’oblio a causa della scomparsa progressiva dei suoi vecchi depositari, tra cui si annovera Luigi Stifani, violinista delle tarantate ed ultimo grande suonatore del tarantismo. La preziosa attività di ricerca compiuta da Dario Muci ha riportato alla luce questo importante corpus di musiche per lo più strumentali, insieme al maestro Antonio Calsolaro, mandolinista, compositore ed ultimo depositario di questa tradizione, appresa dal padre Vincenzo, musicista e barbiere di Alessano (Le). A tre anni di distanza da “Rutulì” nel quale erano racchiusi i primi risultati della ricerca,  il musicista salentino torna con “Barberìa e canti del Salento vol.II” che prosegue il cammino iniziato presentando ulteriori dieci brani tradizionali, accompagnati dal prezioso documentario in dvd, per la regia di Mattia Soranzo, dedicato alla storia del maestro Calsolaro e della sua famiglia. Realizzato grazie al sostegno di Puglia Sounds Records ed di una fortunata comapgna di crowdfunding con oltre centotrenta sostenitori, l’album vede Dario Muci (voce) e Antonio Calsolaro (mandolino e arrangiamenti) accompagnati da un folto gruppo di musicisti composto da Massimiliano De Marco (chitarra classica e voce), Giuseppe Caggiula (chitarra classica), Rocco Nigro (fisarmonica), Vito de Lorenzi (tamburo a cornice, percussioni, piatti e grancassa), Emanuele Coluccia (sax contralto, sax soprano e arrangiamento dei fiati), Valerio Daniele (chitarra acustica), Andrea Doremi (trombone, tuba), Valentina Bove (fagotto), Tommaso Tafuro (oboe), Francesco Massaro (clarinetto basso), Mariasole de Pascali (flauto contralto), Mauro Semeraro (chitarra classica), Roberta Mazzotta (violino), oltre alle voci delle Sorelle Gaballo e dei Vecchi Cantori di Zollino. Se il disco precedente vedeva il repertorio delle barberìe mescolato a quello degli Ucci, questo nuovo lavoro ricuce lo strappo tra la tradizione popolare e la musica colta, presentando non solo brani strumentali, ma anche canti ancora inediti e composizioni classiche. Aperto dal canto alla stisa delle Sorelle Gaballo protagoniste al fianco di Muci de “La Carrozza” la cui melodia è impreziosita dal dialogo tra il mandolino di Calsolaro e la fisarmonica di Rocco Nigro. Il canto d’amore “Nu giurnu scei all’acqua alla funtana nova” in cui spicca chitarra di Valerio Daniele ci conduce allo splendido “Valzer” dal repertorio di Vincenzo Calsolaro e tutto giocato sull’intreccio tra il mandolino e il violino. Se “Ramu di Fiori” è una trascinante pizzica pizzica, la “Barcarola di Offenbach” ci schiude le porte verso quei brani di musica classica, riarrangiati per mandolino dai barbieri. Si prosegue con “Lecce Terra Mia”, un canto appassionato dedicato alla propria terra magistralmente arrangiato da Calsolaro e caratterizzato da una eccellente prova vocale di Muci. Dal repertorio delle serenate arriva poi  “Oh Rondinella”, mentre ancora da quello di Vincenzo Calsolaro, proviene l’invito al ballo di “Mazurca”. Gli splendidi fiati di “Scire me ne vurrei de quista terra” ci conducono verso il finale in cui brilla la “Barcarola di Mendelssohn”, altro esempio di come il repertorio colto veniva riletto in chiave popolare nelle barberìe. Insomma “Barberìa e canti del Salento vol.II” è un altro prezioso esempio di come attraverso una ricerca attenta, si possano conservare, preservare e portare verso il futuro le musiche della tradizione popolare.



Salvatore Esposito