Paolo Angeli – S'u (Rer-Megacorp/Goodfellas, 2015)

Paolo Angeli, è chitarrista, compositore, etnomusicologo (bellissima la sua monografia “Canto in Re”, uscita otto anni fa per i tipi dell'ISRE, in collaborazione con l'Archivio Mario Cervo, archivio di cui Angeli è anche il curatore), ma anche direttore artistico insieme al fratello Nanni, fotografo extraordinaire, del Festival Isole che Parlano, che ogni anno a Palau (OT) giustappone tradizione e avanguardia, popolare e d'autore. Il suo nuovo CD “S'u”, segue di poco più di un anno “Sale Quanto Basta”, forse il capolavoro del musicista gallurese, del quale rievoca umori e ambientazioni sonore, ritagliando ancora ruolo di assoluto protagonista per il suo strumento, la chitarra preparata: una chitarra sarda, strumento baritono la cui costruzione fino a pochi decenni fa era totale appannaggio di artigiani siciliani, modificata nella struttura con martelletti azionati dai piedi, ventole che scatenano dei bordoni, corde di risonanza, oltre a pick-ups, effetti e pedali vari, che la fanno a volte somigliare ad un violoncello, o, in una lettura più popolare, alle varie lire del bacino mediterraneo, altre ad una chitarra pizzicata. Infatti, Angeli, con sempre maggiore maestria si serve sia di un archetto, simile proprio a quello del violoncello, che delle nuda dita, dando vita a diverse tecniche, usate anche simultaneamente, e diversi colori. Dello strumento si è innamorato anche il grande Pat Metheny che ne ha voluto un esemplare per sé. Questo nuovo lavoro declina ulteriormente il rapporto fra uomo e mare, tema su cui già era fondato il CD precedente: già dal titolo, il disco rievoca il romanzo “Passavamo sulla Terra Leggeri” di Sergio Atzeni (di cui ricorre in questi giorni il ventennale della scomparsa), libro che è forse il più importante riferimento letterario identitario sardo, e racconta di un viaggio tra le sponde del Mediterraneo, dalla Spagna, con la toccante dedica a Paco de Lucia di “Porto Flavia” che profuma di cante hondo ma anche di Sardegna, al “Mi e La” di Bosa, cantato con voce sicura dallo stesso Angeli in omaggio al canto a chitarra tradizionale (nel disco precedente c'era una bellissima versione del Fa diesis incastonato nel brano “Primavera Araba”), all’Oriente dei tempi asimmetrici di “Vlora”, all'andalusa “Melilla”, al sud-est immaginario della percussiva “Due Tempi” che apre l’album, o di “Tinta Unita”, forse il brano più bello del disco, insieme all’impressionante crescendo dalle tentazioni noise di “Baragge”, nome della via di Palau dove Angeli è cresciuto. I brani sono riportati sul disco senza soluzione di continuità con finali e incipit che si fondono, con una cesura però fra il sesto e settimo brano come a marcare la fine della prima facciata di un vecchio LP. Oltre alla bellezza delle dodici tracce (più la ghost track “Radio Libere”) colpisce la qualità assoluta della registrazione, se avete un buon paio di cuffie, questo è il disco giusto per metterle alla prova. Il disco, lo avrete capito, è bellissimo, e la musica di Angeli sembra aver superato l’impressione di scarsa inclusività che ne caratterizzava la prima parte della discografia: la sua cifra non è jazz, non è etno-world, non è avant-garde, o forse è tutto questo e anche molto altro insieme, ma Paolo Angeli dà ora la sensazione di andare più incontro all'ascoltatore; questo non significa ovviamente svendere la propria arte, anzi, ma semplicemente denota una maggiore maturità dal punto di vista compositivo e, sicuramente, la maggiore interazione fra l'esecutore e lo strumento, se non, aggiungerei la totale simbiosi, fino alla totale identificazione dell'uno con l'altro, arrivando addirittura a poter affermare che Paolo Angeli è il suo strumento, di cui è, incidentalmente, progettista e unico interprete. La chitarra sarda contemporanea, come la descriveva tempo fa un giornalista isolano, raggiunge negli ultimi due dischi del suo unico vero profeta il suo apice, la sua apoteosi. 


Gianluca Dessì