Malanova – Santulubbirànti (RadiciMusic/Goodfellas, 2015)

Nati nel 2001 con l’intento di proporre brani originali che affondassero le loro radici nella musica tradizionale siciliana e mantenessero viva la memoria per il dialetto della Valle del Mela nel messinese, i Malanova, nell’arco di dieci anni di attività, hanno dato alle stampe quattro album e messo in fila una lunga serie di concerti in tutta Italia, segnalandosi come una delle formazioni più interessanti della scena musicale isolana. Laboratorio etno-musicale a geometrie variabili, la formazione siciliana ha caratterizzato il proprio approccio alla tradizione musicale della Sicilia non solo recuperandone sonorità, melodie e strumenti, ma dando vita a molteplici interazioni sonore dall’Italia a tutto il bacino del Mediterraneo. In questo contesto si inserisce il loro nuovo album “Santulubbirànti” nel quale hanno raccolto dodici brani ispirati alla tradizione dei cantastorie siciliani. Abbiamo intervistato Saba, Giovanni Ragno e Pietro Mendolia per farci raccontare la genesi di questo progetto, soffermandoci sulle fasi realizzative, le ispirazioni e i progetti futuri.

Il progetto "Santulubbirànti" arriva a quattro anni di distanza dal vostro ultimo disco in studio "A Testa o Giòcu", come nasce questo articolato concept album che continua la tradizione dei cantastorie siciliani?
“La bellezza! Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore. Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la paura, la rassegnazione e l’omertà”. 
Questa frase di Peppino Impastato basta a riassumere il motivo fondante di “Santulubbirànti”, ossia la necessità di testimoniare, con forza, quanta bellezza esiste qui, in questo piccolo fazzoletto di terra che è il luogo dove siamo nati, nella Provincia di Messina, in Sicilia. E’ un progetto, questo, che andava realizzato per interessare soprattutto i ragazzi, i nostri giovani, affinché guardassero al territorio come a una “risorsa” che può assicurare loro da vivere in maniera dignitosa, senza doversi necessariamente affidare al “santo protettore”. Stupisce il fatto che una terra stupenda e ospitale come la nostra, che si trova alla migliore latitudine del mondo (poco più giù il deserto, poco più su la neve), ricca di storia, bellezza, tradizioni, baciata dal sole e bagnata dal mare (ma anche con i suoi fantastici luoghi di montagna), che vanta un clima e una cucina eccezionali, una “terra impareggiabile” (per usare una definizione cara a Salvatore Quasimodo), possa ancora vedere i suoi figli emigrare in cerca di lavoro.  Santulubbirànti è un disco, un libro e due video che raccontano in musica, parole, e immagini, dodici tradizioni/storie/leggende riguardanti luoghi e/o personaggi storici della provincia di Messina, per le quali sono state scritte altrettante canzoni originali inedite, in dialetto siciliano. Quattro anni di gestazione sono stati necessari per comporre i pezzi del mosaico, trovare i disegnatori, i pittori, gli scrittori, le collaborazioni musicali, i traduttori (giova precisare che tutto è interamente tradotto in lingua italiana e inglese) i grafici, e tutte le altre figure che, in maniera totalmente solidale, hanno dato il loro preziosissimo insostituibile contributo alla realizzazione di questo, per certi versi, folle progetto. 

Quali sono le ispirazioni alla base dei vari brani?
Avevamo scelte infinite per rappresentare bellezza, amore, passione, giustizia, bontà… Esempi positivi da raccontare ai giovani perché continuassero a guardare al mondo e alla propria terra con fiducia e speranza, come facevamo noi da bambini. E sappiamo quanto sia importante questo, al giorno d’oggi. Così, ci è bastato guardarci attorno. La storia, passata o recente, dei nostri luoghi di origine ha ispirato la composizione dei dodici brani. Abbiamo raccontato di gente comune: contadini, ragazzi, uomini di fede, mecenati, medici, soldati, cantastorie, che, loro malgrado, sono finiti per diventare personaggi positivi dei quali si ricordano le gesta. 

