Maurizio Geri Swingtet – Swing A Sud (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)

Apprezzato chitarrista, compositore e cantante, Maurizio Geri non ha bisogno di presentazioni, per lui a parlare è la sua carriera spesa tra la sua intensa attività artistica con Banditaliana con Riccardo Tesi e Claudio Carboni, e il suo percorso come solista. A partire dal 1994, infatti, ha dato vita al suo Swinget con il quale, parallelamente ai tanti concerti in Italia ed all’estero, ha pubblicato tre dischi, tra cui lo splendido “Tito Tariero” del 2012, caratterizzati da una originale alchimia sonora che vede intrecciarsi la tradizione zingara europea, lo swing d’oltreoceano e la canzone d’autore italiana, il tutto unito ad un approccio innovativo ma allo stesso tempo filologico nella ricerca compositiva. A distanza di tre anni dal disco più recente, il musicista toscano torna con “Swing a Sud” nuovo album, che lo vede incrociare l’universo sonoro del jazz manuche di Django Reinhardt con i ritmi e le melodie di matrice mediterranea. Abbiamo intervistato Maurizio Geri per approfondire con lui la genesi e le ispirazioni di questo progetto, senza tralasciare uno sguardo verso le produzioni precedenti.

A tre anni dallo splendido “Tito Tariero”, il tuo Swingtet torna in pista con “Swing A Sud”, come nasce questo nuovo disco?
L’idea che sta alla base del disco è la stessa che sto sviluppando fin dalla nascita del gruppo, l’Italia a sud dell’Europa, a sud di Parigi, luogo dove dalla penna di Django nasce lo swing manouche. Un genere inteso qui, forse più che nei cd precedenti, come percorso originale, come progetto d’autore, uno sguardo da sud di un musicista italiano nei confronti di una musica lontana nello spazio e nel tempo, che si mescola nel percorso artistico sempre di più con altre suggestioni più o meno moderne, non un processo nostalgico o di maniera, nessun clichè abusato, musica che nasce nel presente fatta per le orecchie dell’ascoltatore di oggi. Si mette sempre più a fuoco  durante gli ultimi anni, alcuni brani erano già in embrione tre anni fa, una formazione fissa è molto stimolante e aiuta il momento compositivo, un organico così vario inoltre fa riflettere molto sugli arrangiamenti che cerco di portare a buon punto alle prove, poi è il confronto d’insieme che conta. Scrivere per questa formazione mi da tante possibilità e tanta soddisfazione.

Come si è evoluto il tuo approccio alla chitarra in questi anni?
Il momento dello studio sullo strumento è fondamentale, è da quello che nascono le composizioni oltre alla manualità necessaria, con il passare del tempo riesco ancora a trovare il tempo per esercitarmi, magari curando meno gli aspetti puramente teorici per privilegiare la ricerca di uno stile personale, questo attraverso il suono e appunto la scrittura.

Quali sono le ispirazioni sonore alla base di queste nuove composizioni che guardano a Sud?
L’ispirazione viene da tutto ciò che sento vicino e ho voglia di suonare, però tutti i grandi stili possono diventare gabbie, la priorità rimane quella di evitare la  semplice brutta copia di idoli o accostarsi nostalgicamente e in modo superficiale a  generi di riferimento, in questo disco ci sono musiche ispirate al tango, al choro, alla canzone d’autore, al liscio e naturalmente allo swing manouche, ma sono tutti brani originali o fortemente personalizzati. 

Quali, invece, le differenze con il disco precedente?
Qui c’è più progettualità, nel senso che Tito Tariero ha significato uno sblocco da un periodo di letargo per il gruppo, swing a sud è un disco più pensato, al suo interno c’è molta italianità, anche in riferimento al  contributo che hanno dato i nostri emigranti alla creazione dei generi suddetti.

"Squadra che vince non si cambia", diceva un noto allenatore di calcio. Hai fatto più o meno la stessa cosa con il tuo Swingtet. Quanto conta avere al proprio fianco un gruppo collaudato nel tempo?
Conta moltissimo perché permette di andare in profondità nelle idee, curarle con dedizione, nella scelta del repertorio e negli arrangiamenti, nello Swingtet hanno suonato in questi anni diversi musicisti con i quali mantengo tuttora ottimi rapporti, durante il mio percorso sono cambiati lentamente alcuni obiettivi, per esempio ci siamo spostati più verso la canzone allargando sempre più l’orizzonte sonoro , questo ha portato naturalmente ad adattare strada facendo la formazione. La fondai nel ’95, penso di poter dire che siamo stati i primi in Italia ad aver avuto un approccio di ricerca e innovazione su questo genere, incontrai i “Puro sinto”, gruppo sinti alsaziano, nel 1989 al festival di strada di Pelago (FI) era la prima volta che sentivo un autentico gruppo manouche e vederli suonare fu una specie di rivelazione, ai tempi non c’era internet e nessun metodo cartaceo su cui imparare, ricordo di aver speso molto tempo prima a cercare di immaginarmi quella tecnica, a studiare sui dischi di Django,  ma sono sicuro che non è stato tempo utilizzato male, la fatica che fai a imparare a orecchio viene ricambiata da un insieme di memorie e emozioni che poi riversi su quello che suoni. Io nasco come musicista tradizionale e non mi spaventa memorizzare accordi , melodie e strutture anzi, un buon modo che ho per sbagliare è quello di leggere!

