Safar Mazì – Safar (Autoprodotto, 2014)

Musiche e storie migranti alla base della ricetta dei Safar Mazì, gruppo con sede in Veneto, ma testa e corpo in viaggio dal Mediterraneo al Vicino Oriente. In farsi, la lingua iranica più diffusa, e in arabo “safar” significa “viaggio”, mentre “mazì” in greco vuol dire “insieme”. In due anni di vita, si sono fatti conoscere suonando dal vivo lungo la Penisola. Al disco di debutto partecipano il rumeno Claudiu Alexandru Riza (cajon, darabouka), l’iraniano Fuad Ahmadvand (santur, daf), il “friuliano dai capelli siciliani” Paolo Forte (fisarmonica), il veneto di origini pugliesi Renato Tapino, (clarinetto, gaida, zampogna, chitarra, ney, voce), già con Barbapedana, il greco Panagiotis Pateritsas (bouzouki). Tuttavia, poiché in Italia non è facile vivere suonando musica, tradizionale per giunta, Panagiotis con il suo bouzouki se n’è tornato in Grecia, dove nonostante il cappio dell’Europa dei banchieri ha trovato un posto fisso, pure il romeno se n’è andato oltremanica, aspirando a un lavoro più remunerativo. Cosicché, attualmente, il laboratorio Safar Mazì ha accolto il percussionista marocchino Mohammed Neffa. In ogni caso, la fisionomia sonora in sostanza non è mutata rispetto a quanto si può ascoltare in questo lavoro dal variegato strumentario acustico, caratterizzato da una geografia sonora che travalica i confini, percorrendo itinerari sghembi nelle musiche tradizionali, con qualche composizione d’autore. Incentrato sul santur di Fuad – musicista di Teheran, da qualche anno in Italia – con la fisarmonica cromatica di Forte e le ance di Tapino che lo contornano arricchendo la tavolozza, “Safar” scorre via che è un piacere. Per di più, in quattro delle dodici tracce intervengono l’eclettica ugola di Pia Coppe dei Barbapedana (canto) e Safa Korkmas (cantante turco, già con Kudsi Erguner, che canta nel coro de la Fenice, voce e ûd). Se è vero che i brani sono molto noti a chi è aduso all’ascolto delle musiche di matrice popolare, occorre riconoscere che i Safar Mazì non difettano di vigore interpretativo. Si parte dal mondo armeno (“Sassouni Tamzara”, “Ambi Dagiets”), si tocca il canzoniere sefardita “Uskudar” (versione turca di un canto molto diffusa in area balcanica), sempre in Turchia con “Istanbul Kasap”, che poi è nota anche in Grecia, da dove proviene l’umore rebetiko di “Romvia”. Più a sud, si arriva nel Kurdistan iraniano con “Leili”. Ci sono episodi originali, in cui si fa largo la vena strumentale dei musicisti “Haiducii” e “Abshar”; si danza alla maniera albanese (“Bracno Oro/ Buka Ere”), si tocca ancora la Grecia con “Misirlou” (registrata per la prima volta negli anni Venti, questa folk-song ha girato tra i popoli del Mediterraneo, ma tanti la canticchiano perché ne conoscono la versione surf rock degli anni Sessanta: insomma, un esempio dei «flussi culturali globali» di Appadurai). C’è posto anche, due standard folk (o popular?) salentini, “Lu rusciu te lu mare” e “Kalinifta”, che aiutano a vendere i dischi ai concerti. Infine si congedano con l’ibrido cangiante e potente intitolato “Tarant’Iran”. L’applauso è convinto, il bis è da concedere. Info su www.safarmazi.com


Ciro De Rosa