Elias Nardi Group - Flowers Of Fragility (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)

Virtuoso dell’oud e già allievo del palestinese Adel Salameh, Elias Nardi, vanta un intenso percorso artistico costellato dalle collaborazioni con musicisti come Ares Tavolazzi, Riccardo Tesi, e Max Manfredi, tra gli altri e due eccellenti album “Orange Tree” del 2010 e “The Tarot Album” del 2012, incisi con il suo quartetto. A tre anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio lo ritroviamo con “Flowers Of Fragility”, disco ispirato alle vicende della Grande Guerra, e nel quale è affiancato da un rinnovato ensemble allargato. Abbiamo intervistato il musicista pistoiese per approfondire i temi e le ispirazioni del disco, senza dimenticare uno sguardo verso la sua produzione precedente. 

Partiamo da lontano: come nasce la tua passione per l'oud, e più in generale per la musica araba?
Partendo da lontano devo ovviamente premettere che prima di diventare suonatore di Oud ero un contrabbassista di studi classici e jazz.  Possedevo già una particolare curiosità ed attrazione per la sperimentazione e la contaminazione tra i generi, covavo una grande passione per il Medio Oriente dal punto di vista culturale, storico/archeologico e per lo studio della geopolitica relativamente a quelle aree. Di conseguenza il passo che mi ha portato ad affezionarmi anche ai suoni di certe latitudini è stato piuttosto breve ed è avvenuto intorno alla fine degli anni ’90. Il mio primo Oud arrivò poco dopo, sempre più attratto da quel suono e dal voler investigare lo strumento nel suo aspetto ludico e costruttivo. Chiesi ad un amico del Marocco di portarmi uno strumento in prova di ritorno da un suo viaggio verso casa e la riflessione scaturita nell’immediato dopo aver cominciato fu letteralmente: << ma... io qui ci sono già stato! >>. Da quel momento la mia vita è radicalmente cambiata. Ho intrapreso un percorso che mi ha portato a seguire le lezioni virtuoso palestinese Adel Salameh, a compiere diversi viaggi nell’oggi martoriato Medio Oriente e ad abbandonare lentamente, ma inesorabilmente il contrabbasso per dedicarmi esclusivamente allo studio della tecnica sul liuto arabo e della tradizione del repertorio arabo-ottomano classico, con particolare attenzione all’area del Mashreq. Lungo questo cammino ho avuto la fortuna di formarmi suonando con musicisti provenienti da tutto il bacino arabofono, dal Marocco alla Siria e, sconfinando, fino all’Azerbaijian e all’Iran.