E’ nota la tua passione per Django Reinhardt. Ci saremmo aspettati una rilettura di qualche suo brano. Come mai questa scelta?
Riletture ne ho fatte nei dischi precedenti, in generale non amo le cover band o le emulazioni facili, le mode e i tributi ad artisti scomparsi perché fa “figo”, nessuno suonerà mai come Django, a parte il talento puro ci sono  epoche diverse, storie diverse, culture geografiche e sociali diverse, persone diverse…insomma tutto ! il maestro indica la strada, l’allievo ne percorre un’altra, al fianco di quella e di altre che lo hanno formato e suggestionato.

Nel disco è presente però una bella versione de "La Palomita Bianca", un gustoso valzer del 1929…
Ecco, un brano che mi riavvicina all’ambito popolare, una melodia a cui ti senti legato senza spiegartelo, un “sempreverde” come lo catalogherebbe la SIAE, solo a sentirlo ti viene voglia di suonarlo e farlo ascoltare di nuovo.

In “Tempesta sulle corde” suonano due specialisti del jazz manuche italiano Jacopo Martini e Tommaso Papini. Ci puoi parlare di questa due composizione?
Per incidere questo brano ho pensato ai due musicisti che potessero interpretarlo con grande empatia, l’amore condiviso con Tommaso per la scuola tedesca (Titi Winterstein, Lulu Reinhardt)e la creatività solistica di Jacopo hanno dato nuova vita a questo pezzo (già inciso su “L’uovo di Colombo”), il doppio swing è diventato triplo e anche quadruplo pensando al basso di Nicola Vernuccio, non avrei potuto fare scelta migliore! 

Una delle composizioni più eleganti è “Gina”, come è nato questo brano dalla struttura così sofisticata?
L’idea del pezzo risale a quasi venti anni fa…. Per fortuna l’avevo salvata in memoria, la mia…, è un valzer dedicato a mia nonna, Gina, appunto. Avevo solo una frase che poi ho sviluppato in vista della registrazione, alla fine il valzer si compone di quattro lettere alcune più tradizionali altre più moderne.

Tra i brani più affascinanti del disco c’è anche “Mack” che vira in un medium swing pregevole…
Questa canzone ho voluto lasciarla semplice così come è nata, non ho aggiunto altre lettere ma ho sviluppato una variazione strumentale che viene ripresa anche nella coda, è dedicata ad un amico della montagna pistoiese, ho inserito un campione del suono della cometa 67/P così come una meteora è stata la sua vita, è il mio brano preferito.

Come mai hai deciso di dedicare “Con Te” a Paolo Conte?
Chi scrive brani swing in italiano incorre facilmente nel rievocare l’ambiente contiano, il “maestro” è un riferimento importante per tutti noi “ragazzi scimmia del jazz”, spesso mi è capitato di sentirmi dire che alcuni pezzi assomigliavano ai suoi nonostante facessi di tutto per allontanarmene e cercare una scrittura originale, con questo brano in particolare non ho aggirato l’ostacolo ma direi che ci sono passato attraverso… è dichiaratamente un brano contiano dedicato, scritto e arrangiato per lui, spero che questo omaggio gli faccia piacere.

“Dolce Chimera” è nata dalla musica di Carlo Venturi, figura storica del liscio romagnolo. Come hai deciso poi di aggiungervi il tuo testo?
Era da un po’ di tempo che volevo affrontare questa sfida, apprezzo molto l’operazione che sta portando avanti Andrè Minvielle sul repertorio musette francese, lui ha messo diversi testi a valzer famosi come “Indifference” o “Flambèè Montalbanaise”, così ho pensato di fare la stessa cosa in italiano: ho scelto questo pezzo di Carlo Venturi, Chimere, perché oltre ad essere un bellissimo valzer mi sembrava adatto ad essere cantato, insomma mi ha ispirato. E’ stato un lavoro molto impegnativo, la melodia è piuttosto articolata essendo un pezzo per fisarmonica e la sillabazione è al limite della pronunciabilità, ma l’idea era proprio questa, grazie a Claudia Tellini e alla sua interpretazione acrobatica siamo riusciti a realizzare il pezzo ed a vincere con divertimento la sfida!

