Federico Marchesano – The Inner Bass (Solitunes Records, 2015)

Sarà capitato a molti, almeno una volta, di recarsi con un’amica o un fidanzato a un concerto dalla forte originalità esecutiva. Han Bennink che suona una sedia o percuote il pavimento con le bacchette, il “pianoforte preparato” di John Cage, la chitarra suonata con i denti da Jimi Hendrix, davanti a queste scene vi sarete, probabilmente, lasciati andare a esclamazionidel tipo, «sentito che suoni incredibili riesce ad ottenere?! È senza dubbio un musicista geniale!», ricevendo come risposta un sarcastico: «e tu la chiami musica questa? Secondo me agisce a casaccio!» Che cosa accade quando è il contrabbasso a diventare il fulcro della creatività compositiva e soprattuto sonora? La risposta a questo interrogativo prova a fornirla il disco di uno dei contrabbassisti più attivi e prolifici della scena italiana, quel Federico Marchesano che è stato collaboratore fra gli altri di Fabrizio Bosso, Saba Anglana, Mau Mau, Roy Paci, Gian Maria Testa, Elio e le Storie Tese, tacendo poi i molti ensemble orchestrali legati alla sua formazione accademica in ambito classico. “The Inner Bass” è il secondo album solista di Marchesano, il precedente, “Città densa”, risale al 2003. La scelta di un disco dedicato al contrabbasso solo è dettata da una duplice volontà. Da una parte la ricerca della massima autonomia espressiva e comunicativa, liberando il proprio “basso interiore” come anticipa il titolo stesso, dall’altra la filosofia operativa della Solitunes Records. Quest’ultima è l’etichetta fondata proprio da Marchesano, Stefano Risso (altro contrabbassista dotatissimo) e Francesco Busso, votata alla ricerca dell’esperienza compositiva “in solitudine” e al fascino della musica “in solo”. Lo slogan della nuova etichetta torinese è abbastanza esplicito: «Un’isola deserta, un musicista, un microfono. Una dichiarata discriminazione di numero, mai di genere». Ecco allora 12 tracce (più una ghost track) affidate esclusivamente al contrabbasso solo, talvolta coadiuvato da distorsioni e “pedal effects”. Federico Marchesano, fra i primi musicisti naufragati sull’isola deserta della Solitunes, esegue e firma tutti i brani, a esclusione di “Hakazèhè” e “Hakazèhè II”, tradizionali del Burundi, e “Canto della Natura”. Firmata da Nico Comoglio, quest’ottava traccia si rivela nell’esecuzione contenuta in “Inner Bass” potentemente poetica, forse in conseguenza della sua genesi. È stata, infatti, registrata sotto un riparo durante una tempesta estiva, mentre le quattro improvvisazioni che vi si combinano, sono ispirate a un viaggio in Sicilia. Nel complesso, il disco risulta forse di difficile digeribilità per l’ascoltatore che non vi si accosti già una certa predisposizione e interesse alla ricerca sonora. Brani come l’iniziale “Piggy” o “La cava di Modica” con la loro ipnotica ripetitività, l’archetto che scorre sofferente sul polistirene e il contrabbasso spinto all’estremo quasi simile a una chitarra metal ne “Il cretto”, o ancora il polistirene inserito fra le corde pizzicate in “Gibellina Nuova”, sono tutti frutto di una coraggiosa sperimentazione e libertà espressiva, la quale potrà però lasciare qualcuno perplesso o deluso. Sicuramente più riusciti sono ad esempio il legno quasi cantante di “Afrobass”, la psichedelia dolente dalle venature metal di “Contrabutoh”. 


Guido De Rosa