World music, jazz, musica contemporanea, sono questi gli ingredienti della tua originale cifra stilistica. Come hai impostato il tuo percorso di ricerca in questi anni? 
Proprio nel picco della mia massima dedizione al patrimonio musicale arabofono e mediorientale in genere, ho cominciato ad avvertire una saturazione per quella tradizione e per quei suoni, tale da farmi intraprendere un percorso a ritroso che mi riportasse verso occidente, in musica. Mi sono reso conto di una mia „spersonalizzazione“ creativa, di avere una specie di crisi d'identità sonora. In fondo io ero semplicemente un musicista occidentale amante della sperimentazione che per anni è stato affascinato (ed ancora lo sono ovviamente) da un immenso patrimonio storico-musicale, ma che in realtà non stava esprimendo se stesso artisticamente. Da qui l’esigenza di estendere la mia ricerca personale all’aspetto compositivo, ritornando ad utilizzare tutti gli elementi delle musiche europee, esprimendomi comunque con quello che ormai era diventato gioco forza il mio strumento, un cordofono extraeuropeo, noto come il principe degli strumenti arabi. Per me è difficile concettualizzare condensandolo il mio percorso di ricerca, ma posso sicuramente dire che è il risultato di una serie infinita di influenze, di elementi, di ascolti e di studi  che ho cercato di far confluire progressivamente nel corso degli anni in un suono che mi rappresentasse e potesse essere il più possibile riconoscibile, sia sul mio Oud in qualità di strumentista sia come compositore. Ciò che mi attirava era l'idea di poter un giorno rappresentare un piccolo genere a sé stante piuttosto che appartenere ad un genere vero e proprio. Dalle musiche del bacino mediorientale al jazz, dalla musica classica alla contemporanea fino al rock progressivo e così via, tutto mi ha ispirato cercando di far coesistere gli elementi partendo dal punto di vista del musicista europeo che utilizza anche caratteristiche delle musiche del vicino e Medio Oriente. Non voglio quindi far mancare un certo sviluppo armonico e una ricerca in verticale ma attribuisco anche un grande ruolo all'aspetto melodico e all'utilizzo in determinate composizioni delle scale modali più tipiche di certe aree. Ovviamente un obbiettivo più filosofico è quello di cercare di dimostrare che alla fine grazie all’arte  lo scambio multiculturale è sia possibile che stimolante e queste culture, che oggi per ragioni meramente politiche sembrano così distanti tra loro, hanno in realtà molte più  possibilità di coesistere di quello che si potrebbe pensare (o che ci vogliono far pensare), proprio all’interno di un contesto mediterraneo che per sua stessa natura non dovrebbe far altro che avvicinare e tenere uniti. Si può riassumere il tutto dicendo che quello che cerco di mettere in musica sono semplicemente delle migrazioni sonore.

"Flowers Of Fragility" è ispirato al centenario della Prima Guerra Mondiale, ed in particolare alle tue visite nei cimiteri di guerra delle Fiandre Occidentali. Com'è nato questo concept?
Il concept ed anche le prime idee compositive che si sono poi sviluppate e trasformate in ciò che oggi è “Flowersof Fragility“, sono nati durante un tour in Belgio nell’autunno del 2014, in occasione delle ricorrenze per i Cento anni dalla Grande Guerra. Tra una data e l’altra il nostro grande amico Pol Bonduelle, pittore fiammingo e già autore delle copertine dei miei dischi precedenti, ci ha invitato a visitare alcuni degli impressionanti cimiteri di Guerra presenti nelle Fiandre Occidentali, zona ben nota per essere stata uno dei più cruenti fronti di battaglia proprio del primo conflitto mondiale. Questi luoghi, oggi pieni di pace e di quiete con prati curati e fragili fiori ad accompagnare migliaia di nomi e di lapidi, rappresentano una sorta di museo a cielo aperto per la nostra memoria. È stato veramente toccante vedere che tra quelle decine di migliaia di soldati di tutte le età, c’erano anche “bambini” di appena 12 o 13 anni, ragazzi provenienti da ogni angolo di Europa e del mondo, che hanno perso per sempre la loro fanciullezza prima ancora delle loro vite. Il concept è in realtà una dedica alle loro giovani anime.

Nel titolo è racchiuso il senso profondo del disco, ovvero la fragilità dell'uomo di fronte alla distruzione ed alla morte della guerra. Come hai tradotto nelle evocazioni musicali tutto ciò?
Uno dei compiti del musicista è quello di farsi influenzare dagli elementi circostanti cercandone ispirazione e comunicare le sue emozioni e la sua sensibilità attraverso il veicolo del suono. E' uno scambio con l'esterno che parte da un lavoro intimo ed introspettivo e per questo molto soggettivo e difficile da chiarire perfettamente con le parole. In questo caso quello che emerge (e mi fa piacere riscontrarlo anche in alcune recensioni di Flowers) è che il disco non rappresenta una mera evocazione funerea di una triste ricorrenza, ma piuttosto  cerca di fornire anche uno  punto di vista differente, quasi antitetico e che abbia in questo un comune fondo di serenità. Ad essere fragili erano quei bambini che sarebbo dovuti trovarsi in un campo a giocare con una palla e non certo ad imbracciare un fucile in un campo di battaglia. Naturalmente questa storia ha anche un'attualità visto ciò che tale atrocità non ha mai cessato di accadere, nemmeno troppo lontano dalla nostra odierna quiete apparente.

