Speciale Alfa Music: Bob Dusi & Michele Iaia, Emauele Primavere Quartet, Andrea Ferrario & Michele Francesconi, Cristiano Pomante Quartet, Lorenzo Masotto, Jasmine Tommaso

Bob Dusi & Michele Iaia – A Private Voyage (Alfa Music/Egea, 2015)
Il jazz è senza dubbio un mistero musicale! È in grado di nutrirsi e contaminarsi con ogni cosa, musicale o non, gli graviti attorno. Può capitare così che nelle prime due tracce di un album come “A Private Voyage” - rispettivamente “Wes Song” e “Rio Negro” - andamento ritmico e sonorità sudamericane costituiscano una sorta di tapis roulant sul quale corrono a velocià talvolta sostenuta, altre volte più modesta, le evoluzioni jazzistiche del duo romagnolo Dusi & Iaia. «Prerogativa principale dell’artista è il non conformarsi alle convenzioni. L’energia, lo spirito della ricerca melodica, la sperimentazione compositiva, sono dunque le componenti distintive per il musicista che intenda plasmare l’Arte in Musica». Con questa premessa – descritta all’interno dell’ampio booklet, ricco di foto e descrizioni – il chitarrista e compositore Bob Dusi e il batterista riminese Michele Iaia hanno progettato questo poliedrico “voyage” musicale. Compagni d’avventura «che hanno conferito ai brani una rara eleganza» sono alcuni notevoli musicisti del panorama jazz come Igor Butman al sax tenore, Marco Tamburini alla tromba e flicorno e Marco Pacassoni al vibrafono. I tre appaiono nominati in “featuring” già sulla copertina, a testimonianza del loro decisivo contributo alla caratterizzazione dei brani (“Winter Waltz” non è immaginabile senza il canto struggente del flicorno, mentre “Notturna” trova nel vibrafono un partner eccellente per la chitarra con cui s’intreccia o danza all’unisono). A essi vanno poi aggiunti Simone Migani al piano, Stefano Travaglini al contrabbasso, Luca Mattioni alle percussioni e Rodolfo Valdifiori al basso. Delle sette tracce che costituiscono il disco - tutte composizioni originali recanti la firma di Bob Dusi – alcune, sebbene riuscite dal punto di vista delle intenzioni programmatiche, possono risultare ripetitive. “Rio Negro”, ad esempio, con le rapide evoluzioni di basso, batteria e percussioni permette all’ascoltatore di immaginare quasi concretamente un volo sopra la foresta amazzonica, ma la cellula motivica base ritorna con troppa insistenza. Altrove, invece, l’attitudine compositiva si dimostra assolutamente superba. Brani come “Jazz All Night” e “Winter Waltz” recuperano la vena del jazz di tradizione. Una musica che a dispetto della sua vocazione a divertire e fare spettacolo è allo stesso tempo anche malinconia e solitudine.

Guido De Rosa

Emanuele Primavera Quartet – Replace (Alfa Music/Egea, 2015)
Quando un batterista siciliano trentacinquenne - alle spalle molti seminari jazz e tanta gavetta - decide di realizzare il suo primo disco da protagonista, coadiuvato da strumentisti conterranei e amici, nasce “Replace” album d’esordio dell’Emanuele Primavera Quartet. Visibili già nella foto di copertina (da sinistra) Carmelo Venuto (contrabbasso), Emanuele Primavera (batteria), Fabrizio Brusca (chitarra), Seby Burgio (pianoforte), appaiono non in reali o simulate “pose da musicisti”, ma seduti in una stanza, scalzi e all’apparenza molto provati. I loro sguardi fuggono l’obiettivo fotografico, rivolti verso il basso come a indicare una condizione di attesa. Che stiano attendendo il responso dell’ascoltatore che ha comprato il loro disco e lo sta inserendo nel proprio impianto stereo? Sette delle otto tracce del disco sono composizioni originali di Primavera. La caratteristica più preminente è il continuo e inatteso variare delle atmosfere sonore, si ascoltino in questo senso le prime due tracce “Deep Nearness” e “Beco”. Album mai banale. L’ascoltatore è sempre spiazzato e scosso da un nuovo ingresso strumentale durante il brano, o da nuove situazioni ritmiche a scapito forse di una certa narratività musicale. È il caso di “Kamuth”, dal forte sapore mediterraneo, dove dal lieve piano solo si passa a un crescendo percussivo avvolgente, per poi abbandonarsi ai volteggi della chitarra in un clima nuovamente soffuso con la consapevolezza che anche questa condizione non durerà per lasciare presto il posto a qualcos’altro d’imprevedibile. Emanuele Primavera dimostra un’innata capacità di muoversi attraverso panorami stilistici diversissimi, ma la volontà di esplorare continuamente strade nuove s’interseca con il rispetto per la grande tradizione americana, in questo caso incarnata dalla cover di “Serenity” brano datato 1964 e contenuto nell’album “In ‘n Out”del sassofonista jazz Joe Henderson. Da segnalare anche la title-track “Replace” dall’inizio crepuscolare che si va via via animando nei tasti gravi del pianoforte pestati energicamente e nella batteria sempre più decisa, per poi spegnersi e ridestarsi nuovamente ma in strazianti acuti all’unisono di piano e chitarra. Insomma con questa prima prova dell’Emanuele Primavera Quartet non si rischia certo di annoiarsi, forse solo di smarrirsi ogni tanto.