Quali sono le storie che avete cantato nel disco?
Ogni canzone ricorda un fatto, un accadimento. E in ciascuna canzone abbiamo voluto tracciare confini, sottolineare aspetti, disegnare profili…  “Supramàri” racconta della leggendaria impresa di Ulisse nella grotta di Polifemo, in Milazzo. “Katàbba” rievoca la festa di campane e tamburo, in Monforte San Giorgio, per la liberazione della città dal dominio saraceno. “A Cona” parla del miracolo dell’acqua operato, in San Filippo del Mela, dal Beato Antonio Franco, abate di Santa Lucia del Mela. “A Ballàta i Pascàli Brunu” canta dell’ingiustizia subita da Pasquale Bruno, ragazzo vissuto a Bauso, odierna Villafranca Tirrena. “A fammacìa” ricorda la bontà di Don Gregorio Bottàro, mecenate, che, donando alla città di Roccavaldina la sua pregiatissima collezione di albarelli, favorì la nascita della farmacia in città. “L’orsu” descrive la cattura dell’orso ad opera dei cacciatori del Principe Alliata di Saponara, ricordata ancora oggi nel giorno del martedì grasso. 
“Amùri chi veni cantànnu” ripropone, in musica, l’antico rito del “Muzzùni”, la festa più antica d’Italia, che si celebra ogni anno ad Alcara Li Fusi. “Scacciùni” è la storia dei coraggiosi contadini di Cattafi, odierna frazione di Pace del Mela e di San Filippo del Mela, che riuscirono a “scacciare” gli invasori turchi e a far loro riprendere la via del mare; spiega, inoltre, della comparsa degli Scacciuni nella Maschera Cattafese che ogni anno nel tempo del Carnevale torna in strada per le vie del paese. “Ciùri di ggessumìnu” cita Antonino Giunta, poeta, medico, soldato, magistrato di Spadafora ed è un manifesto musicale contro tutte le guerre. “L’omu sabbàggiu” riporta alla memoria le gesta di Ruggero d’Altavilla e la battaglia intrapresa con il saraceno per liberare Santo Stefano Medio che ancora oggi si rivive con la splendida pantomima de “U camìddu e l’omu sabbàggiu”. “Palummèdda” è un canto dedicato alla memoria di Candelora Calderone, cantastorie di Santa Lucia del Mela, storica interprete del modo di cantare “A Santaluciòta”. “Evviva Maria” ripercorre la tradizione dell’Evviva Maria e dei canti devozionali alla “Madonna del Sabato” che vengono riproposti ancora oggi a Sant’Andrea, frazione di Rometta. 

Dal punto di vista prettamente musicale come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento?
Le canzoni di Malanova hanno trame semplici ma portanti e, in genere, progetti sonori poco complicati. Il processo di composizione e di arrangiamento non segue metodologie precise. A guidare è l’istinto e la passione. L’unica regola è che non ci sono regole. 

Da dove nasce la scelta di utilizzare al fianco di strumenti tradizionali della Sicilia, quelli di altre tradizioni musicali?
Nasce dalla netta convinzione che la musica deve rappresentare un ponte e non servire ad erigere barriere. Possiamo tranquillamente affermare che l’aver ospitato nel disco strumentisti dalla Calabria, dalla Sardegna e dal Piemonte, (Silvio Caudera, Francesco Giusta, Andrea Pisu, Giovanni Masala) ha rappresentato una ricchezza sia dal punto di vista musicale che da quello umano. Siamo consapevoli che operazioni di questo genere possono lasciare sconcertati i puristi della musica popolare ma, volete mettere il piacere che si prova ad ascoltare dialogare una ghironda con un friscalèttu o una launeddas con una chitarra battente? 