Da "Orange Tree" a "The Tarot Album" fino al più recente "Flowers Of Fragility", come si è evoluto il tuo approccio stilistico e compositivo? 
Penso che giunto ormai al terzo album si possa cominciare a scorgere un linguaggio comune tra questi lavori seppur manifestino anche delle sensibili differenze. Il primo album OrangeTree era il frutto di un lavoro  che metteva insieme sia composizioni più recenti e nate a ridosso delle registrazioni del disco stesso, con altre maturate proprio agli albori del mio percorso di crossover e quindi abbracciando complessivamente un arco temporale identificabile in circa 10 anni manteneva ancora abbastanza salde delle influenze del vicino e Medio Oriente. Era un lavoro prettamente acustico con il solo Basso Elettrico Fretless di Carlo La Manna ad incastrarsi tra l’ Oud, la Nyckelharpa del belga Didier Francois, e le percussioni di Emanuele Le Pera, con la presenza di Ares Tavolazzi al contrabbasso e Savino Pantone alla Viola nel brano di chiusura.  The Tarot Album è  nato invece in pochissimo tempo come un vero e proprio concept album degli anni 70, a seguito di un lavoro commissionato in occasione di una mostra su Niki de Saint Phalle in Belgio. Infatti il disco fondava la sua tematica proprio su „Il Giardino dei Tarocchi“, il parco tematico dell’artista Franco-americana nei pressi di Capalbio, prendendone spunto per un sound più spaziale, psichedelico e con innesti di elettronica grazie al lavoro di Roberto Segato alle tastiere e alla batteria di Zachary J Baker. Flowers of Fragility riparte da un percorso a metà strada tra i due, puntando l’accento sulla combinazione atipica di strumenti acustici che oltre all’oud vede il Bandoneon di un „poeta“ come Daniele Di Bonaventura,  la Viola d’amore a Chiavi di Didier Francois ( il quale ritorna col suo bellissimo suono dai tempi di Orange Tree) e  il flauto della musicista Irano-tedesca  Nazani Piri-Niri, mescolarsi con i bassi elettrici fretless e Sei Corde (accordato però come una chitarra) dell’immancabile Carlo La Manna. Musicalmente penso si possa parlare per quest’ultimo di una sintesi dei due precedenti lavori, con strutture complesse e cambi di tempo „a là“ Prog, alternando il groove ad atmosfere più rarefatte ma con on una una certa omogeneità di suono ed uno spiccato senso della dinamica grazie anche allo spazio lasciato  ai singoli strumenti e alla totale assenza di strumenti percussivi. Fondamentale in questi anni è stato l’apporto di Carlo La Manna sempre presente nei miei dischi fino ad ora  e che ha sposato in pieno la mia idea di musica e di ricerca, diventandone un perno insostituibile grazie al suo sound ed il suo progressivo apporto anche nello sviluppo compositivo. E’ diventando una specie di fratello in musica per me.

Rispetto ai tuoi album precedenti sono cambiati anche i musicisti che compongono il tuo gruppo, ad eccezione di Carlo La Manna. Com'è cambiato il tuo sound negl'anni?
Ritengo il suono componente fondamentale tanto quanto la composizione stessa, anzi ne può anche essere il punto cardine. La nostra ricerca non si limita all’aspetto strettamente concettuale e teorico ma dona ampio spazio alla qualità timbrica degli strumenti, che a conti fatti rappresentano delle vere e proprie tavolozze di colori a completa disposizione dell’artista.  Il fatto che i dischi abbiano visto importanti cambi di formazione e di musicisti non vuol dire che non fossi soddisfatto di quel percorro e di quel suono, o che ci fossero problemi di tipo umano. Ogni lavoro è un mondo a sé stante in cui avere a disposizione delle diverse qualità timbriche aiuta anche nello sviluppo stesso delle idee sia tematiche che armoniche. Si può forse riassumere che nel corso degli anni e degli album c’è stato finora uno spostamento del linguaggio che da un Oriente leggermente più spiccato del primo lavoro si è avvicinato sempre più ad un Occidente con gli elementi esotici riscontrabili prevalentemente nel suono e nelle forti caratteristiche timbriche degli strumenti, ma non è detto che debba essere sempre così... magari in futuro tornerò ad affacciarmi nuovamente e maggiormente ad oriente o non so ancora dove!