Guido De Rosa

Andrea Ferrario & Michele Francesconi - Bologna Skyline (Alfa Music/Egea, 2015)
Andrea Ferrario e Michele Francesconi - sassofonista il primo e pianista il secondo - scelgono di dare corpo discografico al loro lungo sodalizio artistico. Per farlo lavorano a quattro mani scrivendo e arrangiando dieci pezzi originali (quattro dei quali co-firmati) raccolti in un album, “Bologna Skyline”, che è dichiaratamente un tributo alla città emiliana: «Bologna oltre ad avere sempre avuto per me un fascino evocativo, in questi anni è stata il fulcro del mio percorso musicale, passato attraverso … lo swing, l’hard bop, il funky, il pop, i cantautori, le big band» (A. Ferrario). Agli amanti del jazz non sarà sfuggito il riferimento all’epoca d’oro nell’immagine di copertina. La sagoma nera di Bologna, infatti, stagliata su uno sfondo arancione come di tramonto, ricorderà senza dubbio il vibrafonista e compositore Milton “Bags” Jackson (1923-1999). Se, infatti, il titolo del disco del duo Ferrario-Francesconi richiama il suo “The Jazz Skyline”, quasi identica (fatta eccezione per la città ritratta) è la copertina che rimanda alla sua raccolta “From Opus de Jazz to Jazz Skyline” datata 1986. Bologna come New York insomma, un disco che recupera la fusion e il jazz elettrico anni ’70 e ’80, ma rifatti “alla bolognese”, arricchiti e rinnovati mediante soluzioni musicali e sonore più attuali e contemporanee. Decisivo in questo senso è il contributo dell’accoppiata tastiere - basso e, in generale, dei musicisti collaboratori: Alex Carreri (basso elettrico), Massimiliano “Cox” Coclite (tastiere), Stefano Pisetta (batteria) e Danilo Mineo (percussioni). Inizio di forte impatto con “Yellow mood” e “Morning lights” (cui si aggiungeranno più avanti “Mistero funk” e la title-track), esempi lampanti di quei «groove meno usuali, temi articolati e metriche complesse» cui i due compositori fanno spesso riferimento nelle interviste. Fra loro è incastonata una perla assoluta, “Caraluna” brano dotato di grande grazia e liricità. Probabilmente in una cenetta romantica vi basterà questo brano con la sua elegante alternanza del sax di Ferrario e del pianoforte di Francesconi, sostenuti da una batteria soffusa e mai invadente, per creare l’atmosfera giusta e lasciare, per una volta, le candele nel cassetto. Un disco ispirato, frutto di un’ottima sinergia fra le due anime che l’hanno ideato.

Guido De Rosa

Cristiano Pomante Quartet – La Storia (Alfa Music/Egea, 2015)
Ancora un album d’esordio. Protagonista questa volta è il Cristiano Pomante Quartet composto da Marco Giongrandi alla chitarra, Michele Tacchi al basso elettrico e Alessandro Rossi alla batteria. L’elemento portante, nonché l’ideatore di questo ensemble di giovani musicisti, è ovviamente il percussionista e compositore pescarese Cristiano Pomante. La sua firma appare su sei delle sette tracce che costituiscono “La Storia” (AlpaMusic, 2015), un disco che testimonia certamente l’abilità tecnica del leader, ma anche il suo sorprendente stile compositivo e l'impressionante conoscenza melodico-armonica. L’album sembra non volersi limitare a raccontare un’unica storia, come potrebbe lasciar intendere il titolo, ma una serie. C’è ad esempio quella del giovane vibrafonista Pomante che plasma il suo credo musicale prima nell’ambito della cosiddetta musica d’arte occidentale (un diploma in percussioni al Conservatorio di Pescara), per poi entrare nell’universo jazz e ampliare, rendendoli estremamente versatili, i suoi orizzonti compositivi. C’è poi la vicenda di uno strumento, il vibrafono, che assieme al flauto e alla chitarra ha costruito - per opera di giganti come Milt Jackson e Lionel Hampton - una strada espressiva e timbrica alternativa a quell’autostrada rappresentata dal binomio tromba e sax. O ancora c’è quella di un brano, “Juju”, unica composizione non originale del disco, che rimanda all’omonimo album (1964) del sassofonista di origini afro-cubane Wayne Shorter che a sua volta nel ritmo tribale del suo pezzo richiamava le atmosfere dell’Africa. Se “Wait” acquista grazie ai percorsi melodici della chitarra un sapore sudamericano, un andamento ritmico cangiante caratterizza, invece, la successiva “Maybe”. Da segnalare “Illusion” brano intenso e allo stesso tempo sfuggente: sembra ogni volta pronto a esplodere per poi lasciare sospesa ogni aspettativa e avvolgersi su se stesso come chi rinunci per troppa timidezza o per taciuto tormento interiore. In linea generale l’album manifesta una piacevole prevalenza della componente melodica e timbrica su quella ritmica e dinamica, legata inevitabilmente alla sonorità della coppia vibrafono - chitarra, in certi punti così simile a un serrato e irresistibile chiacchiericcio umano.