A fare da compendio e completamento al disco, avete dato alle stampe anche un libro nel quale avete, come usavano gli antichi cantastorie, raccontato le vostre storie illustrandole con numerose opere grafiche che rimandano i quadri che venivano utilizzati durante le esibizioni degli stessi storyteller nelle piazze. Andiamo insieme alla scoperta di quest'opera?
Il libro è una opera autonoma e indipendente, di oltre cento pagine, che contiene dodici racconti interamente tradotti in inglese. Accanto ai racconti, le strofe delle dodici canzoni (in dialetto siciliano, italiano e inglese) e ben 49 disegni ad illustrare e colorare ogni strofa, opera di 12 diversi pittori provenienti da tutto il mondo: Esmeralda Sciascia, Filippo De Mariano, DèSanti, Luigi Ferrigno, Walter Piconese, Rosaria Costantino, Luigi Pirani, Saba, Luigi Pu, Susan Dutton, Alessandro Maio e Maria Di Maio. 
Autentiche perle letterarie gli scritti, a margine di ogni racconto, realizzati da Giovanni Chiara, (scrittore, premio Bagutta). All’interno del volume, fotografie e notizie storiche di riferimento e anche due Qrcode per raggiungere i link dei video di Supramàri e Katàbba. La prefazione è stata curata da Roberto Sottile del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani dell’Università di Palermo, che ha concesso il proprio sostegno filologico e morale all’intero progetto. La lettura delle storie del libro è di fondamentale importanza al fine di meglio comprendere i testi delle canzoni ad esse collegate.  

Alla realizzazione della grafica ha collaborato Marco Soldi, disegnatore di Dylan Dog e Julia. Com'è nato questo incontro tra fumetti e musica popolare?
Marco è uno dei più grandi disegnatori del fumetto italiano. E’ anche un sognatore. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo anni fa, per mezzo di amici comuni, e quando gli abbiamo proposto di aiutarci a realizzare il nostro piccolo sogno ci ha stupito per la grande passione e la professionalità con le quali si è subito accostato al progetto di questo sconosciuto gruppo di paese. Ha trovato il tempo, tra i suoi innumerevoli impegni, per meravigliarci con la splendida copertina di “A testa o giòcu” che ha sicuramente contribuito ad ampliare i confini della nostra musica. Poi la Sicilia ha fatto il resto: è venuto giù in occasione della presentazione del disco ed è rimasto affascinato dai luoghi e dalla gente. Così è potuto accadere che trovasse modo di realizzare anche la copertina mozzafiato di “Santulubbirànti”. Quello che oggi ci lega è una profonda amicizia. Noi aggiungiamo, per lui, stima e ammirazione. 

Ad accompagnare il disco sono anche i due video, andando a comporre un progetto multilivello in cui espressioni artistiche differenti concorrono ad una narrazione articolata ed affascinante...
La realizzazione di due video, per altrettante canzoni del disco, è oramai diventata tradizione per Malanova. Abbiamo cominciato con “Non iàbbu e non maravìgghia” e continuato con “A testa o giòcu”. Questa volta, a differenza della precedenti, abbiamo cercato di curare meglio scenografie, costumi e narrazione, ma per la loro realizzazione continuiamo a impiegare, a costo zero, amici e familiari. Il risultato? Bellissime, spensierate giornate trascorse con gli amici più cari in totale divertimento. Non chiedevamo altro. 

Ci puoi parlare della lavorazione del disco? Quali le metodologie di lavoro e quali le difficoltà incontrate?
Se affermassimo che la cronica totale mancanza di fondi non rappresenta, per la realizzazione di un disco, una grossa difficoltà, mentiremmo spudoratamente. Tuttavia, da sempre, andiamo avanti senza patrocini e/o sostegni economici di alcun genere, contando esclusivamente sulle nostre forze e sull’aiuto di tantissimi amici artisti. Questo ci permette di operare in totale autonomia le scelte che riteniamo più opportune e di gestire la nostra produzione in assoluta libertà, senza condizionamenti di sorta ma, chiaramente, i tempi di lavorazione si allungano a dismisura. Ma noi non abbiamo fretta. 
Per registrare Santulubbirànti abbiamo adottato il metodo della sovra-incisione delle tracce in studio, utilizzando esclusivamente innumerevoli strumenti acustici della tradizione popolare e voci. Quanto agli ospiti, se chitarra battente e lira calabra sono state anch’esse registrate in studio, per ghironde, organetto e launeddas abbiamo optato per registrazioni singole, a distanza, e successivi innesti nelle canzoni di riferimento. Con i Cantica Nova, ensemble vocale che consta di trenta elementi, abbiamo realizzato le registrazioni, con microfoni panoramici estremamente sensibili, all’interno del Castello di Milazzo. 