Come hai approcciato gli arrangiamenti di "Flowers Of Fragility"?
Una delle caratteristiche che accomuna questi dischi è lo spazio e la libertà che ho sempre voluto lasciare ai miei amici musici. Partendo dall'idea compostiva ognuno ha potuto poi inserire il proprio suono e il proprio stile personale. Questa dinamica ha sempre funzionato molto bene fin dai tempi di Orange Tree e non è certo venuta a mancare nell' ultimo Flowers of Fragility. Talvolta alcune idee sono nate in modo estemporaneo, magari frutto della classica buona sorte dell'ultimo secondo direttamente in studio durante le riprese. In altri casi i brani "sono entrati" in studio completamente definiti. Flowers of Fragility presenta entrambe le casistiche, anche se è un disco molto "live" come spirito e come realizzazione, dato che abbiamo registrato il tutto in presa diretta e nell'arco di un paio di giorni. Oltre a Carlo in questo lavoro è stato prezioso l'aiuto di Daniele Di Bonaventura e di Nazanin che essendo la mia compagnia mi ha supportato e "sopportato" in molto dei passi che hanno portato alla pubblicazione.

Da dov'è nata l'esigenza di registare il disco su nastro magnetico?
Io e Carlo siamo entrambi amanti del suono analogico e non a caso “The Tarot Album” era uscito anche in Doppio LP. L'evoluzione sarebbe stata quella di registrare su nastro magnetico e l'opportunità si è creata grazie alla proposta dell' etichetta audiofila Analogy Records di Roberto Vigo, che ha prodotto e registrato il nostro lavoro presso il suo "Zerodieci Studio" di Genova, proprio su supporto analogico. Il disco è quindi disponibile per l'acquisto anche su Nastro Magnetico Reel To Reel, presso il sito di Analogy Records. La distribuzione dei supporti digitali quali Cd ed Mp3 è stata affidata invece a Visage Music di Claudio Carboni e Riccardo Tesi, tramite Materiali Sonori.

Qual è il rapporto tra scrittura ed improvvisazione nel tuo approccio musicale?
Entrambi gli elementi sono importanti, anche se ritengo personalmete di andare verso una direzione in cui la composizione e la forma abbiano la precedenza. L’improvvisazione è altresì molto presente ma sempre funzionale alla natura del brano e alla sua struttura. Quindi pochissimo “tema-assolo-tema” per intenderci, domina la tendenza che sia l’improvvisazione a essere al servizio della composizione e non viceversa.