Guido De Rosa

Lorenzo Masotto – Seta (Alfa Music/Egea, 2015)
Pianista e compositore veneto di grande talento, noto per la sua esperienza nel gruppo avant-rock La Maschera di Clara, Lorenzo Masotto giunge al suo debutto come solista con “Seta”, album il cui titolo è ispirato all’omonimo romanzo di Alessandro Baricco, e nel quale ha raccolto dieci brani originali, concepiti quasi fossero le colonne sonore di film ancora da girare, visioni e suggestioni dense lirismo e forza evocativa. Inciso tra gennaio e marzo del 2014 negli studi di Milano, Verona, Vicenza e Casterl D’Azzano (Vr), vede il pianista veneto accompagnato da un gruppo di eccellenti musicisti composto da Laura Masotto (violino), Stefania Avolio (pianoforte), Eleuteria Arena (violoncello), Marco Mazzi (viola), e Bruce Turri (batteria) a cui si aggiungono gli special guest Fabrizio Bosso alla tromba e Mauro Ottolini al trombone. L’ascolto rivela un disco di grande spessore sia dal punto di vista compositivo quanto per gli arrangiamenti in cui il pianoforte si fa voce narrante, nel dialogo con gli altri strumenti a sostenere le linee melodiche. Ad aprire il disco sono le struggenti suggestioni di “Moon”, ispirata dal film “2001: Odissea Nello Spazio” di Stanley Kurbic, e caratterizzata dall’intreccio armonico tra gli archi e il pianoforte, che evocano il paesaggio lunare nella sua indecifrabile bellezza. Le atmosfere notturne della title-track ci guidano a quel gioiello che è “L’impressionista” con la tromba di Fabrizio Bosso e il piano di Masotto a ridipingere in musica “Impression, soleil levant” di Monet. Se “Kasparov-Karpov” eseguita a quattro mani con Stefania Avolio è una partita a scacchi sonora con le sue intricate architetture melodiche, la successiva “Improvviso” è un omaggio alla New York di Woody Allen con la complicità del trombone di Mauro Ottolini. Si prosegue con le atmosfere soffuse di “Lilium”, la sognante “Olio Su Tela”, e l’evocativa “Gea”, per giungere al finale con “La Stanza”, ispirata da “La camera di Vincent ad Arles” di Van Gogh e la fascinosa “Aurora Boreale”. “Seta” è, dunque, un lavoro pregevole che mette in luce tutto il talento compositivo di Masotto e la sua capacità di saper raccontare in musica.

Salvatore Esposito

Jasmine Tommaso – Nelle Mie Corde (Alfa Music/Egea, 2015)
“Nelle mie corde” è la realizzazione di un sogno: un lungo percorso musicale che prende forma in questo progetto. La collaborazione “padre e figlia” che attendevo da una vita si è finalmente avverata, ed è una gioia ed un privilegio condividerla con voi ascoltatori. In ogni nota si racchiudono mille emozioni: tanto amore per mio papà, il nostro legame indescrivibile, l’infinita passione per la musica, ed il coraggio di affrontare e vincere le mie paure”. Così la cantante e compositrice Jasmine Tommaso presenta “Nelle Mie Corde”, il suo album di debutto, nato dalla collaborazione con il padre, il contrabbassista Giovanni Tommaso, che ne ha curato gli arrangiamenti, ed alla cui realizzazione hanno preso parte alcuni tra i più importanti musicisti della scena jazz italiana quali Claudio Filippini (pianoforte e Fender Rhodes), Marco Valeri (batteria) e Fabrizio Bosso (tromba). Si tratta di un disco dalle atmosfere variegate che si muove tra jazz, blues, soul e canzone d’autore e mette insieme brani originali, riletture di standard, un brano di Luigi Tenco e uno dal repertorio dei Perigeo, il tutto impreziosito dalla intensa vocalità di Jasmine Tommaso. In poco meno di un ora si spazia dalle belle riletture di standard jazz come “Without a song”, “Summertime”, “On green Dolphin street” e “In a mellow tone” a brillanti composizioni originali come “Sing From The Heart”, “Freedom To Love”, “Somebody Else” e “Time To Say Goodbye”, fino a quel gioiello che è la rilettura di “Ho capito che ti amo” di Luigi Tenco che rappresenta il vertice del disco, insieme a “Time To Say Goodbye”, nella quale spicca il contrabbasso di Giovanni Tommaso. “Nelle Mie Corde” è, insomma, un ottima opera prima, un eccellente base di partenza per il futuro percorso di Jasmine Tommaso.

Salvatore Esposito