Davide Salvado – Lobos (Dol Fol, 2015)

“Lobos” è il nuovo album del cantante e percussionista galiziano (pandeiro, pandeireta, bombo, tar, tixola, sonagli, qraqebs, shaker). A parte gli esordi con l’Ugia Pedreira Ensemble, titolari di un’incisione su vinile che mischiava tradizione ed elettronica, l’oggi trentaquattrenne artista marinense si è fatto apprezzare da subito con “Árnica Pura”, debutto solista del 2011 prodotto dal castigliano Eliseo Parra, cui è seguito il progetto “O ladrón de amorodos”, messo in campo con Santi Cribeiro (fisarmonicista dei grandi Berrogüetto) e Cristian Silva (gaita) e presentato agli showcase del Womex 2014. Nel suo curriculum Salvado annovera collaborazioni con Mercedes Péon, Manuel Xosé Budiño e Kepa Junkera. Più recente è “Rùstica”, album che lo ha visto accanto alla gaitera e cantante Cristina Pato, al ghirondista Ánxo Pintos e al fisarmonicista Roberto Comesaña. Prodotto da Pedro Pascual (già con Talabarte e Marful), “Lobos” vede la partecipazione di un gruppo di ottimi musicisti, tra i quali si segnalano lo stesso Santi Cribeiro, il fiatista Xabi Lozano e il violinista Quim Farinha (sempre dei Berrogüetto), accanto a Davide anche nel gruppo Banda das Crechas. Se è vero che in famiglia c’era chi cantava e ballava sui suoni popolari, è tra i 14 e i 15 anni che Davide scopre il mondo delle suonatrici tradizionali di tamburello ed è attratto dal tema «tribale e magico», come mi racconta nel corso di un’intervista raccolta alla Fira Mediterranìa di Manresa lo scorso ottobre, dove ha presentato il suo ultimo CD. Le donne sono centrali nella tradizione musicale galiziana, soprattutto nella pratica musicale del canto e nel suonare i piccoli tamburi a cornice. Da lì Salvado inizia uno studio fatto di frequentazioni sul campo dei testimoni della tradizione, di ascolto di registrazioni e di documenti d’archivio, rifiutandosi di seguire l’onda del revival ‘celtico-galiziano’, precisa. “Lupi” rappresenta la Galizia «più pura e selvaggia», un omaggio alle suonatrici e danzatrici, donne forti e spesso anonime, ma «il lupo è anche una metafora della musica tradizionale», mi spiega Davide. «È un predatore bistrattato ma indispensabile all’ecosistema, così come la maltrattata cultura popolare, la musica tradizionale sono necessarie per la buona vita di un Paese ». Voce determinata e percussionista di rango, in questo che è un disco molto più personale del precedente, Salvado mette insieme melodie tradizionali, che combina con testi contemporanei: «Trovata una melodia cruda con cui mi identifico, mi rivolgo ad amici parolieri e poeti galiziani, affinché costruiscano un testo che tratti un tema specifico. Mi interessa che la musica galiziana diventi una musica universale, utilizzando elementi differenti ma senza farle perdere la sua essenza». Insiomma, un musicista che agisce da mediatore, animato dall’intento di rendere fruibile a un pubblico più ampio le forme tradizionali della sua terra, mettendoci dentro anche una certa dose di sex appeal, a vedere l’immagine pubblica e di palco del musicista di Marìn. Ben costruito a cominciare dall’artwork (al posto di un booklet ci sono dieci fogli sparsi con begli scatti e i testi delle canzoni), il disco si avvale di individualità di strumentisti, che conferiscono forza ai dieci brani. Il tradizionale “Gargamala” è il vincente biglietto da visita, cui seguono i rimandi familiari a un bisnonno, che ha pagato per la sua indole libertaria (“O manso”). L’album procede portandoci passaggi smooth (“Lobos”), episodi danzerecci (“Muñeira Maronda”), la potenza percussiva solista di “Só” e la tenerezza che sprigiona da “Helena”, ispirata a una delle informatrici, e costruita su canto, fisarmonica, arpa e bansuri. L’impronta jazz prende il sopravvento in “Gora”, cantata in castigliano; invece, si protende incisiva “A Vida”, testo opera del poeta Luis Valle su una melodia che apre al mondo sonoro mediorientale. Gli incastri di archi sono preminenti in “Os Pasos da Feraga”, laddove una certa delicatezza si impone nella conclusiva “Liulfe”, in cui il fraseggio di una tromba davisiana si unisce a corde (viola amarantina e chitarra a dodici corde), violino e clarinetto basso.


Ciro De Rosa