La tua attività artistica si divide tra questo progetto e Banditaliana con Riccardo Tesi. Quanto è importante per te lavorare su due fronti diversi, ma per tanti versi anche in continuità dal punto di vista  creativo?
E’ molto importante differenziare il lavoro, non dico di disperdere energie in cento progetti ma di avere due-tre alternative importanti in cui credere e impegnarsi  è salutare direi per lo stimolo artistico. In Banditaliana ultimamente curo di più le stesure dei testi mentre nello Swingtet mi occupo sia della scrittura che degli arrangiamenti, in generale mi piace sempre mettere del mio nella musica, così mi sento più realizzato, è una attività che da tanta soddisfazione, non la troverei nell’eseguire semplicemente degli standard.

Concludendo come saranno i concerti di “Swing a Sud”?
In questi anni ci siamo sempre di più spostati a “sud” con la musica, dalla ispirazione originale al magistero di Django ho sempre cercato una strada più possibile personale e più possibile italiana per lo Swingtet, questo attraverso le composizioni ma anche con riletture di compositori italiani e una ricerca estetica che mi ha portato ad escludere tutto ciò che ritenevo banale o scontato, più che tanti discorsi restano comunque i lavori discografici e i concerti dal vivo a indicare al meglio la sintesi del  nostro percorso di questi anni.




Maurizio Geri Swingtet – Swing A Sud (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

La tensione costante verso la ricerca sonora unita ad una brillante tecnica chitarristica sono da sempre le caratteristiche peculiari della cifra stilistica di Maurizio Geri. Non ci sorprende, dunque, ritrovarlo dopo l’ottimo “Tito Tariero” di qualche anno fa, con un nuovo album, “Swing a Sud” che lo vede alle prese con un viaggio musicale verso sud, dall’Alsazia, dove attualmente sono presenti molti insediamenti di zingari manuche, all’Italia Meridionale con le sue melodie fascinose e i suoi ritmi trascinanti. Il disco raccoglie dieci brani, di cui nove firmati dal chitarrista toscano, incisi con l’immancabile Swingtet, composto da Giacomo Tosti (fisarmonica), Michele Marini (clarinetto), Luca Giovacchini (chitarra), e Nicola Vernuccio (contrabbasso), e la partecipazione alcuni ospiti come  Claudia Tellini (voce), Jacopo Martini (chitarra solista), Tommaso Papini (chitarra ritmica) e Alice Sobrero (cori). Rispetto ai dischi precedenti dove l’influenza dell’opera di Django Reinhardt era più marcata, sebbene caratterizzata da una lettura sempre brillante ed originale, questo nuovo disco rappresenta una piccola rivoluzione copernicana nella scrittura di Geri, laddove la trama jazz manuche diventa la base di partenza per una esplorazione sonora che sposta continuamente il confine più avanti, immergendosi ora nella canzone d’autore, ora nelle influenze world, ora ancora in brillanti e personalissime intuizioni compositive. Le composizioni del chitarrista toscano sono così un ondata di vitalità per lo swing manuche in Italia, troppo spesso legato agli stilemi classici che in qualche modo tendono ad imprigionarlo nel già sentito. Durante l’ascolto si coglie la coesione timbrica, l’accuratezza e l’eleganza degli arrangiamenti, frutto di un lavoro meticoloso in studio, ma anche della qualità degli strumentisti che accompagnano il musicista toscano. Aperto dalla accattivante title-track in cui colpisce il ritmo della tarantella sul finale, il disco regala subito una sequenza di belle sorprese come il delicato valzer di “Gina” alla canzone d’autore di “Mack” che sfocia in un medium swing sul finale, e quel gioiellino che è “Doppio Swing” dove brilla il dialogo con le chitarre di due virtuosi dello swing manuche come Jacopo Martini e Tommaso Papini. Se pregevole è la rilettura del valzer “La Palomita Bianca” del 1929, altrettanto gustose sono l’omaggio a Paolo Conte con “Con Te” in cui Geri duetta con le voci di Claudia Tellini ed Alice Sobrero, gli echi di world music di “Amanda” e “Blues In Vern” in cui spicca il solo di contrabbasso di Nicola Vernuccio. “Dolce Chimera” di Carlo Venturi, impreziosita dal testo di Geri, e le ispirazioni sudamericane di “Manuela” chiudono un disco splendido che rappresenta, senza dubbio, il vertice più alto della produzione solista del chitarrista toscano.


Salvatore Esposito