Che senso ha ripercorrere le orme dei cantastorie nel 2016? 
Viviamo nell’epoca dell’immagine. I giovani vengono prima di tutto attratti dalle immagini e successivamente, forse, da tutto quello che ad esse è collegato. Quindi per arrivare a loro abbiamo utilizzato i colori della pittura e del disegno come “cavalli di troia”. I nostri amici pittori, oltre ad aver realizzato le splendide tavole raffiguranti le scene delle canzoni, ci hanno voluto donare le loro opere originali affinché andassero in mostra itinerante ovunque fosse possibile intercettare l’interesse dei giovani. Così, come usavano fare gli antichi cantastorie, con immagini, musica e parole, stiamo andando per scuole, associazioni o altri luoghi d’incontro, a raccontare le nostre storie e a far scoprire quanta bellezza esiste qui, nel posto dove siamo nati, se solo avessimo occhi per poterla ammirare. Chi può dire se tutto questo ha un senso!? Ma sentiamo di doverlo fare… e tanto ci basta. 

Nelle storie si intrecciano avventure, racconti di fatti storici e spaccati mitologici. Alla fine la sensazione è quella di aver affondato le mani nella sapienza popolare, come siete riusciti a rivificare tutto questo? 
Noi abbiamo raccontato di persone vive e di luoghi pulsanti di vita. In quasi tutti i posti descritti, ogni anno, come per incanto, i personaggi della storia ritornano in strada per prendere parte a manifestazioni di grande rilievo e importanza storico-culturale: l’Orsu, gli Scacciùni e a Màschira, a Katàbba, u Muzzùni, u Camìddu e l’Omu Sabbàggiu. A Fammacìa è aperta al pubblico per le visite quasi tutti i giorni e il corpo incorrotto del Beato Antonio Franco è possibile visitarlo, sempre, presso la cattedrale di Santa Lucia del Mela. La sensazione che se ne ricava, vivendo queste esperienze, è di far parte della storia, di entrarci dentro in prima persona. Raccontarle con entusiasmo, dopo, è logica conseguenza per chiunque. 

La vostra ricerca ha dato molto materiale su cui lavorare. Ci sarà un volume due?
Potrebbe accadere, sì, non fosse altro perché ci sono tante altre storie che meritano di essere raccontate… Tuttavia il prossimo nostro lavoro discografico sarà dedicato ad altri temi. La Sicilia è ricca di bellezza, certamente, ma anche teatro di fatti di opposta natura. E noi ci siamo dati il compito di raccontare la nostra terra e la nostra gente per come sono, non per come vorremmo che fossero. 

Concludendo, come sanno i concerti di "Santulubbirànti"?
I concerti sono momenti di condivisione importanti. Ai palchi di piazza preferiamo i teatri e i luoghi raccolti, laddove molto spesso usiamo creare momenti di dialogo con il pubblico. Ultimamente le scenografie si compongono anche delle immagini di Santulubbirànti e i racconti si alternano alle canzoni. Molta gente alla fine del concerto chiede di intrattenersi in conversazione con noi per conoscere meglio luoghi, storie e personaggi. Potrebbe essere segno che abbiamo realizzato qualcosa di utile. Lo speriamo. 