Recentemente hai collaborato a "Dune" del quartetto Sharg Uldusu. Ci puoi raccontare questa esperienza?
In realtà la mia collaborazione con Sharg Uldusù  parte da molto lontano, si parla di quasi dieci anni di lavoro assieme ad Ermanno Librasi e i vari musicisti che lo hanno accompagnato nel suo percorso. Inizialmente il progetto era centrato sul repertorio ed il patrimonio musicale del vicino e medio oriente e non solo, interpretando materiale di tradizione che partiva dal Marocco per finire all'Afghanistan. Da alcuni anni però c'è stata una virata verso il jazz, con cui le musiche extra europee condividono l'ampio spazio concesso all'aspetto improvvisativo. Questa svolta è stata possibile grazie all' ingresso nel gruppo di due grandi musicisti della scena jazz italiana, quali Max De Aloe all'armonica e Francesco D'Auria alla batteria che hanno messo le loro idee, il loro talento e la loro curiosità al servizio del progetto, contribuendo in modo significativo alla realizzazione dell'ultimo disco "Dune". 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I progetti sono molti, perché da musicista che vive nell'era contemporanea non posso esimermi dall'avere molteplici e sempre crescenti collaborazioni. Mi aspetto di continuare a fare quello che faccio, quindi a suonare sempre di più con i miei "vecchi"  e "nuovi" progetti e con Sharg Uldusu. Nel futuro prossimo mi dedicherò nello specifico al Trio Nadir assieme Ares Tavolazzi ed il Percussionista Emanuele Le Pera e al nuovissimo Duo con il chitarrista Claudio Farinone, entrambi progetti che dovrebbere vedere e la luce, discograficamente parlando, entro la fine 



Elias Nardi Group - Flowers Of Fragility (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)
Sono passati ormai cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale e questo importante anniversario l’abbiamo visto raccontato in musica già in diverse occasioni, tanto all’estero quanto in Italia, ora con pubblicazioni che raccoglievano i canti di tricea, ora ancora con composizioni ispirate a questo drammatico evento. In questo filone di discografico della memoria entra a pieno diritto, e con tutta la sua forza evocatrice, “Flowers Of Fragility”, terzo album in studio per il virtuoso dell’oud Elias Nardi, il quale per l’occasione si presenta accompagnato da una formazione più ampia, rispetto al quartetto che lo affiancava nei primi due dischi, e composta da Daniele Di Bonaventura (bandoneon), Didier François (Viola d’Amore a Chiavi), Nazanin Piri-Niri (Flauto), e Carlo La Manna (Fretless Bass, Six String Bass). Rispetto ad “Orange Tree” e “The Tarot Album” che vedevano il musicista pistoiese sperimentare le diverse connessioni tra jazz e world music, questo nuovo lavoro sposta il confine della sua ricerca più avanti e lo vede indossare i panni dello storyteller strumentale, nel raccontarci il dramma della guerra. Ispirato dalla visita ai cimiteri di guerra delle Fiandre Orientali effettuata durante un tour in Belgio, ed inciso su nastro magnetico negli studi audiofili della Analogy Records, il disco raccoglie nove brani strumentali nei quali si mescolano le sonorità nord europee  e quelle del Mediterraneo, dando vita ad un affresco sonoro di grande suggestione. Si tratta di un lavoro dal grande spessore e dallo sviluppo armonico sorprendente nel quale eleganza strumentale e sperimentazione vanno di pari passo, il tutto impreziosito da complesse strutture musicali, che nel far a meno delle percussioni si caratterizzano per cambi di tempo ed eleganti trame melodiche. Accolti dalla splendida copertina firmata dal pittore fiammingo Pol Bonduelle, il disco si apre con la struggente title track, nella quale il dialogo tra oud e flauto evoca il dramma dei tanti soldati morti durante il conflitto che insanguinò l’Europa ai primi del Novecento. Se la lenta e dolcissima “Le coeur de Nina” sembra rimandare agli amori lontani di un soldato al fronte, le successive "Afsaneh" e "Il Dono" si colorano di contaminazioni sonore e ritmiche eleganti ed allo stesso tempo originali. La piccola suite “Impermanenza” firmata da Didier Françoise ci conduce nel cuore del disco con la superba “Riflessioni”, in cui brilla l’interplay tra oud e viola, il solo di contrabbasso di “17774 Preludio alla Vita” e quel gioiello che è “La Barca Ubriaca”. La struggente “Sine Nomine”, nella quale vengono evocati i tanti morti senza nome delle trincee, suggella un lavoro pregevolissimo, un ricordo commosso per i tanti morti della Grande Guerra, ma anche un inno alla vita, oltre i confini, i conflitti e le differenze.


Salvatore Esposito