Malanova – Santulubbirànti (RadiciMusic/Goodfellas, 2015)
Ispirato alla tradizione dei cantastorie quanto dal desiderio di riscoprire e trasmettere ai propri figli la tradizione affinché la custodiscano come parte fondamentale della propria identità culturale “Santulubbirrànti” è il quinto disco dei Malanova, large ensemble siciliano guidato da Pietro Mendolia (chitarre acustiche, bouzouki, laùd, mandola, chitarra battente e voce) e composto da Saba (voce e tamburello), Giovanni Ragno (flauti etnici, friscalètti siciliani, ciaramelle, clarinetto, chalumeàu), Nunziatina Mannino (flauto traverso, flauto dolce), Davide “Dado” Campagna (djembè, darbuka, cajon, tamburi a cornice, per cussioni), Pasquale Manna (fisarmonica ed organetto), Marcello Ulfo (violino, mandolino, lira), Gemino Calà Scaglietta (frauti a paru, zampogna a paru, bifare, marranzani), Salvo Spanò (basso), Gabriella Fugazzotto (violino) e Antonio Bonaccorso (basso freatless). Percorrendo la via Nebroidea-Peloritana e i suoi luoghi che custodiscono storie, memorie e tradizioni, i Malanova sono andati alla riscoperta della cultura orale della loro terra, un patrimonio inestimabile dal punto di vista storico ed artistico, a cui hanno reso omaggio ripercorrendo il sentiero tracciato dai cantastorie. E’ nato, così, “Santulubbirrànti” progetto artistico multilivello che intreccia musica, teatro, racconto ed arte figurativa per raccontare leggende che si perdono nella notte dei tempi, storie di vita vissuta e antiche usanze popolari. Accompagnato da due video ed un libro che raccoglie cinquanta illustrazioni pittoriche - offerte da alcuni tra i principali artisti internazionali tra cui il Marco Soldi, disegnatore di fumetti come “Dylan Dog” e “Julia” - il disco raccoglie dodici brani che nel loro insieme compongono un viaggio in dietro nel tempo, in una Sicilia avvolta dal fascino e dalla bellezza, una terra da scoprire e ri-scoprire attraverso attraverso una originale contaminazione sonora che della tradizione siciliana si allarga a tutto il bacino del Mediterraneo. Determinante in questo senso è la partecipazione di alcuni compagni di viaggio come l’Ensemble Vocale “Cantica Nova”, Vanni Masala (organetto), Andrea Pisu (launeddas), Silvio Caudera (ghironda), Francesco Giusta (ghironda), Stefano “Bonny” Bonanno (basso acustico), Marco Terranova (chitarre), e Peppe Burrascano (djembè), che impreziosiscono ed arricchiscono di sfumature sonore gli arrangiamenti dei vari brani. Guidati dalle voci recitanti di Gaia Bartuccio, Martina Mendolia, Ugo Venturi, Nino Pracanica, Enzo Ragno e Pippo Bonaccorso, che si alternano nei vari brani scopriamo la grotta di Polifemo di Milazzo cantata nella trascinante “Supramari”, il concerto per campane e tamburino di Monforte San Giorgio evocato nella serenata “Katàbba”, ed ancora i miracoli del Beato Antonio Franco, abate di Santa Lucia del Mela la cui vicenda è narrata in “A Cona” in cui spicca l’intreccio tra percussioni, violino e corde che avvolge l’ottima prova vocale di Saba. Si prosegue con l’appassionante storia di briganti di “A Ballata i Pascali Brunu”, e il racconto dell’origine della farmacia di Roccavaldina de “A Fammacia”, ma è con le sonorità world di “L’Orsu” che si tocca il vertice del disco e si riscopre in parallelo la leggenda dell’orso di Saponara, che si aggirava a metà del XVIII secolo sui monti Peloritani. La seconda parte del disco si apre con la struggente “A muri chi veni cantannu” nella quale viene rievocato l’antico rito di fertilità del “Muzzuni” di di Alcara Li Fusi, e che ci introduce a “Scacciùni” una accattivante tarantella in cui si rievoca la cacciata di un’orda di invasori turchi da parte dei contadini siciliani. Il libero adattamento della fiaba di Fedro “Il Lupo e l’agnello” recitato da Pippo Bonaccorso ci introduce alla splendida “Ciuri di Ggessuminu” canto contro la guerra ispirato alla figura del medico, combattente, magistrato e poeta Antonino Giunta di Spatafora. L’entrata a Messina di Ruggero D’Altavilla a bordo di un cammello cantata ne “L’omu sabbaggiu” ci conduce verso il finale in cui brillano il ricordo della cantrice Candelora Calderone, cantastorie luciese in “Palummedda” e il canto devozionale alla “Madonna del Sabato” “Evviva Maria”. “Santulubbirrànti” è, dunque, il disco della maturità artistica dei Malanova, tanto per la qualità dei vari brani, quanto per il concept che ha caratterizzato l’intero progetto. 


Salvatore Esposito